Giovedì, 30 Giugno 2022
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Narcissus, l’attore nudo e il Teatro in mutande

Occuparsi di critica teatrale significa molte cose: avere l’opportunità di esercitare la propria capacità di giudizio, crearsi un gusto ma imparare a non fidarsi solo di quello nella valutazione, godere del privilegio di avere accesso a ciò che c’è dietro uno spettacolo. Capita, quindi, di incontrare tanti professionisti e artisti. Con alcuni di loro, nel tempo, si sviluppa una certa familiarità: così le mansioni, i ruoli, addirittura i personaggi diventano persone. Quando si è particolarmente fortunati, senza che questo infici la libertà di azione o pensiero nel rispetto del reciproco lavoro, c’è persino il rischio di diventare amici.

Tra gli altri, mi è successo con Gabriele Paupini: giovane regista, ma anche attore e traduttore, conosciuto in occasione di una sua rappresentazione - Yukonstyle - all’interno del circuito romano off di quella bolgia teatrale che è Roma. Ci siamo incrociati per caso durante spettacoli di altri, scambiati idee, consigli e suggerimenti musicali. Un rapporto intellettualmente stimolante che non si è interrotto nonostante il suo recente trasferimento in Francia. Dove tutt’ora risiede per frequentare il master Création en spectacle vivant, diretto da Laurent Berger, presso l’università Paul-Valéry Montpellier III.

In questi mesi Gabriele mi aveva spesso parlato di un progetto di cui gli erano stati affidati il riallestimento e la regia da parte di Gian Maria Cervo, direttore artistico del Festival Quartieri dell’Arte: si trattava di uno spettacolo basato sulla lavorazione del fantomatico Pink Narcissus di James Bidgood. Film a tematica queer del 1971, divenuto un cult anche per la travagliata vicenda della sua produzione e circolazione. Quando, dopo ben 7 anni di riprese, fu deciso di distribuire Pink Narcissus senza il permesso di colui che lo aveva scritto, girato e prodotto, fu lo stesso Bidgood a voler rimuovere il proprio nome dal suo film. Spiegando: «see, why I took my name off of it was that I was protesting, which I'd heard at the time that's what you did».

Accade che l’Arte imiti la Vita, ma anche il contrario: lo spettacolo Narcissus, tratto da questa vicenda, quasi 50 anni dopo si trova a doversi scontrare con ulteriori vicissitudini quali il monito "se mettete in scena un nudo non vi paghiamo". Avete letto bene: succede a Genova, nel 2019, nell’aula magna dell’università di via Balbi, al Festival dell’Eccellenza al Femminile. La sera prima del debutto la compagnia, riunita a cena, riceve una comunicazione dalla direzione artistica: il passaggio in cui uno degli attori si spoglia deve essere eliminato.

Chiedo se la scena incriminata e il suo contenuto fossero noti a chi di dovere. Gabriele mi spiega: «assolutamente sì, anzi, chi cura il Festival dell’Eccellenza al Femminile aveva mostrato un particolare interesse verso questo progetto proprio per via delle tematiche affrontate e perché sapeva ci sarebbe stata almeno una scena di nudo nel corso della rappresentazione. Poi a quanto pare è stato pubblicato un articolo che criticava il festival: nello specifico per un evento a cui aveva partecipato la senatrice Monica Cirinnà e per il nostro spettacolo, ancora nemmeno andato in scena. Improvvisamente la direzione artistica, nella persona di Consuelo Barilari, ha cambiato idea e non ha voluto più sapere niente di questa famosa scena di nudo». Continua il regista: «una collaboratrice della Barilari, la quale non si è mai presentata durante i due giorni che abbiamo passato ospiti del suo festival e non è neanche venuta a vedere lo spettacolo, ci comunica la problematica. La notizia ci ha colti di sorpresa perché la scena era ampiamente prevista e annunciata.

