Lunedì, 27 Giugno 2022
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Il piacere dell'onestà al teatro Trastevere

Recensione de Il piacere dell'onestà in scena al teatro Trastevere dall'8 all'11 ottobre 2015

"Ecco qua: uno ha preso alla vita quel che non doveva e ora pago io per lui, perché se io non pagassi,

qua un'onestà fallirebbe, qua l'onore di una famiglia farebbe bancarotta: signor marchese, è per me una bella soddisfazione: una rivincita!".
Angelo Baldovino in "Il piacere dell'onestà" di Luigi Pirandello

 

Con "Il piacere dell'onestà" torna in scena Luigi Pirandello ed in occasione degli ottant'anni dalla sua scomparsa (era il lontano 1936) il giovane regista Carlo Dilonardo decide di omaggiare quel genio teatrale (anche se sarebbe più giusto dire culturale, visto l'ampio raggio d'azione dell' artista di Girgenti) con un adattamento drammaturgico della sua commedia datata 1917, ispirata alla novella Tirocinio.

Un ritorno, quello dell'uomo della casa del Caos, atteso e sempre ben accolto dal pubblico: basti pensare al grande successo che sta riscontrando la compagnia di Martina Franca, Teatri&Culture, con la quale Dilonardo sta portando il suddetto spettacolo in giro per l'Italia, e non potrebbe essere diversamente, d'altronde.

Seppur rilegato ad un solo atto (l'originale ne prevede tre), la narrazione scorre piacevole e dinamica, complice sia il testo dal quale emergono le principali tematiche del teatro espressionista di Pirandello, sia la bravura dialettica e drammaturgica della compagnia, calata alla perfezione nel mondo delle maschere pirandelliano. Guidata da una regia attenta al dettaglio, fedele al linguaggio e all'espediente narrativo imposto dall'autore stesso, accompagnata e presa per mano da una recitazione impeccabile nelle espressioni, nei gesti e nelle intenzioni di trasmettere quel senso di critica ad una borghesia "benpensante" che se ai tempi era forte come lama di stilo e diretta come rasoiata ben assestata, lo è di certo ancora oggi, l'opera rivisitata non perde di vista il suo iniziale obiettivo: quello di una riflessione sul piacere dell'essere onesti, lezione mai d'antan e sempre attuale. Chi da sempre era apparso al sommario e superficiale giudizio altrui un disonesto al quale veniva facile ed immediatamente scontato affidare un'azione infame, si rivela invece una persona rispettabile, mentre chi agli occhi dei buoni borghesi godeva di alta considerazione si manifesta, infine, per quello che è: infido e mediocre nelle azioni e nei sentimenti.

Lì dove però si apprezza la rinnovata dinamicità che la rappresentazione regala, si nasconde, quale sfaccettatura di una stessa medaglia, anche l'unica nota debole (e non stonata, attenzione, in quanto la melodia non ne risulta assolutamente nè distorta nè contorta nè incompresa). Lo stesso singolo atto, infatti, se da una parte accentua il ritmo rapido, leggero, da commedia amara che ricalca lo stile natio, forse ne relega un po' i tempi e gli spazi. Seppur il simbolismo dei colori, presente negli abiti di scena della compagnia (tutti i personaggi indossano abiti scuri, ad eccezione del bianco sfoggiato da Baldovino) aiuti a decodificare già dall'inizio gli intenti dello spettacolo, manca, a mio giudizio, la durata necessaria per apprezzare appieno il quid narrativo, il nocciolo stesso della commedia: come se quella maschera, protagonista principale delle opere di Pirandello, che serve ad ingannare se stesso, gli altri e lo spettatore, cadesse, sciogliendosi, prima ancora di essere indossata. Sì, ovvio, si denota chiaramente il richiamo all'onestà improvvisa di un uomo il quale, proprio all'interno di una finzione, di una negazione della realtà quindi, si ritrova a fare i conti con la disonestà vera e meschina di uno strato di società ritenuto fino ad allora integro, ma si accorcia il tempo di comprenderne il processo. Così Baldovino - interpretato magistralmente da Francesco Placato - assume i connotati dell'onesto prima ancora di perdere quelli del suo passato (che nella commedia originale erano quelli di un uomo comune dall'accomodante moralità che, per questo, si presta ad un matrimonio da "gioco di ruolo", fittizio) e stessa cosa accade per il marchese, il quale da subito abbandona lo stato nel quale superficialmente galleggia per cadere immediatamente nelle trame dell'onore ferito e del "nome" da far valere, costi quel che costi.

Nonostante quest'unica sfumatura, rimane l'immagine e la sostanza di un'opera deliziosa, apprezzabile e da gran plauso, soprattutto per l'interpretazione della compagnia di attori.

 

Federico Cirillo

12 ottobre 2015

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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