Domenica, 11 Aprile 2021
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Il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, Jim Carrey e il teatro

L’ADHD ovvero il Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, è un disturbo che si rivela nell’età evolutiva. Si manifesta con difficoltà di attenzione e concentrazione, scarsissima inibizione verbale e motoria, eccesso di attività diretta verso un qualsivoglia stimolo, mancanza di controllo degli impulsi. L’individuo affetto da ADHD mostra enormi difficoltà a regolare il proprio comportamento in funzione del trascorrere del tempo, degli obiettivi da raggiungere e delle richieste dell’ambiente. 

L’attore Jim Carrey racconta di sé come un bambino che non si fermava mai, che a scuola terminava velocemente i compiti assegnatigli, e non trovando nulla di meglio da fare, disturbava e infastidiva i compagni. Successivamente gli fu diagnosticata l’ADHD e in età adulta iniziò a fare la sua comparsa anche la depressione, disagio che spesso si accompagna al disturbo testé citato. Ma l’elemento importante da mettere in luce è che l’attore ha utilizzato a suo vantaggio l’eccesso di energia derivatogli dall’ADHD per recitare in una molteplicità di film in cui i suoi personaggi e le sue doti comiche sono assolutamente straordinarie. La sublimazione del disturbo nell’arte recitativa ha fatto sì che Jim Carrey diventasse un grandissimo attore, non solo in commedie esilaranti come Ace Ventura, Io, me e Irene, Il grinch. È infatti eccezionale l’interpretazione in Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, premio Oscar per la sceneggiatura a Charlie Kaufman nel 2005. 

Carrey ha sempre parlato con grande spontaneità del disagio da cui è affetto. Anzi, ha spesso utilizzato la sua popolarità per mettere in luce la problematica dell’ADHD. Ha inoltre raccontato come si dedichi alla pittura e alla scultura quando non è coinvolto in un nuovo film. Possiamo quindi tranquillamente affermare che l’utilizzo di varie forme artistiche sia in grado di incanalare l’attenzione e il surplus di energia generati dal suo corpo e dalla sua mente. 

L’attore ha inoltre chiamato spesso il suo disturbo un “dono” che gli fornisce dei “superpoteri” rendendolo in grado di portare bellezza nella propria vita e in quella degli altri. Il trasformare un elemento della propria esistenza che la società il più delle volte considera un problema, in un dono ovvero qualcosa di speciale, è di certo un grande esempio per tutti coloro che soffrono dello stesso disturbo e non solo. 

 

Facciamo fare teatro dunque, ai nostri bambini o ragazzi affetti da ADHD. Incanaliamo le loro energie, lasciamo che scoprano i talenti, che sperimentino nuovi modi di relazionarsi con gli altri. Nel teatro possono improvvisare personaggi lontanissimi dalla realtà che vivono tutti i giorni, quella in cui sono i “disturbatori”, quelli che “non ascoltano, interrompono e non stanno mai fermi”, oppure che “parlano prima di pensare”.  Regaliamo loro una parentesi, una finestra in cui si apre una nuova vita, un momento in cui rovesciare i ruoli. 

Lo psichiatra statunitense Edward Hallowell, considerato uno dei maggiori esperti mondiali in materia, ci fornisce un’ulteriore lettura del fenomeno. Sostiene che l’ADHD non sia un deficit di attenzione, ma "… un'abbondanza di attenzione, il problema è regolarla. Le persone con ADHD possono prestare una super-attenzione ma se non sono interessati, la loro mente va da un'altra parte".

Ecco che con i giochi del laboratorio teatrale possiamo lavorare esattamente sull’incanalare l’attenzione e le energie, ponendo i partecipanti di fronte a performance impegnative che necessitino di tutta la loro applicazione. 

Un esempio potrebbe essere il seguente.

In piedi in cerchio, ci si passa una palla dividendo direzione e orientamento: la persona a cui lancio non è la stessa che guardo. Dopo qualche minuto mi verrà richiesta anche la risposta repentina alle più varie domande, contemporanea al contatto oculare e al lancio della palla. Quindi la mia attenzione si deve dividere tra l’oggetto del mio sguardo, l’attività motoria e quella verbale. Quando ciascun partecipante ha compiuto più volte le azioni sopracitate, nonché ideato le domande nel momento in cui non ha la palla, passiamo a improvvisare una piccola scena in cui far diventare recitazione le competenze appena acquisite. Uno dei giovani attori potrà interpretare un papà che torna stanco dal lavoro. Il suo unico desiderio è accomodarsi sul divano e godersi la partita di calcio in tv. Ma la moglie gli chiede di compiere un’azione, ad esempio piegare la biancheria nella cesta. E nel frattempo uno dei figlioli gli chiede di aiutarlo con le tabelline o magari è la moglie stessa che pretenderebbe di conversare col marito. La scena si apre a innumerevoli risvolti comici, laddove l’attenzione del padre sarà ovviamente tutta assorbita dai momenti decisivi della partita e combinerà pasticci nelle altre due aree coinvolte (motoria e verbale) suscitando le giustificate ire di prole e consorte. 

Tale spassosa improvvisazione genera grande soddisfazione in chi la recita e divertimento nel pubblico che guarda. Sublima l’energia, incanala l’attenzione, scandisce i tempi, insiste sulla relazione con l’ambiente e gli altri personaggi. Di certo verrà recitata egregiamente da un attore o un’attrice affetti da ADHD, i quali potranno finalmente scoprire nel teatro un luogo felice nel quale la vulcanica energia dentro di loro sia una risorsa e non un problema.

 

Cecilia Moreschi

6 aprile 2021

 

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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