Domenica, 15 Settembre 2019
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RomeoEGiulio. La tragedia non è l’amore ma la società

Recensione dello spettacolo RomeoeGiulio, in scena al Teatro Abarico dal 29 al 31 gennaio 2016

Sono moltissimi i rischi nel maneggiare un testo arcinoto come “Romeo E Giulietta” di William Shakespeare: si va dall’inutile variazione sul tema alle ormai inflazionate attualizzazioni, che lasciano poco o nulla sia a chi guarda sia a chi recita. Tutti rischi che “RomeoEGiulio” , lo spettacolo firmato Bolognini-Costa, corre ma che miracolosamente riesce a evitare: sarà perché la regista Sofia Bolognini, supportata dall’aiuto regista Dario Costa, ha tutto il coraggio, la freschezza e la voglia di sperimentare tipici dell’opera prima.

O perché ha trovato nel cast di attori scelti del materiale umano non solo grandemente rispondente alle sue esigenze ma anche in grado di dare creativamente e senza riserva alcuna.

RomeoEGiulio” è un tentativo visivamente potente di trattare temi che, mai come in questo momento, l’Italia è chiamata ad affrontare senza poter più nascondersi o rimandare: il concetto di famiglia, l’orientamento sessuale, i generi e la tanto fantomatica quanto inesistente teoria gender. In aggiunta a tutti quegli altri argomenti su cui, da sempre, è impossibile smettere di interrogarsi: l’attrazione, la pulsione, le aspettative, la vendetta. E lo fa senza indugiare in inutili pietismi o invenzioni a effetto ma sfruttando al massimo la fisicità dei corpi, la potenza delle parole e la suggestione delle musiche.

Lo spettacolo è suddiviso in 12 quadri, che richiamano alla lontana la tragedia shakespeariana svuotandola o riempendola di significati altri e recentissimi fatti di cronaca. I protagonisti sono Romeo (Mauro de Maio), Giulio (Andrea Zatti), Madonna Montecchi (Giulio Paolisso), Monseur Capuleti (Sofia Bolognini) e il coro (Riccardo Averaimo, Aurora di Gioia, Gabriele Olivi, Nicole Petruzza): attori non solo chiamati a recitare ma a creare attivamente. Perché anche per assemblare e realizzare“RomeoEGiulio” è stato scelto un percorso sperimentale e originale, basato su un metodo definito “imbuto ad aprire e imbuto a chiudere”: dopo aver occupato una postazione anche emotiva, le persone in scena sono chiamate a una narrazioni specifiche che coinvolge corpo, voce e il proprio sé. Il tutto mentre l’esecutore musicale crea una partitura elettronica. Questo processo viene di volta in volta filmato fino a giungere alla fase di “imbuto a chiudere”: ciò che si è così raccolto viene selezionato, valorizzato e montato sul testo drammaturgico ben strutturato eppure elastico, tanto da potersi permettere di inserire quello che, quotidianamente, si è detto, sentito, letto, dichiarato sul tema.

Il risultato è molto accattivante: corpi attirati e respinti, violati dai parenti, impediti dalla massa, che si esprimono per movimenti ossessivo-compulsivi o divengono manovranti e manovrabili grazie ai rossi fili della passione. In “RomeoEGiulio” c’è caos, confusione, convulsione, attualità, speranze disattese eppure mai sopite e, soprattutto, determinazione: nel dire la propria, nel farsi spazio, nell’occupare un posto nel dialogo politico e sociale. E, sebbene presenti qui e là una qualche pecca di ingenuità, cos’altro si deve chiedere a un’opera prima che stravolge definitivamente il senso di quel “Oh Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo?” non lasciandogli più nulla di sognante ma soltanto la maledizione di essere ciò che si è?

 

Cristian Pandolfino
30 gennaio 2016

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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