Lunedì, 25 Ottobre 2021
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OMBRE
 tre percorsi individuali per un'unica mostra fotografica collettiva con tanti punti di contatto


Paolo Soriani, Marco Barretta e Fabrizio Caperchi ci parlano di Ombre mostra fotografica allestita al Teatro Studio Uno dal 6 al 26 marzo 2015

Come nasce l'idea di questa Collettiva?

Paolo Soriani: Nasce dall'unione di spiriti comuni, nel senso di persone che si conoscono perché si stimano. Nell'ambito fotografico i fotografi hanno spesso quell'atteggiamento di "cane e gatto" o "di paura di...", noi invece abbiamo un rapporto di stima reciproca e la voglia di condividere, comunicare e anche di mostrarci attraverso un percorso che non sia individuale ma comune, che parte ovviamente da tre differenti ricerche personali ma poi trova elementi comuni. Il gioco di questa mostra è proprio quello di portare le persone all'interno di un percorso individuale ma far sentire che in fondo c'è uno spirito che ci accomuna.

Fabrizio Caperchi: L'idea nasce dall'amicizia, dalla stima che lega me Paolo e Marco e dalla passione comune per la "fotografia d'arte" (non "l'arte della fotografia") ovvero il cercare di immortalare eventi artistici.

Marco Barretta: Questo progetto nasce dall'amicizia e da questa passione comune che abbiamo sia per l'arte sia per il teatro. Come fotografo mi piace catturare questo tipo di immagini e questa collettiva è un occasione per mostrare quello che ho fatto. Ovviamente nella mia ricerca non mi fermo solo al teatro in se ma nei miei scatti ci sono anche gli artisti di strada, quindi mi piace cogliere l'artista nel suo insieme e nella sua essenza del momento. Infatti ogni mia foto ha un nome preciso (Passione, Equilibrio, Forza...) che sottolinea l'emozione dell'istante immortalato e l mie istantanee prese nel loro insieme definiscono cosa sono il teatro e l'artista nelle loro molteplici sfaccettature. Poi io sono un fotografo di viaggio e mi piace ogni volta che torno avere quella consapevolezza in più per poter raccontare storie all'interno di un mondo che amo.


Perché  "Ombre"? Qual'è il filo conduttore

Fabrizio Caperchi: Il nome della collettiva è stata un'idea geniale di Marco, "Ombre" l'ha pensato lui e fin da subito ci siamo rispecchiati in questo nome perché le fotografie che esponiamo sono foto di scena musicali, teatrali o altro e non è l'immagine in primo piano ma sopratutto quel gioco di ombre col suo vedo non vedo che in realtà definisce  e ti da la dimensione dello spettacolo.


Paolo Soriani: Il filo conduttore sono le  figure del fotografo, che in quanto tale deve trasformarsi in una presenza percepibile e al contempo invisibile, e dell'attore, che allo stesso modo già nell'antichità era considerato un'ombra,una presenza. Il gioco è proprio questo; quello tra il soggetto rappresentato e il fotografo che molto spesso attraverso il suo sguardo cattura l'ombra e non il personaggio reale. Quindi l'ombra siamo noi fotografi e le ombre sono anche coloro che rappresentiamo nelle nostre fotografie ma allo stesso tempo attraverso la foto l'ombra viene catturata mentre, sul palco ma anche nella vita di tutti i giorni, le persone sono temporaneamente infiniti personaggi e sta proprio a noi fotografi storicizzare quello che poi sarà il momento unico e irripetibile.

Marco Barretta: Io credo che l'artista sia un'ombra e la sua arte sia la vera essenza, per questo ho sempre visto i teatranti e gli attori come una persona completa davanti a un riflettore che proietta la sua ombra che è la sua arte. Immagino sempre una fonte luminosa non fissa,come una fiamma, che ogni volta fa cambiare l'ombra.

 

C'è  tra gli scatti che stai per esporre uno che ha un maggior peso rispetto gli altri?

