Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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Stefano Patti ci parla di Passando la notte sott’acqua: c’è qualcosa di sporco in ognuno di noi

Il duo Patti/De Liberato dopo Echoes – spettacolo vincitore del bando di residenza produttiva del Teatro Studio Uno – torna in scena sul palco di Spazio Diamante con Passando la notte sott’acqua al Festival InDivenire.

 

Quando è iniziata la collaborazione con Lorenzo De Liberato?

Noi ci siamo conosciuti all’ACT di Cinecittà. Lui faceva filmMaking, si specializzava in sceneggiatura e io seguivo il corso di recitazione. Poi abbiamo fondato la compagnia Marabutti insieme a Fabrizio Milano. In realtà la compagnia in questo momento è “diciamo” in stand by, ma noi continuiamo a collaborare insieme.  Lorenzo ha scritto Echoes che stiamo portando in scena da quattro anni, ha curato l’adattamento di Amleto che ho presentato alla Biennale College – Teatro di Venezia curato da Antonio Latella indirizzata a registi italiani under 30.  

 

Come è nato lo spettacolo Passando la notte sott’acqua?

Passando la notte sott’acqua è nato l’anno scorso grazie all’incontro tra me e le due attrici Giorgia Ferrara e Federica Valloni. Loro si sono conosciute lavorando e volevano fare un progetto insieme dove fossero esclusivamente due attrici. Diciamo che è nato così senza una tematica precisa, ma con la volontà di lavorare sulla drammaturgia contemporanea e con la volontà che fosse anche un focus sui personaggi femminili.

 

È stato difficile lavorare con un cast tutto al femminile e per di più su un testo che parla di donne?

Si, diciamo è sorto un interessante connubio. Lorenzo aveva dei soggetti e ultimamente si stava focalizzando sul tema dell’insonnia. Ha avuto la fortuna di lavorare con due attrici, una scenografa e l’assistente. Tutte donne sì, ma noi avevamo l’attenzione sui personaggi femminili. Inizi a scrivere di donne, dirigere delle donne e devi stare attento perché rischi di mettere la tua visione su alcune cose. È stato interessante capire cosa loro volessero raccontare attraverso i personaggi. Io ho fatto l’attore per molti anni ed è capitato che il regista imponesse la propria visione su quella delle attrici donne con cui lavorava. Non mi è mai piaciuta l’imposizione da parte del regista. È impensabile pensare di imporre una visione senza mettere in conto quale sia quella dell’attrice. 

 

Il testo di De Liberato è molto impegnativo. La sua scrittura è estremamente esplicita, diretta non lascia spazio al non detto… Qual è stato il tuo approccio registico?

Inizialmente credevo che mancasse qualcosa al testo, anche perché ultimamente mi sto focalizzando sulla drammaturgia inglese che trovo estremamente interessante. Ho trovato delle affinità col testo di Lorenzo, ma credevo che mancasse un punto di svolta, una risoluzione. In realtà è proprio questo il suo punto di forza: l’assenza di questo elemento. Noi, anche da spettatori e lettori, abbiamo la necessità di avere dal testo una risposta e invece Lorenzo ci lascia un po’ sospesi.  Non sappiamo come finisce. È uno stato, è semplicemente uno stato. Lorenzo è un autore che non vuole, per fortuna, essere moralista. È assolutamente contro. È sempre molto elegante. L’insonnia, lui, non l’ha vissuta in prima persona, ma la conosce molto bene. C’è questa indagine malata sia da parte del personaggio principale che soffre d’insonnia che da parte degli altri che la seguono in queste paturnie. È molto interessante perché manca la risoluzione e rimaniamo con questa voce notturna che accompagna…

 

Molto bella l’intuizione di utilizzare una vera radio come espediente per la voce fuori campo…

Sì, anche se questa è la versione ridotta perché avevamo un limite di 50 minuti. In realtà è molto più lungo. Lorenzo ha scritto due pagine di monologo. È stato singolare Billy la bestia. Abbiamo preso questa occasione come sperimentazione per le attrici, per Lorenzo, ma anche per me che comunque lavoro da pochi anni come regista. Ho pensato andiamo oltre, proviamo fare qualcosa di non sicuro. Gli ho detto: “non so perché ma io sento una radio” E lui è partito da questo. È una radio… una voce…non gli so dare un senso. Accompagna la solitudine, accompagna questi personaggi notturni che soffrono d’insonnia e li riempie forse di cose senza senso o forse di cose che hanno senso. Non lo sappiamo, ognuno decodifica come vuole.

 

Cosa vuole muovere nello spettatore Passando alla notte sott’acqua?

Io credo che ci sia una sorta di omertà nella società. A proposito di questo, l’hanno scorso ho diretto Harrogate di Al Smith. Un testo molto bello che riproponiamo al Teatro Argot quest’anno. La cosa che mi piace di questi testi è che ci sono scene d’interni dove andiamo a vedere, a sbirciare in maniera quasi voyeuristica.  Il fil rouge che collega Harrogate a Passando la notte sott’acqua è proprio questo: sono perversioni. Forse sarà un’accezione troppo negativa, ma c’è qualcosa di sporco in ognuno di noi… al di là se sia giusto o sbagliato la società ci chiede, ci impone di celare questi impulsi. Credo che la bellezza di questi spettacoli sia condividere un qualcosa che abbiamo tutti. C’era un cortometraggio di un giovane regista incentrato sui due minuti prima di andare a dormire. Sono due minuti maledetti, soprattutto se non hai molto sonno. In Passando la notte sott’acqua tutto questo è potenziato. La protagonista è quasi fastidiosa, non è chiaro fino in fondo cosa sia. Poi la stabilità … noi l’andiamo a ricercare, in realtà ci opprime. Vediamo il personaggio completamente solo quando è dalla terapista fuori dal suo habitat casalingo. Per il resto è tutto negli interni e negli interni la gente, come dire, vomita tutto. Quindi vuole semplicemente stimolare e condividere uno stato.

 

A breve sarai nuovamente in scena con Passando la notte sott’acqua e riguardo ai progetti futuri?

A novembre saremo al Teatro Argot Studio, riprendo Harrogate. Al Smith è un autore pluripremiato, straordinario. Voglio farlo conoscere perché è un grande esempio da seguire come uomo e come artista. Anche quest’anno sarò al Trend- Nuove frontiere della scena britannica curerò la regia di DIARY OF A MADMAN di Al Smith, da Gogol. Questa è una bellissima commedia estremamente comica anche se molto amara. Poi riprendo il mio lavoro d’attore sarò al Piccolo di Milano con l’Amleto di Antonio Latella.

 

 

Caterina Matera 

11 ottobre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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