Martedì, 14 Luglio 2026
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Recensione di ‘Una notte al Cotton Club’, con la Trieste Early Jazz Orchestra nella stagione ERT FVG

 

A San Daniele del Friuli  viene proposta ‘Una notte al Cotton Club’, con la Trieste Early Jazz Orchestra.

Si tratta di uno spettacolo inserito nella categoria ‘Musica’  dell’Ert ed è abbastanza complesso recensire la serata.

Non per la qualità della proposta musicale. L’orchestra, fondata oltre dieci anni fa da Livio Laurenti ed ora diretta con sicurezza da Tom Hmeljak , suona benissimo, anche grazie a diversi eccellenti solisti. Ci sono una voce solista di buona resa, Paolo Venier ed una ballerina , Greta Rizzotti, che riesce con garbo ed eleganza a fare sfoggio di tecnica solida ed energia pirotecnica.

I brani sono presentati, a coppie, con ricchezza di dati ed una crescente ironia dall’appassionato Livio Laurenti.

Il pubblico applaude con convinzione e pare divertirsi.

Se quello cui abbiamo assistito è un concerto, potremmo dire  che la serata, dalla forte impronta didascalica e didattica, è riuscita.

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Recensione dello spettacolo Ashes in scena al teatro Spazio diamante di Roma dal 17 al 22 marzo 2026

 

La scena è spoglia. Solo quattro leggii e un sintetizzatore. È proprio da questa scenografia scarna che è possibile intuire cosa aspettarsi da Ashes. O forse no. Fin dall'inizio si comprende che il tipo di spettacolo che ci si aspettava non arriverà, e che proprio questa è la scommessa. Una tosse. Un «Papà?» lanciato nel vuoto. Il rumore sordo di qualcosa che cade. Poi silenzio, poi musica, e ancora una voce che chiede dove ha messo le chiavi della macchina. Siamo dentro una testa che ricorda: quelli che sentiamo sono i ricordi che potremmo aver accumulato noi stessi.

Ashes è l'ultimo lavoro della compagnia romana Muta Imago, guidata da Claudia Sorace e Riccardo Fazi, ed è uno spettacolo in cui il teatro smette di essere rappresentazione per diventare costruzione sonora. E come ogni costruzione ambiziosa, può essere fredda o calda a seconda di chi ci entra.

Quattro gli attori sul palco — Marco Cavalcoli, Federica Dordei, Ivan Graziano, Arianna Pozzoli — in abiti civili, ciascuno posizionato davanti a un microfono. Le luci di Maria Elena Fusacchia scandiscono lentamente il tempo scenico, mentre Lorenzo Tomio con chitarra e sintetizzatore costruisce un tessuto sonoro che non illustra, non commenta, non sottolinea, ma prende vita insieme alle voci. La scena non cambia mai fisicamente; il tempo, invece, non smette un secondo di farlo. Ciò a cui si assiste è un flusso di frammenti che sgorgano ininterrottamente, come i ricordi di una mente che non vuole — o non riesce — a fare ordine.

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Recensione della messa di scena di ‘ Vedova Allegra’ al teatro Massimo ‘Bellini’ a Catania

 

 Va in scena a Catania il capolavoro di Lehar: ‘La Vedova Allegra’.

Titolo amatissimo,  è tutt’altro che semplice da portare in scena, perché richiede cantanti sicuri vocalmente, capaci  di essere  attori dai tempi comici smaglianti, in grado di recitare e ballare, di coordinarsi alla perfezione nelle scena di massa, di non essere mai eccessivi, ma sempre al massimo della prestazione perché questo lavoro non permette nessun cedimento.

Ci vuole una bacchetta attentissima, capace di tenere le fila della vicenda comica, ma al tempo stesso di sublimare la poesia, trovare i colori giusti per l’orchestra, i tempi corretti per la narrazione, ma anche sostenere gli interpreti in un tour de force di due ore e mezzo di grande impegno, con continui cambi d’atmosfera e grande tavolozza di sensazioni.