Il ricatto è arrivato dopo, quando Gian Maria Cervo ha deciso di chiamare direttamente la direttrice artistica per discutere con lei circa quello che stava succedendo. La Barilari, però, non intendeva trattare quindi ha chiuso la telefonata con questo diktat: o i soldi o il nudo. In quel momento abbiamo capito che non potevamo dialogare con il festival e che avremmo dovuto prendere noi una decisione su come affrontare la situazione. Ne abbiamo parlato tutti insieme: io, Gian Maria, gli attori, i collaboratori. Ognuno ha espresso il proprio punto di vista e a fine cena ho spiegato che ritenevo dovesse spettare a me la scelta finale.

Quella notte ho dormito malissimo, il giorno dopo ho deciso di condividere la notizia con amici e colleghi in cerca di supporto. L’idea di interrompere lo spettacolo e denunciare quanto stava accadendo era stata una delle prime cose a cui avevo pensato, ma non ero sicuro fosse quella giusta. Poi un collega belga mi ha chiamato dicendomi che forse aveva un’idea a riguardo: fondamentalmente mi proponeva la stessa cosa che mi era venuta in mente, ma facendomi capire che il pubblico non aveva colpa di quanto stava succedendo. Anzi, doveva esserne messo a parte. In seguito diversi colleghi mi hanno consigliato di raccontare agli spettatori la scena che non avrebbero visto. E così ho fatto, come si può vedere da un video che ho poi condiviso sulla mia pagina Facebook.

Gli attori, la produzione e tutti i collaboratori hanno appoggiato la mia decisione e siamo stati molto uniti. Gli attori, inoltre, in segno di dissenso con quanto impostoci hanno deciso di non uscire a raccogliere gli applausi. Qualcuno mi ha scritto dicendomi che non avremmo dovuto sottostare a questa censura e far vedere comunque la scena, rinunciando alla paga. Penso, invece, che la vera protesta sia dire al pubblico che di questo passo non solo noi artisti non potremo più fare la nostra arte ma che loro non la potranno più vedere».

 

In breve tempo la vicenda e il video di denuncia sono stati condivisi e commentati sui social da diversi colleghi, tra cui Emma Dante che ha espresso grande solidarietà. Non è mancata una forte critica al Festival dell’Eccellenza al Femminile da parte del produttore di Narcissus, il Festival Quartieri dell'Arte che «ritiene insensato e paradossale che un'opera in omaggio a uno dei padri della queer art, nata con una cultura affermatasi solo grazie a una rivoluzione legata al corpo, debba subire tale atto di censura». Infine un articolo apparso sull’edizione genovese de La Repubblica ha ricostruito quanto accaduto.

 

Gabriele Paupini conclude: «non pensavo che una cosa del genere potesse accadermi. Ma mi fa ben sperare che a questo caso si siano interessati davvero in tanti, colleghi e non, amici e non, italiani e non. Purtroppo questa tendenza a voler controllare cosa sia giusto mostrare o meno, a chi e come, è qualcosa che non avviene solo da noi. Penso che la cultura faccia paura, la cultura come mezzo per rendersi indipendenti, autonomi, come allenamento allo sguardo critico, come lente della società. Se ne limitano i mezzi, i luoghi di condivisione, si arriva a chiedere che un corpo nudo non venga mostrato, come se di nudità non se ne vedesse ovunque. Ma è chiaro che il problema non è la nudità, il problema è che questa nudità, che è artistica e quindi sottende a un pensiero e ne provoca almeno altri dieci in risposta, potrebbe mettere in dubbio certe piccole certezze dietro le quali è preferibile che si resti trincerati. È questa la cosa che, evidentemente, fa più paura».

 

Ma cosa c’è di così “pericoloso” in quella scena: apparentemente nulla, in realtà la sua intrinseca verità. Come lo so? Perché l’ho vista. In linea con l'apertura mentale con cui ascolta sempre il mio punto di vista e mi invita a recensire gli spettacoli in cui è coinvolto, anche quando intuisce che il mio giudizio non sarà positivo, Gabriele mi ha chiesto di assistere alla cosiddetta filata.

