Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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Quei sei personaggi che trovano un autore del nostro tempo

Recensione de Sei personaggi in cerca d’autore in scena al teatro dell’Orologio dal 17 febbraio al 1 marzo 2015

Proprio così. L'eterno dramma di Pirandello è stato rappresentato innumerevoli volte, aumentando il grado di responsabilità degli audaci che decidono di porgerlo nuovamente agli spettatori, ma la compagnia VicoQuartoMagazzini, con la regia di Gabriele Paolocà, è riuscita a trovare una versione della pièce originale e tragironica, molto moderna, dove un Autore avvilito, per campare, indossa un costume da burger multistrato, involucro-simbolo del grasso, chimico e tumorale mondo che lo circonda, mentre distribuisce volantini pubblicitari.

E ce lo mostra egli stesso, dandoci per pochissimi minuti un assaggio del suo turno di lavoro. Non poteva che lavorare per “Luigi's”, un invisibile e molto conveniente paninaro di Roma a pochissimi minuti a piedi dal teatro, in un luogo immaginario tra via del Governo Vecchio e Piazza di Pasquino (attenzione a prendere prenotazioni telefoniche: il numero di telefono, invece, esiste realmente!).

E dunque, a quest'uomo esasperato, una volta perse tutte le speranze nei confronti della vita, gli entra questa cosa nel cervello. Un'idea. O meglio, dei personaggi indisciplinati che lo bombardano di idee. Sono sei in tutto, ma non tutti possono o sono in grado di esprimersi a parole, perciò alcuni lo faranno col silenzio. Chi ha più bisogno di raccontare è forse la Figliastra, seguita dal Padre (che della fanciulla è il patrigno) e dalla Madre, protagonisti di un passato che ogni volta si ritrasforma in presente, rigenerando un dolore che si fa sempre più insopportabile. Chi conosce davvero la sottile linea tra vissuto e rappresentato, da poter giudicare la rottura di certi labili equilibri? Perché ci sorprendiamo, se riproponendo un fatto delicato effettivamente lo si ripercorre, anche in forma di metafora? Per i sei personaggi, questa linea assolutamente non esiste. Pieni di motivazione, devono assolutamente convincere il malcapitato burger-man a dare vita alla loro storia, forse sperando in questo modo di salvargli la vita.

Prima, la grande crisi: assistiamo a un Autore in lacrime con indosso il costume da lavoro, dove dal punto di vista delle poltrone la drammaticità è resa comica dalla visione di un enorme panino di stoffa che trema. Graditissimi infatti i giochi sui contrasti che compaiono ogni tanto come piccole sorprese.

Inesauribile energia e abile fisicità durante tutto l'arco della pièce restituiscono vigore allo spettatore, che si chiede cosa possa accadere da un momento all'altro, se e come finirà questa volta la storia.

Scelte suggestive regalano delle belle immagini, come i volti coperti che ricordano certe figure magrittiane, e una precisa attenzione ai colori, che non sembrano lasciati al caso. Ritmo incalzante, effetti speciali, giochi con la luce, o meglio ancora con il buio, interrotto in una scena da due faretti laterali da cui sporgono solo teste; una conduzione coreografica della prima narrazione dei personaggi, d'effetto ma forse un po' lunga, distraente per lo spettatore che vuole scoprire il fattaccio.

Un cast di qualità, sapientemente ridotto all'osso, fino a far entrare un paio di figli in una valigetta. Giuste le scelte musicali, sin dall'inizio, dalle note del ballabile alle canzoni in diretta. Forse eccessivamente esuberante l'incursione di Madama Pace, l'eccentricità queer del soggetto si impone sulla pièce, nonostante i toni alti della messinscena.

Una proposta convincente: si percepiscono l'energia e la fatica che gli attori hanno deciso di donare allo spettatore, com'è giusto che avvenga in qualunque accadimento teatrale, senza essere però, ahi noi, nel panorama di oggi, così scontato.

 

Claudia Giglio

 

 

24 febbraio 2015

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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