Facile scivolare nel macchiettismo, occhieggiare all’avanspettacolo, indugiare nel facile effetto che strappa l’applauso, ma distrugge il capolavoro.

Per questo spettacolo il teatro siciliano ha optato per l’allestimento condiviso con i teatri di Lecce e Livorno, con le scene ed i costumi, a nostro parere fin troppo colorati,  di Giacomo Callari, i video di  Leandro Summo e la regia di Alessandro Idonea, coadiuvato da Giandomenico Vaccari, autore anche della drammaturgia: un sistema agile di quinte  con  fondale per le proiezioni, pochi elementi scenici e tanti video, ben girati, per trasportano la scena agli inizi del Novecento, poco prima dello scoppio della Grande Guerra.

Una soluzione del genere è certamente funzionale, non troppo onerosa, consente di ridurre i tempi dei cambi e supporta la narrazione in maniera quasi didascalica.

Certo si perde un po’ in suggestione e sicuramente un palcoscenico vuoto non supporta i cantanti.

Ma contemporaneamente offre gli spazi necessari perché i bravi ballerini del Balletto del Sud eseguano al meglio le effervescenti coreografie ideate da Fredy Franzutti, che il pubblico ha abbondantemente applaudito, con particolare apprezzamento per quelle dell’ultimo atto, autenticamente acclamate.

L’idea della regia è quella di spostare l’ambientazione a dopo la guerra e far vivere tutta l’operetta come un flashback.

Idea interessante, che forse avrebbe meritato ancora maggior drammatizzazione, ma che è stata sviluppata con misura e gentilezza e resa credibile e suggestiva grazie alla  bacchetta di  Roberto Gianola, direttore dalla solida esperienza e dalla grande sensibilità, capace di mettere in risalto il valore dell’orchestra  del teatro Massimo Bellini di Catania .

Gianola fa parte dei  talenti italiani che ha sviluppato gran parte della sua carriera all’estero, certo non per sua scelta, secondo un costume tutto italiano di accogliere a braccia aperte i musicisti esteri e di trascurare gli artisti di casa nostra. Anche quelli più interessanti. Situazione amaramente spiegabile, purtroppo, ma certamente inaccettabile e che dovrebbe finalmente portare i vertici della cultura nazionale ad una riflessione profonda ed autentica. Sopra le parti, al degli schieramenti, in nome dell’Arte e dei diritti del pubblico e degli artisti.

Il taglio prezioso offerto dalla direzione si palesa già dall’overture, che offre uno spunto di lettura interessante: siamo ad un passo dalla Guerra, l’atmosfera è pregna di malinconia e rimpianto, asciutta, potente, raccolta.  Il  mondo pare sia bagnato di lacrime inascoltate, che ritornano ripetutamente nel corso della serata a ricordare come la crudeltà stia per abbattersi sull’umanità. Struggenti i colori che Gianola distilla nei movimenti iniziali, per poi aprire con efficacia la pagina successiva,  che risulta una sorta di vivace flashback . Un gioco metateatrale di grande suggestione narrativa, costruita con intelligenza, che si dipana con raffinatezza nel corso dello spettacolo, regalando piani di lettura paralleli: il dovere di stato, il gioco della commedia, i sentimenti autentici e quelli di facciata, senza mai dimenticare di sostenere i tempi comici e di supportare le voci, che Gianola valorizza con la bravura di quella ‘vecchia scuola all’italiana’ che troppi paiono non saper portare avanti.

Il gioco dei piani si fa interessantissimo nel secondo atto, in cui il direttore offre il giusto spazio alle danze iniziali senza mai rendere la musica subalterna e riportando, con pochi intensi passaggi, il racconto al senso metateatrale suggerito all’inizio.

Poetico l’incontro fra Danilo ed Hanna, che si fa struggente ed intenso in ‘Tace il labbro’, eseguito con dovizia di sfumature da cantanti ed orchestra.

