Recensione della messa di scena di ‘ Vedova Allegra’ al teatro Massimo ‘Bellini’ a Catania
Va in scena a Catania il capolavoro di Lehar: ‘La Vedova Allegra’.
Titolo amatissimo, è tutt’altro che semplice da portare in scena, perché richiede cantanti sicuri vocalmente, capaci di essere attori dai tempi comici smaglianti, in grado di recitare e ballare, di coordinarsi alla perfezione nelle scena di massa, di non essere mai eccessivi, ma sempre al massimo della prestazione perché questo lavoro non permette nessun cedimento.
Ci vuole una bacchetta attentissima, capace di tenere le fila della vicenda comica, ma al tempo stesso di sublimare la poesia, trovare i colori giusti per l’orchestra, i tempi corretti per la narrazione, ma anche sostenere gli interpreti in un tour de force di due ore e mezzo di grande impegno, con continui cambi d’atmosfera e grande tavolozza di sensazioni.
Facile scivolare nel macchiettismo, occhieggiare all’avanspettacolo, indugiare nel facile effetto che strappa l’applauso, ma distrugge il capolavoro.
Per questo spettacolo il teatro siciliano ha optato per l’allestimento condiviso con i teatri di Lecce e Livorno, con le scene ed i costumi, a nostro parere fin troppo colorati, di Giacomo Callari, i video di Leandro Summo e la regia di Alessandro Idonea, coadiuvato da Giandomenico Vaccari, autore anche della drammaturgia: un sistema agile di quinte con fondale per le proiezioni, pochi elementi scenici e tanti video, ben girati, per trasportano la scena agli inizi del Novecento, poco prima dello scoppio della Grande Guerra.
Una soluzione del genere è certamente funzionale, non troppo onerosa, consente di ridurre i tempi dei cambi e supporta la narrazione in maniera quasi didascalica.
Certo si perde un po’ in suggestione e sicuramente un palcoscenico vuoto non supporta i cantanti.
Ma contemporaneamente offre gli spazi necessari perché i bravi ballerini del Balletto del Sud eseguano al meglio le effervescenti coreografie ideate da Fredy Franzutti, che il pubblico ha abbondantemente applaudito, con particolare apprezzamento per quelle dell’ultimo atto, autenticamente acclamate.
L’idea della regia è quella di spostare l’ambientazione a dopo la guerra e far vivere tutta l’operetta come un flashback.
Idea interessante, che forse avrebbe meritato ancora maggior drammatizzazione, ma che è stata sviluppata con misura e gentilezza e resa credibile e suggestiva grazie alla bacchetta di Roberto Gianola, direttore dalla solida esperienza e dalla grande sensibilità, capace di mettere in risalto il valore dell’orchestra del teatro Massimo Bellini di Catania .
Gianola fa parte dei talenti italiani che ha sviluppato gran parte della sua carriera all’estero, certo non per sua scelta, secondo un costume tutto italiano di accogliere a braccia aperte i musicisti esteri e di trascurare gli artisti di casa nostra. Anche quelli più interessanti. Situazione amaramente spiegabile, purtroppo, ma certamente inaccettabile e che dovrebbe finalmente portare i vertici della cultura nazionale ad una riflessione profonda ed autentica. Sopra le parti, al degli schieramenti, in nome dell’Arte e dei diritti del pubblico e degli artisti.
Il taglio prezioso offerto dalla direzione si palesa già dall’overture, che offre uno spunto di lettura interessante: siamo ad un passo dalla Guerra, l’atmosfera è pregna di malinconia e rimpianto, asciutta, potente, raccolta. Il mondo pare sia bagnato di lacrime inascoltate, che ritornano ripetutamente nel corso della serata a ricordare come la crudeltà stia per abbattersi sull’umanità. Struggenti i colori che Gianola distilla nei movimenti iniziali, per poi aprire con efficacia la pagina successiva, che risulta una sorta di vivace flashback . Un gioco metateatrale di grande suggestione narrativa, costruita con intelligenza, che si dipana con raffinatezza nel corso dello spettacolo, regalando piani di lettura paralleli: il dovere di stato, il gioco della commedia, i sentimenti autentici e quelli di facciata, senza mai dimenticare di sostenere i tempi comici e di supportare le voci, che Gianola valorizza con la bravura di quella ‘vecchia scuola all’italiana’ che troppi paiono non saper portare avanti.
Il gioco dei piani si fa interessantissimo nel secondo atto, in cui il direttore offre il giusto spazio alle danze iniziali senza mai rendere la musica subalterna e riportando, con pochi intensi passaggi, il racconto al senso metateatrale suggerito all’inizio.
Poetico l’incontro fra Danilo ed Hanna, che si fa struggente ed intenso in ‘Tace il labbro’, eseguito con dovizia di sfumature da cantanti ed orchestra.
Di grande spessore l’apporto del coro del teatro, diretto da Massimo Fiocchi Malaspina, che ha saputo trovare i giusto colori ed il corretto peso per esaltare il senso della partitura di Lehar.
La morale? Che l’amore sopravvive. Al tempo ed agli eventi. Nonostante tutto e nonostante tutti.
Il successo, franco, dello spettacolo è legato anche alla qualità degli interpreti.
Hanna Glawari è Mihaela Marcu, soprano di grande impatto, sia vocale che scenico. Conosce bene il ruolo e si mette in gioco nel migliore dei modi. Sa essere arrabbiata offesa, innamorata, calcolatrice, struggente. Sempre con uno strumento sicuro, dotato di acuti sicuri, solidi, compatti, filati eleganti, fiati lunghissimi.