Paolo Soriani: Non c'è una gerarchia perché ogni fotografia ha una storia. In fondo noi abbiamo allestito una mostra di 50 foto che sono pochissime ma tali devono rimanere perché devono avere un impatto su quelli che poi saranno i visitatori ed aprire la loro curiosità spingendoli chiedersi " Ah ma quello...chi è? Che fa?" e ad andare oltre questo piccolo evento.

Ascoltandoti mi è venuto spontaneo chiederti cosa intendi nel tuo caso con "Ogni fotografia ha una sua storia".

Paolo Soriani: Ogni foto ha una storia poiché costruisco le mie immagini, nel senso che i miei ritratti sono stati pensati non sono foto di scena però è anche vero che allo stesso tempo che di fronte al mio abiettivo le persone hanno recitato se stessi. Quello che voglio comunicare è proprio questo gioco di rappresentazione di sè che hanno fatto non essendo teatranti poiché per quel che mi riguarda lavoro esclusivamente per il mondo della musica.

Il ruolo del fotografo e della fotografia oggi.

Fabrizio Caperchi: Il ruolo della fotografia e del fotografo hai tempi dei social network trovo che sia molto complicato perché si è perso il senso del bello, dell'estetica; si va molto al "like" senza guardare in realtà cosa c'è dietro. Purtroppo una bella fotografia non viene più analizzata per quello che è, al di là della perfezione tecnica. Ho sempre pensato che la tecnica sia indispensabile ma per andare oltre,per oltrepassarla, perché se vuoi catturare l'essenza di qualcosa devi smontare il muro e lo devi fare con coscienza, devi cioè sapere quel che fai. Non si diventa fotografi perché si hanno 1000 "like" sulla fotografia scattata col cellulare premendo semplicemente un bottone. Questo non significa assolutamente che chi realizza foto con lo smartphone non sa fare fotografie. Ho visto fotografie bellissime fatte così e lo erano perché erano state scattate da persone che sanno fotografare; il punto di partenza non è avere il mezzo ma saperlo usare e sapere cosa ci fai.

Paolo Soriani: Per quel che riguarda la fotografia sarebbe importante recuperare sia il valore estetico sia il valore linguistico dell'immagine, quindi da una parte non si deve dimenticare la bellezza ma dall'altra che ogni volta che si scatta una fotografia, e poi  la si posta su facebook o la si stampa o la si espone, si vuole dire qualcosa e questo atto comunicativo è sempre l'esposizione di una parte intima di se. Infatti dico sempre ai miei studenti che saper scrivere o dipingere non significa ne essere un poeta ne essere un pittore, allo stesso modo saper scattare una fotografia non significa essere un fotografo.
La fotografia esige lo sviluppo di una poetica e la costruzione di un linguaggio col quale esprimere come si vede il mondo. Più siamo riconoscibili nel nostro modo di vedere, più il nostro stile ha un senso. 

Marco Barretta: A me piace l'idea che tutti possano fotografare, amo il fatto che la macchina fotografica negli ultimi anni abbia avuto una grande diffusione e questa cosa non mi fa paura, sarebbe come aver timore che una  penna venga venduta all'interno di Buffetti. Come è vero che non tutti possono fare gli scrittori è anche vero che non tutti posso fare i fotografi, ma il bello è che un mezzo espressivo che prima era precluso a pochi, poichè costava molto, oggi invece è aperto a tutti. E' vero, c'è una maggiore possibilità che escano fuori artisti, certo ci sarà più concorrenza, ma almeno per quel che mi riguarda è uno stimolo a fare sempre di più. Io uso molto anche i instagram, facebook, i social network oltre che  per me anche per confrontarmi e personalmente studio il visual storytelling e il come comunicare con la fotografia; perché con uno, due, una serie di scatti puoi raccontare un mondo.

Per concludere. Cos'è in fondo questa Mostra tua di Fabrizio e Paolo e perché venirla a vedere.

Marco Berretta: E' un occasione per mostrare qualcosa che a volte le persone non colgono, vanno a vedere uno spettacolo e si fermano alla battuta. Noi invece catturiamo le emozione, gli sguardi, l'essenza che rimane e immortalandola la rendiamo continua.


 

Fabio Montemurro

6 marzo 2015

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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