Martedì, 24 Maggio 2022
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Nel mondo globalizzato del quale tutti ormai facciamo parte, numerose sono le iniziative che abbattono i confini geografici, superano le differenze linguistiche e culturali, travalicano i chilometri e il fuso orario, per unire le più varie personalità a spendere il proprio tempo e le proprie energie per un ideale comune. 

Una di queste meravigliose esperienze si chiama Storytellers for Peace.

 

Il progetto Storytellers for Peace nasce nel giugno del 2016, ideato e diretto da Alessandro Ghebreigziabiher (scrittore, narratore e attore di Roma). Si tratta di una rete internazionale di artisti, narratori, autori, attori e musicisti, che creano storie collettive attraverso la realizzazione di un video a più voci. Gli artisti provengono da tutto il mondo e narrano storie di pace, giustizia, uguaglianza e diritti umani. Ogni partecipante racconta nella propria lingua madre. Il risultato finale è quindi un video di narrazione multilingue che mostra quanto il mondo possa essere bello, interessante, ricco, variegato, quando si unisce per una causa importante che riguarda tutti. Il motto degli Storytellers for Peace è proprio “costruiamo la pace attraverso le storie”.

 

Il network è ormai giunto al decimo video. Dopo aver affrontato argomenti come il 30° anniversario della caduta del muro di Berlino o il 70° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani, il video attuale è stato realizzato in occasione del prossimo 2 dicembre. In questa data si celebra la Giornata Internazionale per l’abolizione della schiavitù, evento istituito dall’Assemblea dell’ONU nel 1986:

 

 Il video realizzato per questa importante ricorrenza narra storie sulla schiavitù passata e alcune forme di quella attuale. Proprio in quest’occasione, si è aggiunta la compagnia indiana “Theatre for change”, da sempre al fianco dei cittadini poveri e sfruttati attraverso il teatro e la narrazione. Gli altri storytellers che hanno partecipato a questo video provengono dagli Stati Uniti, dall’Argentina, dall’Eritrea, dalla Germania, dalla Spagna e naturalmente dall’Italia. Le scorse edizioni avevano visto la partecipazione anche di storytellers dall’Australia, dal Cile, dal Portogallo e dal Bangladesh.

Dai cinque continenti quindi, narratori di diverse culture, lingue, religioni, usanze, si uniscono perché accomunati da un’idea più grande delle loro differenze, un’idea che è la stessa per tutti gli esseri umani: la pace.

 

Cecilia Moreschi

28 novembre 2020

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Ridere piace a tutti, ridere fa bene a tutti. Chi di noi non preferisce trascorrere una serata in compagnia di quell’amico allegro e dalla battuta pronta, piuttosto che con il musone che ha costantemente qualche problema e sembra avercela con il mondo intero?

Ma forse in pochi sanno che dagli studi sulla potenza benefica del ridere si è sviluppata una vera e propria terapia.

La comicoterapia nasce dall’esperienza del clown dottore statunitense Patch Adams (1945- ) e si basa sull’intuizione (poi dimostrata scientificamente) che la risata abbia un effetto positivo sul sistema immunitario in quanto innesca nell’organismo una serie di processi chimici scientificamente dimostrati. 

La storia di Patch Adams è divenuta celebre grazie al film con Robin Williams, e sebbene il vero protagonista non ne fu mai davvero soddisfatto, la pellicola ha avuto l’indubbio pregio di veicolare il suo messaggio in tutto il mondo. Quale messaggio? Che la risata riduca gli stati ansiogeni e le contratture muscolari dell’individuo, oltre a favorire la secrezione di analgesici naturali. La risata veicola emozioni positive come gioia, speranza, ottimismo, tenerezza, fiducia, le quali si riflettono inevitabilmente sulla salute psicofisica del paziente. Gli studi sul campo hanno portato all’identificazione di una nuova branca, la gelotologia, che studia esattamente il potere terapeutico della risata. 

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Il teatro, l’arte più direttamente comunicativa ma anche più effimera. L’arte che esiste nel qui e ora del palco, e un attimo dopo la chiusura del sipario non esiste più. Esattamente come la vita, che accade a ciascuno di noi in questo preciso momento e non è mai uguale a se stessa.

A teatro noi assistiamo allo svolgersi di esistenze in cui spesso troviamo frammenti che ci appartengono. Gli attori entrano in scena, e sono talmente vicini a noi che potremmo fare pochi passi e toccarli. Camminano, parlano, gesticolano, esprimono emozioni, intessono relazioni, restano vittime di dinamiche irrisolte o fraintendimenti. 

Esattamente come avviene a ciascuno di noi nella realtà. 

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Oggi eravamo tutti pronti a celebrare la sua carriera e la sue maschere perché avrebbe compiuto ottant’anni. Invece, con un ultimo colpo di teatro, Gigi Proietti ci ha lasciato alla prime luci dell’alba. 

Grande mattatore che ha saputo far ridere con grande intelligenza, lontano da quel modo di fare comicità volgare che spesso contraddistingue i giorni nostri. Inutile ricordare tutti i suoi grandi successi, i grandi personaggi che lo hanno portato alla ribalta sia a teatro che sul piccolo e grande schermo. Oggi lo vogliamo ricordare sopratutto con le parole che ci disse la prima volta che lo incontrammo. Era il 2015 e sul palco del Globe Theatre di Roma, a villa Borghese, raccontandoci gli spettacoli della nuova stagione, con una vela di malinconia negli occhi, disse “il teatro è la nostra ultima spiaggia”. Parole che oggi hanno un sapore ancora più amaro visto il periodo storico che stiamo vivendo. L’ultima spiaggia del suo Globe rimane ancora viva, nonostante il Coronavirus anche quest’anno è stata una grande stagione a dimostrazione che quanto fatto negli ultimi dieci anni come direttore artistico è stato importante per il respiro culturale di Roma e dimostrazione che il pubblico ne ha bisogno.

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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