‘Vilja’ è cantata con intensità e ricchezza di mezzi, senza inseguire l’applauso, ma pastellando momenti di intensa poesia, molto ben sostenuta da direzione ed orchestra, che le consentono di mettere in evidenza colori delicati e struggenti.
Mario Cassi è un effervescente Danilo Danilowitsch . Padrone della scena, sicuro vocalmente , dotato di una figura aitante, con la quale sa anche giocare, come quando all’entrata cammina in modo buffo, ma mai sguaiato, aggiunge un personaggio riuscito alla sua già amplissima galleria.
Gioca con sicurezza con la voce dal timbro virile, cesellando momenti di canto a fior di labbra che affianca ad altri in cui si impone per autorevolezza del timbro e bellezza del colore. Notevole l’appoggio anche durante i tanti recitativi, che sono importantissimi per la vicenda.
Le grandi pagine musicali di questa partitura sono interpretate con la classe che è propria a questo baritono dalla venticinquennale carriera, che tocca momenti di altissima suggestione in ‘Tace il Labbro’, in cui i toni caldi e bruniti della sua voce sembrano accarezzare la soavità del canto della Marcu.
Ma non si creda di essere davanti ad un cantante compassato: Cassi sa anche mettersi in gioco senza paura nelle tante coreografie e nei pezzi d’insieme più popolari, rivelando una verve ed una prestanza che ci fanno sperare di risentirlo presto in questo repertorio.
Jessica Nuccio è una lussuosa Valencienne. che interpreta con bravura anche i due ‘numeri speciali’ inseriti nella festa da Maxim, come si usa fare tradizionalmente nell’operetta. Il soprano siciliano ha una voce di grande bellezza e personalità e riesce a tratteggiare con abilità il personaggio della moglie fedifraga, aiutata in questo anche da una figura di grande bellezza e da una frizzante verve scenica. Mai ovvia, mai volgare, fa ridere di gusto, ma riesca anche a commuovere ed a coinvolgere. Deliziosa la sua presenza nel finale del primo atto, quando unisce verve e limpidezza vocale, ma anche il duetto che chiude il secondo, in cui si confronta con l’esuberanza vocale dello squillante Camille di Matteo Falcier. Il tenore è capace di sottolineare la parte comica del suo ruolo ed al tempo stesso di esaltare la partitura, giocando con i colori limpidissimi di uno strumento ben impostato e puntando sulla purezza degli acuti. Intensi e suggestivi ‘come Bocciol di rosa’ ed il successivo duetto con Valencienne.
Mirko Zeta è un appropriato e godibile Fabrizio Brancaccio, che da il giusto rilievo al suo personaggio.
Njegus è un divertente Giovanni Calcagno: allampato sulla scena, gioca con parole, accenti, tempi e gestualità, cercando alcune forzature che gli consentono una caratterizzazione macchiettistica ad effetto.
Lunghissimo l’elenco dei bravi comprimari, presenze fondamentali per il successo dello spettacolo.
Nicola Pamio, cantante dalla lunga esperienza, è uno spassoso Visconte Cascada.
Raoul de St Brioche è portato in scena da Stefano Consolini, che si conferma presenza brillante ed affidabile della scena lirica degli ultimi decenni;
Gianni Giuga è un riuscito Bogdanowitsch,, sposato con la divertente Sylviane di Paola Francesca Natale
Kromow è lo spassoso Filippo Micale, affiancato dalla moglie Olga della brava Tatiana Previati
Giovanni Palmentieri regale una riuscita caratterizzazione di Pritschitsch, cui risponde la spassosa consorte interpretata da Antonella Colaianni, che è un lusso ritrovare in questo personaggio secondario, cui dona la sua verve ed il suggestivo colore della sua voce gloriosa, che affianca la Nuccio nella bella ‘Barcarola’ inserita nel terzo atto.
Alla fine un meritato trionfo per tutti, con particolari acclamazioni per Cassi, la Marcu e Gianola.
L’operetta, se fatta bene, è viva ed attuale!
Gianluca Macovez
17 marzo 2026
informazioni
Catania, Teatro Massimo ‘Bellini’, venerdi 13 marzo 2026
La Vedova allegra
Operetta in tre parti di Victor Léon e Leo Stein
Musica di Franz Lehár
Direttore Roberto Gianola
Direttore del coro: Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Alessandro Idonea
Scene e costumi Giacomo Callari
Drammaturgia e coregia Giandomenico Vaccari
Video Leandro Summo
Coreografie Fredy Franzutti
Corpo di ballo Balletto del Sud
Orchestra, Coro e Tecnici del teatro Massimo Bellini di Catania
Allestimento del Teatro Politeama Greco di Lecce in collaborazione con la Fondazione Teatro Goldoni di Livorno
Hanna Glawari Mihaela Marcu
Danilo Danilowitsch Mario Cassi
Valencienne Jessica Nuccio
Camille de Rossillon Matteo Falcier
Mirko Zeta Fabrizio Brancaccio
Njegus Giovanni Calcagno
Visconte Cascada:Nicola Pamio
Raoul de St Brioche: Stefano Consolini
Bogdanowitsch: Gianni Giuga
Sylviane: Paola Francesca Natale
Kromow: Filippo Micale
Olga: Tatiana Previati
Pritschitsch: Giovanni Palmentieri
Praskowia: Antonella Colaianni