Domenica, 15 Marzo 2026
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 “Una mano per un sorriso – For children” è una ODV che opera a livello nazionale e internazionale con l’intento di sviluppare progetti umanitari volti alla difesa dei diritti dell’infanzia del mondo e alla lotta alla marginalità. Attualmente è operativa in Africa, Medioriente e Italia. Opera su diversi fronti: dall’intervento nelle emergenze umanitarie di paesi in guerra o in luoghi di migrazioni all’attuazione di progetti sanitari, didattici e formativi in diverse scuole e centri per lo sviluppo e la difesa di bambini e ragazzi nel mondo. In particolare, a Nairobi, sta sviluppando una scuola nel cuore della baraccopoli di Korogocho: la prima Smiling School. A essa si affiancherà presto una seconda che si sta realizzando di fronte al centro polifunzionale per la scoperta e lo sviluppo dei talenti, lo Smiling Center, situato proprio a ridosso della discarica di Dandora.

Numerosi sono i volontari che da tutta Italia offrono il loro tempo e le loro competenze per i bambini e gli adolescenti che frequentano la scuola. Nello scorso mese di luglio, in particolare, sono giunti fin lì alcuni terapisti del Centro di Audiofonologopedia di Roma per portare avanti un progetto in collaborazione con l’Università Sapienza e con l’Università dell’Aquila, con la sapiente guida e supervisione della prof.ssa Maria Lauriello.

In esso la Logoteatroterapia e il potenziamento cognitivo hanno operato per l’importanza della comprensione sociale, l’uso funzionale del corpo nello spazio, la pragmatica, la comprensione e rappresentazione delle emozioni, il concetto delle proporzioni e tanto altro ancora. L’obiettivo primario era ampliare il livello cognitivo di bambini che vivono in condizioni di privazione sociale e povertà estrema.

Il progetto, iniziato grazie a Roberta Cernicchiaro (logopedista) e Ilaria Mulieri (psicologa) ha spaziato da un’analisi del livello cognitivo iniziale dei bambini alla verifica delle loro competenze propriocettive, spaziali e motorie. Non senza prendersi il lusso di trascorrere qualche pomeriggio giocando a basket, sport insegnato loro sempre da Cernicchiaro.

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Nell’arco dei lunghi mesi che vanno da settembre a giugno dell’anno successivo, in cui si svolge il laboratorio di logoteatroterapia, accadono sovente cose straordinarie. La storia che segue è una di queste.

Carlotta (nome di fantasia) è un’adolescente di 13 anni affetta da problematiche uditive, linguistiche e socio-pragmatiche. Gli anni di reclusione dovuta al Covid e lunghi periodi di degenza in ospedale hanno ulteriormente inficiato quello che sarebbe stato il naturale sviluppo del linguaggio e della comprensione dei vari contesti. Il risultato è una ragazzina bellissima, agile come una gazzella, con grandi doti nello sport ma che dispone di un vocabolario ridottissimo e altrettanto esigue  capacità di comprensione e produzione del linguaggio sia verbale che non verbale. Non è difficile afferrare che il suo pressoché totale disinteresse verso qualsivoglia attività sia uno scudo protettivo che ha dovuto costruirsi per difendersi in qualche modo dagli insuccessi. Di conseguenza devo sforzarmi, ogni singola volta, di andare oltre, di far leva sui suoi punti di forza, di credere nella sua intelligenza e offrirle sempre nuovi strumenti e possibilità.

Carlotta viene inserita suo malgrado nel laboratorio di logoteatroterapia. Non fa mistero del suo totale rifiuto verso il teatro, ovvero nei confronti di una qualsiasi attività che la porti a mettersi in gioco e a uscire dalla zona comfort. Ogni settimana la accolgo con grandi sorrisi, battute scherzose. Utilizzo tutte le strategie di coinvolgimento che ho strutturato negli anni e che hanno dato frutto nelle più disparate situazioni. A volte riesco a scalfire la corazza, altre volte no. Ogni settimana mi sembra di dover ricominciare da capo, eppure so bene quanto il teatro e le attività specifiche di logoteatroterapia siano proprio ciò che le serve per avvicinarsi e comprendere almeno in parte la realtà che la circonda, nella quale giocoforza è costretta a condurre la sua esistenza.

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Tutti i professionisti dell’età evolutiva o genitori che, giocoforza, vengono in contatto con compagni di scuola, sport o semplici amici dei propri rampolli hanno di certo conosciuto qualche bambino o adolescente il quale si comporta con estrema rigidità  esprimendo al contempo una scarsissima gamma di emozioni. 

Non bisogna ricorrere per forza a disturbi conclamati o alla neurodiversità per incontrare individui similari. È sufficiente anche un basso livello socioculturale, povertà di numero di esperienze all’aria aperta e insieme a gruppi dei pari, numero di ore eccessivo davanti a schermi di tablet o smartphone e spesso il risultato può essere questo. Un individuo che si relaziona mettendo in campo sempre le stesse modalità comunicativo-relazionali, incurante dei diversi ruoli, degli ambienti, delle regole sociali.   

Prendiamo ora la celeberrima scoperta dei neuroni specchio, a opera del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti e del suo team di ricercatori di Parma. Una considerevole parte di neuroni presenti in diverse aree del nostro cervello si attiva sia quando compiamo un’azione o proviamo un’emozione in prima persona, che quando osserviamo un altra persona fare lo stesso. L’interconnessione di varie aree cerebrali con proprietà “specchio” ha fatto sì che che da un certo punto in poi si parlasse di “sistema mirror” in quanto si tratta di un vero e proprio network di cellule cerebrali che scaricano, comunicano, creano sinapsi quando vedono un’azione compiuta da un altro. E tutto questo aumenta quando l’individuo che osserva ha già un certo grado di conoscenza ed esperienza dell’azione osservata, ad esempio se si tratta di qualcuno che ha studiato danza e assiste a un musical comodamente seduto in una delle poltrone in platea. Al momento delle coreografie, la sua attività cerebrale sarà decisamente più consistente dell’amico accanto che ha trascorso la sua adolescenza giocando a basket.

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Nei laboratori teatrali dedicati all’età evolutiva condotti presso istituti scolastici  (ma anche in associazioni teatrali specializzate nel lavoro con bambini e ragazzi, oratori parrocchiali, cooperative sociali...) trascorrono veloci le settimane di creazione della messinscena e delle prove in cui ogni singolo elemento viene limato, perfezionato, anche eliminato se necessario.

Noi registi, docenti o animatori teatrali stimoliamo gli allievi a integrare tutti gli apprendimenti lavorati nei mesi o anni precedenti: la propriocezione, il corpo nello spazio, la relazione con l’altro, il personaggio, l’espressione, la voce, il gesto associato alla battuta, la memoria, il problem solving, e tanto altro ancora.

I ragazzi si aiutano gli uni con gli altri, prestandosi oggetti e indumenti o suggerendo le battute dimenticate. Lavoriamo tutti alacremente, persino i genitori sono spesso coinvolti nel cucire l’abito adatto o dipingere un pannello della scenografia. E che dire dei docenti? Si spendono generosamente, andando oltre il proprio orario di lavoro, controllando che tutto sia perfetto, stimolando ciascuno degli allievi a tirar fuori il meglio di sé, a restare concentrato sull’obiettivo da raggiungere non facendosi distrarre da elementi o informazioni non pertinenti, e (anche qui) tanto altro ancora.

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Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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