Lunedì, 27 Giugno 2022
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Strindberg... Demolire il padre

Recensione dello spettacolo “Il padre”, in scena al Teatro Quirino dal 23 Gennaio al 4 Febbraio 2018

 

È importante, forse necessario, rappresentare “Il padre” di August Strindberg, testo del 1887, oggi. La storia della caduta dell’uomo, minato in ogni sua virile certezza, offre molteplici argomenti per comprendere lo sviluppo della nostra società, ancora combattuta nella spartizione dei ruoli fra i due sessi e l’insicurezza esistenziale che attanaglia ancora troppi di noi, uomini e donne.

Il Capitano (Gabriele Lavia), uomo d’armi e studioso per diletto, vive circondato da donne, con cui ha un rapporto conflittuale: la moglie Laura (Federica Di Martino), donna di forte personalità, la figlia adolescente Berta (Anna Chiara Colombo), l’anziana nutrice (Giusi Merli), che continua a trattarlo con un bambino, la suocera. Quando prova ad imporre le sue scelte educative per la figlia, la moglie, che già si è adoperata per screditare il suo lavoro di scienziato, architetta un piano per instillare in lui il dubbio sulla effettiva paternità della figlia e negli altri sulla sua salute mentale. Demolita ogni sua possibile autorità, il protagonista finirà per impazzire realmente, cercando l’ultimo rifugio nelle braccia amorevoli della vecchia tata.

L’opera di Strindberg si mostra quindi allo spettatore di oggi come una profetica intuizione della crisi dell’uomo nelle tre dimensioni dell’autorità genitoriale, della relazione di coppia e della virilità. Le tre donne che orbitano intorno al protagonista riflettono in modo diverso il fallimento del suo potere maschile. Si sovvertono i ruoli. La pazzia, tipicamente espressione femminile, rappresenta la deriva della forza, della ragione e della consapevolezza, tradizionalmente attribuite agli uomini. La fuga tra le braccia della “madre” è l’apoteosi della regressione.

Allo spettatore, stordito dalla caratterizzazione estrema dei personaggi e dallo svolgimento fortemente tragico della vicenda, si richiede l’impegno di sfrondare il testo dal velo dell’accusa di misoginia, che da sempre accompagna la lettura critica di Strindberg e che forse caratterizzò il suo profilo psicopatologico. L’identificazione nella donna dell’entità minacciosa, dall’incontro con cui l’uomo esce infranto e disfatto (si veda ad esempio l’opera di Munch), è frutto di un’epoca in cui la mancanza degli strumenti psicoanalitici impediva la gestione del mistero sessuale, di cui l’essere femminile veniva ritenuto custode.

Al nostro sguardo temporalmente distante “Il padre” sembra invece offrire un messaggio ribaltato, con un’affermazione della donna che giunge all’umiliazione dell’uomo, cui impone le sue vesti, nella ripetizione del mito di Ercole e Onfale. Ma è l’epilogo drammatico a suggerire come anche questa sia una visione limitativa: la sopraffazione conduce inevitabilmente alla tragedia.

Il lavoro di Gabriele Lavia giunge quindi a sollevare il velo e ad alimentare la discussione su una questione che la nostra società non ha ancora saputo risolvere in maniera soddisfacente. La sua regia gestisce in modo estremamente efficace gli ingredienti del testo: con l’ausilio di Alessandro Camera, costruisce una scenografia fortemente evocativa, in cui gli arredi, simbolo della casa, sono inclinati, mentre drappi purpurei calano dal fondale spargendosi sul palcoscenico, come un grembo che avvolge i protagonisti; congela la recitazione della moglie, avocando a sé e alla sua passionale interpretazione la totalità del dramma; impone alla vecchia tata una voce cantilenante, memoria arcaica di quell’infanzia da cui non si guarisce mai.

Nell’insieme di una ottima performance da parte di tutti i protagonisti, essendo superfluo annotare l’usuale maestria di Lavia, è da sottolineare la prova attoriale di Federica Di Martino: difficile trovare uno spazio ed un’autonomia a lato della strabordanza interpretativa del protagonista. L’attrice ci riesce marmorizzando l’espressività del viso, assottigliando la voce in un filo asettico e monocorde, costruendo così una interpretazione che diventa speculare a quella del maestro.

La morte del Capitano lascia aperto il dibattito intavolato da Lavia. Eppure è nelle parole dello stesso Strindberg la possibile via da percorrere. Quando il padre, leggendo negli occhi di Berta, vi legge due anime, le chiede di sopprimerne una. Altrettanto fa la madre, conquistandosi il pieno possesso del destino della figlia. È lì la radice del male: la volontà di separare, di attribuire ruoli e, conseguentemente, stabilirne la gerarchia. Solo il riconoscimento e la piena accettazione dell’Uomo e della Donna presenti in tutti noi potrà condurre ad uno sviluppo armonico della società e tirar fuori dall’angoscia le nostre esistenze.

 

Valter Chiappa

27 gennaio 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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