Lunedì, 26 Ottobre 2020
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Intervista ad Alessandro Preziosi protagonista dello spettacolo L’odore assordante del bianco in scena dal 26 novembre al 1 dicembre 2019 al Teatro Vascello

 

Alessandro Preziosi torna in scena al Teatro Vascello con L’odore assordante del bianco, regia di Alessandro Maggi e testo di Stefano Massini. Uno spettacolo che racconta la reclusione di Van Gogh nel manicomio di Saint Paul De Manson, un’impresa nuova e totalizzante per Alessandro Preziosi che parla di questo ruolo come di un’immersione totale dentro sé stesso alla ricerca delle pieghe più fragili, e per questo più spaventose, dell’animo umano che si scontrano con il carattere impetuoso di Van Gogh al quale riesce ad imprimere il suo sguardo personale e il suo intenso e partecipato amore per l’arte. 

 

A teatro ti sei spesso cimentato con grandi personaggi classici del teatro: Amleto, Cyrano De Bergerac, qual è la differenza nell’approcciarsi invece ad un personaggio così reale e soprattutto preso in un momento di fragilità come la reclusione in manicomio?

La contemporaneità, chiaro che esiste una letteratura contemporanea più europea, noi abbiamo scelto un testo di Stefano Massini per cambiare passo, registro e codice. La differenza è gigantesca nella misura in cui anche tutta l’impostazione dell’allestimento cambia, il modo di recitare cambia e soprattutto non hai più il paracadute della letteratura non hai più il paracadute di una storia che si conosce già e per quanto tu la possa cambiare resta quella, invece parlare di Van Gogh, parlare di una persona che è conosciuta nella sua forza fragile, nella sua forza di dolore e di disperazione permette allo spettacolo di approfondire questo argomento e far capire che la fragilità è una forza nella misura in cui fa parte dell’essere umano, nella sua accettazione ne rappresenta una grande forza.

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Il regista e protagonista dello spettacolo Essere Don Chisciotte in scena al Teatro Flaiano dal 21 novembre al 1 dicembre 2019, racconta le sue scelte drammaturgiche in questa nuova versione visionaria del capolavoro di Cervantes con Maurizio Castè, Lina Bernardi, Eleonora Cardei, Giovanni Sorrentino, Giordano Luci, Ariela La Stella, Antonio Maria Duccilli

 

Come ti sei diviso tra il triplo ruolo di regista, scrittore e interprete dello spettacolo?

Non è stato facile. Sicuramente il ruolo più difficile è stato quello di drammaturgo perché, dopo aver rappresentato Don Chisciotte più volte nel corso della mia carriera, questa volta ho sentito l’esigenza di fargli dire qualcosa in più. È stato importante per me partire da ‘altro’: non volevo che Don Chisciotte fosse solo l’hidalgo spagnolo che tutti conoscono ma, attraverso l’antefatto iniziale, volevo che rappresentasse anche qualcosa di diverso per lanciare un messaggio al pubblico. Anche il ruolo di regista è sempre complesso: il regista-attore tende a dirigere per il 90% gli altri e riesce a dedicarsi al proprio personaggio affidandosi all’occhio esterno degli aiuto-regista, come lo è stata in questo caso Eleonora Cardei. È un doppio ruolo che ho già affrontato diverse volte come nel ‘Dr Jekill and Mr Hide’ o nel ‘Caligola’: è molto faticoso ma porta grandi soddisfazioni.   

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L’attrice protagonista di Bolle di sapone ci racconta l’universo delicato e pudico del suo personaggio. Scritto e diretto da Lorenzo Collalti, lo spettacolo sarà in scena al teatro Brancaccino fino al 1 dicembre 2019

 

Ciao Grazia, prima di tutto complimenti. Ho visto lo spettacolo e mi è piaciuto molto, ma devo ammettere che quando si sono spente le luci sono rimasta senza parole. Non riuscivo a credere fosse finita così. Poi mi sono presa del tempo, ho metabolizzato e sono riuscita a dare un senso a tutto, soprattutto al titolo. Perché proprio Bolle di sapone? 

Bolle di sapone perché i due protagonisti sono come due bolle di sapone, sono un universo chiuso e possono vivere solamente sfiorandosi. Non possono toccarsi veramente, perché altrimenti scoppiano, esplodono. In natura non esiste una bolla di sapone che si può fondere con un’altra. Diciamo che questa è l’immagine che Lorenzo Collalti ha voluto restituire, anche se alla fine spetta sempre allo spettatore vivere il suo personale spettacolo e avere la sua personale interpretazione. Del titolo compreso. Sicuramente non troverà da nessuna parte perché si chiama così. 

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Abbiamo intervistato il regista Giulio Manfredonia artefice della regia di Paura d’amare, in scena al teatro Brancaccino dal 24 ottobre 2019 al 3 novembre 2019. La scia emotiva lasciata dallo spettacolo è stata occasione per evidenziare lo stile registico di Manfredonia orientato, in questa pièce, ad oltrepassare la parola recitata per cogliere e comunicare l’emozione ad essa sottostante.

 

La drammaturgia nasce come testo teatrale per poi svilupparsi nella versione cinematografica nel 1991. Qual è stato l’elemento che l’ha convinta ad impostare la regia teatrale partendo dal film ?  

La perfezione del testo che racconta la difficoltà di vivere la propria vita all’interno di una storia d’amore complessa collocata nella quotidianità. Tale fedeltà alla realtà di tutti i giorni mi è piaciuta. Nel testo è presente anche il doppio registro della commedia e del dramma perchè, proprio come nella vita, il dramma arriva quando meno te lo aspetti. I due protagonisti, pur collocati nella loro epoca storica, sono personaggi ancora attuali perchè raccontano vicende umane universali e senza tempo, come appunto la fatica di vivere.

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Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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