Lunedì, 17 Giugno 2024
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In questi giorni il mondo del teatro del Nord Est è stato scosso da una notizia che lascia increduli: Fiorenza Cedolins, soprano dalla trentennale carriera di successo nei più grandi teatri del mondo, nominata a febbraio di quest’anno direttrice artistica del settore Musica e Danza del ‘ Giovanni da Udine’, non vedrà rinnovato il suo contratto.

Un mancato rinnovo apparentemente inspiegabile.

Certo non per la mancata qualità della proposta formulata: la ‘sua’ stagione è ricca di titoli, ma soprattutto presenta interpreti  di prima grandezza, molti dei quali non si erano mai esibiti ad Udine e che certamente possono attirare pubblico ben oltre i confini regionali.

Solo per fare qualche esempio, domenica prossima ci sarà il concerto di Francesco De Muro, tenore dalla fama mondiale abituato ai pubblici del Metropolitan di New York, dell’Operà di Parigi, di Madrid, Berlino, Siviglia, che il 3 dicembre terrà l’unico recital italiano di quest’anno.

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Lavoro con il Teatro Ragazzi da oltre 25 anni, sia all’interno degli istituti scolastici che al di fuori di essi, in teatri o altre realtà che offrono il laboratorio teatrale come occasione di crescita da innumerevoli punti di vista.  

Alcuni dei bambini o adolescenti partecipano ai miei laboratori solo per una stagione; altri per alcuni anni; altri ancora, una volta raggiunta la maggiore età, intraprendono percorsi universitari o accademici per fare dell’arte scenica la propria professione. Ma non sono la maggioranza. In ogni caso, ho sempre avuto chiaro fin dal mio primo incarico in questo ambito, che il Teatro Ragazzi è una magnifica occasione per crescere nella maniera più armoniosa possibile; il teatro migliora gli aspetti relazionali, linguistici comunicativi; aumenta l’empatia, stimolando a essere persone migliori; opera su funzioni esecutive importantissime quali la memoria, l’attenzione, la concentrazione, il problem solving; implementa la collaborazione con tutti, facendo in modo che ciascuno si senta parte di un gruppo che coopera per un obiettivo comune; e potrei andare avanti.

Spesso vengo a conoscenza di magnifiche esperienze condotte da miei colleghi, che hanno suscitato nei loro giovani allievi l’amore per il teatro (e di conseguenza per l’arte, la musica, la letteratura, la bellezza) tirando fuori da essi talenti che non sapevano di avere; aumentando l’autostima e la costruzione di autentici rapporti che durano nel tempo.

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Recensione della prima giornata di Roma Live Arts, rassegna internazionale di spettacoli di prosa, musica, teatrodanza e arti varie dedicata alla memoria di Peter Brook.

 

Il  21 novembre ha preso il via il “ Roma Live Arts”, la rassegna internazionale di spettacoli di prosa, musica, teatrodanza e arti varie dedicata alla memoria di Peter Brook. L’ apertura è stata affidata al Maestro Eugenio Barba che nella magica atmosfera dello “Spazio Rossellini”, dopo di lui lo spettacolo “Ave Maria” diretto da Eugenio Barba e ancora a seguire le esibizioni performative di Abraxa Teatro. Tra un evento e l’altro il pubblico è potuto intervenire, proporre, manifestare la propria idea di teatro.

Eugenio Barba, un uomo di oramai 86 anni, con la freschezza e la curiosità di un giovane alle prime armi, ha raccontato la sua storia di teatro con la semplicità di chi continua a giocare con lo stupore che gli regala quest’arte meravigliosa. Eugenio parte dalla Puglia, dopo che è rimasto orfano di padre, per andare in Norvegia, dove lavorerà come saldatore e marinaio. Il contatto con un paese straniero, negli anni cinquanta, lo racconta come drammatico, perché l’altro allora, era davvero un “diverso”, sul quale si percuotevano episodi di razzismo quotidiano. La distanza era soprattutto quella linguistica e la sofferenza della perdita della lingua madre portarono Barba ad affinare il senso cinestetico, poiché alla mancanza di lingua doveva sopperire necessariamente l’affinarsi degli altri sensi. Questa “empatia sensoriale”, non a caso, diverrà un motivo dominante del lavoro pedagogico e teorico del Maestro; eppure questa “scoperta semplice” nasce dal dolore della lontananza. Stesso dolore che lo porterà a scegliere di fare teatro, cosa a cui lui fino ad allora non aveva mai pensato; il teatro gli permetteva di muoversi e mettere una maschera attraverso la quale poteva nascondere il suo essere straniero.

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L’espressione “teatro dell’assurdo” identifica una tipologia di opere scritte da alcuni drammaturghi europei tra gli anni ’40 e ’60 del secolo scorso. Il suo carattere distintivo è l’abbandono della drammaturgia razionale, che viene scalzata da una successione di eventi illogica e all’apparenza priva di significato, e del linguaggio logico-consequenziale, il quale viene sostituito da dialoghi insensati e ripetitivi che seppur tragici possono scatenare il riso. In questo modo si mostra l’alienazione, l’angoscia, la crisi, la solitudine e l’impossibilità a comunicare dell’uomo contemporaneo. 

L’opera forse più rappresentativa del teatro dell’assurdo è Aspettando Godot di Samuel Beckett. In essa due mendicanti, Estragone e Vladimiro, si incontrano su una scena vuota e non fanno altro che aspettare un certo Godot (che non arriva), ma nel mentre parlano giusto per fare qualcosa. L’attesa è movimentata dal transitare di due strani personaggi, di cui il ricco Pozzo porta al guinzaglio l’altro, il suo servitore Lucky. Quando i due lasciano la scena, l’attesa ricomincia fino all’arrivo di un ragazzo, il quale comunica che Godot non verrà più quel giorno, ma il seguente. Allora Estragone e Vladimiro ricominciano ad aspettare e tutto si ripete, compresi l’incontro con Pozzo e Lucky e l’arrivo del messaggio, identico al precedente. Lo spettacolo si conclude proprio con l’attesa dei protagonisti.           

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 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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