Ho così avuto nuovamente modo di vedere all’opera un regista eccellente nello sfruttare e valorizzare il materiale umano a disposizione, stimolando le caratteristiche peculiari di ciascun artista. Intorno a lui un gruppo di attori pronti a dare corpo, voce e soprattutto anima a ciascun personaggio assegnato: Francesco Martino, Simone Musitano, Giovanni Prosperi, Massimo Risi e Andrea Palermo. A quest’ultimo, proveniente dal Centro Internazionale La Cometa e alla sua primissima esperienza come attore professionista, è affidato il ruolo oggetto di controversia: quel Bobby Kendall che in Pink Narcissus interpreta un prostituto che esplora visionarie fantasie di cui è il centro, nello spettacolo Narcissus si corrompe nella propria bellezza fino a distruggere le illusioni di James Bidgood. Il fuoco che consumerà entrambi ha la sua scintilla nell’attimo in cui Bobby si scopre per la prima volta capace di suscitare feroce desiderio, innanzitutto in se stesso, spogliandosi davanti allo specchio.

Un nudo che non ha nulla a che vedere con la volgarità del voler scandalizzare a ogni costo o la gratuità del mostrare un bel corpo senza raccontare nulla - tutte cose che si dovrebbero sempre evitare a teatro - ma ha un significato ben preciso ai fini della storia. In questo caso non solo per lo spettatore ma anche per Andrea, che svelandone la genesi durante le prove si confida e ricorda: «al regista serviva un salto temporale, una scena che potesse portare lo spettatore in un altro tempo. Mi chiede di improvvisare, di inventami qualcosa e poi domanda che venga portato uno specchio nello spazio. Vedo il mio riflesso, mi avvicino per osservarmi meglio, lo bacio e provo la sensazione di essere baciato. Era un'altra persona. Da ciò capisco che mi piace essere guardato. Dunque inizio a spogliarmi e mi eccita l’idea di avere un nuovo un contatto con lo specchio, simulando un rapporto sessuale.

Una soluzione scenica bella, interessante, semplice e fine, ma soprattutto funzionale sentenzia Gabriele. Eppure ogni volta che la rifaccio è un'improvvisazione: cambia a seconda di chi è presente nella “mia camera”. È una scoperta che puntualmente si rinnova. Quella scena tanto discussa per me evoca un ragazzo che scopre la propria sessualità, si piace e lo dimostra. Narciso, appunto. Niente di più giusto artisticamente.

Ma nella mia mente è anche l’essenza di ogni prima volta. Quante volte l'uomo vive la prima volta? Ed è bello riviverla ogni volta come se fosse la prima. L'uomo che scopre qualcosa, in questo caso su di sé, penso sia una delle cose più straordinarie e di cui l'uomo non dovrebbe mai privarsi. Dovrebbe, al contrario, cercare continuamente di scoprire tutto ciò che lo incuriosisce e gli consente, appunto, di “essere”.»  

Continua Andrea: «purtroppo non abbiamo potuto svolgere appieno il lavoro per colpa di persone che non riescono a fare il loro e vogliono impedirci di fare bene il nostro. Non aver potuto mostrare questo nudo è stato limitante sia per il pubblico sia per noi. Una crescita troncata, censurata, tagliata. E oggi di questi tagli ne vediamo sempre di più, nei teatri, nell'istruzione, nella cultura: stavolta è toccato alla storia vera di James Bidgood. Non raccontandola pienamente abbiamo perso un po’ di quello che è il personaggio di Bobby Kendall. Mentre, più in generale, dover rinunciare a quella scena significa non esporre una parte animale dell'uomo, l'impulso naturale, il piacere, il godimento di cui ognuno quotidianamente si delizia e si nutre. O, almeno, dovrebbe».

In conclusione: ciò che ha tentato di fare il Festival dell’Eccellenza al Femminile allo spettacolo Narcissus - limitarne l’espressione artistica - svela un Teatro italiano culturalmente in mutande mentre finge di occuparsi della questione del nudo. Non ci vuole uno stupido per accorgersene.

 

 

 

Cristian Pandolfino

25 novembre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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