Di grande spessore l’apporto del coro del teatro, diretto da Massimo Fiocchi Malaspina, che ha saputo trovare i giusto colori ed il corretto peso per  esaltare il senso della partitura di Lehar.

La morale? Che l’amore sopravvive. Al tempo ed agli eventi. Nonostante tutto e nonostante tutti.

Il successo, franco, dello spettacolo è legato anche alla qualità degli interpreti.

Hanna Glawari è Mihaela Marcu, soprano di grande impatto, sia vocale che scenico. Conosce bene il ruolo e si mette in gioco nel migliore dei modi. Sa essere arrabbiata offesa, innamorata, calcolatrice, struggente. Sempre con uno strumento sicuro, dotato di acuti sicuri, solidi, compatti, filati eleganti, fiati lunghissimi.

‘Vilja’ è cantata con intensità e ricchezza di mezzi, senza inseguire l’applauso, ma pastellando momenti di intensa poesia, molto ben sostenuta da direzione ed orchestra, che le consentono di mettere in evidenza colori delicati e struggenti.

Mario Cassi è un effervescente Danilo Danilowitsch . Padrone della scena, sicuro vocalmente , dotato di una figura aitante, con la quale sa anche giocare, come quando all’entrata cammina in modo buffo, ma mai sguaiato, aggiunge un personaggio riuscito alla sua già amplissima  galleria.

Gioca con sicurezza con la voce dal timbro virile, cesellando momenti di canto a fior di labbra che affianca ad altri in cui si impone per autorevolezza del timbro e bellezza del colore. Notevole l’appoggio anche durante i tanti recitativi, che sono importantissimi per la vicenda.

Le grandi pagine musicali di questa partitura sono interpretate con la classe che è propria a questo baritono dalla venticinquennale carriera, che tocca momenti di altissima suggestione in ‘Tace il Labbro’,  in cui i toni caldi e bruniti della sua voce sembrano accarezzare la soavità del canto della Marcu.

Ma non si creda di essere davanti ad un cantante compassato: Cassi sa anche mettersi in gioco senza paura nelle tante coreografie e nei pezzi d’insieme più popolari, rivelando una verve ed una prestanza che ci fanno sperare di risentirlo presto in questo repertorio.

Jessica Nuccio è una lussuosa  Valencienne. che interpreta con bravura anche i due ‘numeri speciali’ inseriti nella festa da Maxim, come si usa fare tradizionalmente  nell’operetta. Il soprano siciliano ha una voce di grande bellezza e personalità e riesce a  tratteggiare  con abilità il personaggio della moglie fedifraga, aiutata in questo anche da una figura di grande bellezza e da una frizzante verve scenica. Mai ovvia, mai volgare, fa ridere di gusto, ma riesca anche a commuovere ed a coinvolgere. Deliziosa la sua presenza nel finale del primo atto, quando unisce verve e limpidezza vocale, ma anche il duetto che chiude il secondo, in cui si confronta con l’esuberanza vocale dello squillante Camille di Matteo Falcier. Il tenore è capace di sottolineare la parte comica del suo ruolo ed al tempo stesso di esaltare la partitura, giocando con i colori limpidissimi di uno strumento ben impostato e puntando sulla purezza degli acuti. Intensi e suggestivi  ‘come Bocciol di rosa’ ed il successivo duetto con Valencienne.

Mirko Zeta  è un appropriato e godibile Fabrizio Brancaccio, che da il giusto rilievo al suo personaggio.

Njegus  è un divertente Giovanni Calcagno: allampato sulla scena, gioca con parole, accenti, tempi e gestualità, cercando alcune forzature che gli consentono una caratterizzazione  macchiettistica ad effetto.

Lunghissimo l’elenco dei bravi comprimari, presenze fondamentali per il successo dello spettacolo.

Nicola Pamio, cantante dalla lunga esperienza,  è uno spassoso Visconte Cascada.

Raoul de St Brioche è portato in scena da Stefano Consolini,  che si conferma presenza brillante ed affidabile della scena lirica degli ultimi decenni;

Gianni Giuga è un riuscito  Bogdanowitsch,, sposato con la divertente Sylviane di Paola Francesca Natale

Kromow è lo spassoso Filippo Micale, affiancato dalla moglie Olga della brava Tatiana Previati

Giovanni Palmentieri regale una riuscita caratterizzazione di Pritschitsch, cui risponde la spassosa consorte interpretata da Antonella Colaianni, che è un lusso ritrovare in questo personaggio secondario, cui dona la sua verve ed il suggestivo colore della sua voce gloriosa, che affianca la Nuccio nella bella ‘Barcarola’ inserita nel terzo atto.

Alla fine un meritato trionfo per tutti, con particolari acclamazioni per Cassi, la Marcu e Gianola.

L’operetta, se fatta bene, è viva ed attuale!

 

 

Gianluca Macovez

17 marzo 2026

 

 

informazioni

Catania, Teatro Massimo ‘Bellini’, venerdi 13 marzo 2026

La Vedova allegra

Operetta in tre parti di Victor Léon e Leo Stein

Musica di Franz Lehár
Direttore Roberto Gianola

Direttore del coro: Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Alessandro Idonea
Scene e costumi Giacomo Callari
Drammaturgia e coregia Giandomenico Vaccari
Video Leandro Summo
Coreografie Fredy Franzutti
Corpo di ballo Balletto del Sud

Orchestra, Coro e Tecnici  del teatro Massimo Bellini di Catania

Allestimento del Teatro Politeama Greco di Lecce in collaborazione con la Fondazione Teatro Goldoni di Livorno

 

Hanna Glawari Mihaela Marcu

Danilo Danilowitsch Mario Cassi
Valencienne Jessica Nuccio
Camille de Rossillon Matteo Falcier
Mirko Zeta Fabrizio Brancaccio

Njegus Giovanni Calcagno

Visconte Cascada:Nicola Pamio

Raoul de St Brioche: Stefano Consolini

Bogdanowitsch: Gianni Giuga

Sylviane: Paola Francesca Natale

Kromow: Filippo Micale

Olga: Tatiana Previati

Pritschitsch: Giovanni Palmentieri

Praskowia: Antonella Colaianni

 

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Recensione della recita udinese de ‘Il Trovatore’ al teatro ‘Giovanni da Udine’

 

Il promesso aggiornamento sul ‘Trovatore’ allestito dal Verdi di Trieste e portato in decentramento ad Udine non risponde alle domande emerse su questo spettacolo e  che, diciamolo subito, in terra friulana si è chiuso con sei minuti abbondanti di applausi e quindi rientra nella categoria dei successi.

Ci eravamo proposti di recensire l’ultima delle repliche per capire se lo scorrere delle recite migliorava  la resa di uno spettacolo che a noi da subito era apparso più ricco di ombre che di luci.

Diciamo subito che la sostituzione del protagonista ci impedisce di rispondere alla domanda iniziale in forma compiuta ma rende deflagrante la questione centrale: quello che conta a questo punto non è tanto come  hanno cantato gli interpreti o ha suonato l’orchestra, ma se è giusto che per avere dei grandi nomi si accetti  di modulare il calendario delle prove, magari sostituendoli e permettendogli di arrivare all’ultimo momento, con  una loro personale idea del personaggio, oppure se si accetti di cambiare radicalmente la struttura dell’opera per accogliere i loro desiderata.

Di fatto le differenze fra prima compagnia e seconda erano macroscopiche, proprio nella scelta  musicale.

Udine doveva essere la cartina tornasole: il primo cast era alla quinta replica e quindi rodato, nei giorni precedenti non c’erano spettacoli e con le voci riposate quella mesa in scena avrebbe potuto essere il vertice della produzione.

Così non è stato: un cambio annunciato il giorno prima ha portato il Manrico della seconda compagnia a cantare con i colleghi della prima, proponendo di fatto un terzo cast, inedito.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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