Mercoledì, 22 Maggio 2019
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Atmosfere e misteri del medio Oriente nella Bastarda di Istanbul

Recensione dello spettacolo La Bastarda di Istanbul dall’omonimo romanzo di Elif Shafak, in scena al teatro Sala Umberto dal 31 ottobre al 11 novembre 2018

 

Come un acquerello dove i contorni sfumano per dare origine ad altri colori e suggestioni, La bastarda di Istanbul sviluppa atmosfere e misteriose trame in un alternarsi di gradazioni emotive dall’intensità sempre nuova. Una famiglia matriarcale, composta da un unico figlio maschio tra quattro sorelle e la madre, è il particolare assortimento che caratterizza la famiglia turca Kazanci dove ognuno, per storie e vissuti personali, possiede tratti caratteriali e prerogative ben definiti. Banu ( Serra Yilmaz ) primogenita, chiaroveggente per vocazione, esercita la “professione” solo con clientela femminile che arriva da lei con gli stessi dubbi esistenziali con i quali se ne va; Cevriye (Fiorella Sciarretta) secondogenita vedova si contraddistingue per la totale assenza di umorismo a fronte di un eccessivo autocontrollo che si risolve in una ineludibile rigidità caratteriale.

Disturbi psichici conditi da tentativi di suicidio caratterizzano la personalità della terzogenita Feride ( Monica Bauco) preda dei suoi umori passeggeri e permamente follia, mentre Zeliha (Valentina Chico) e’ la sorella più giovane ma forse anche quella meno protetta dalla vita, verso la quale nutre sentimento di rivalsa soventemente espresso con l’indifferenza e abolizione del senso di vergogna. Zeliha è anche reduce da un tentativo di abortire una figlia illeggittima, quindi una bastarda, Asya, (Diletta Oculisti) che , analogamente alla madre, vuol restituire al mondo il dolore da esso subito. Infine c'è la madre dei cinque figli, Gulsum ( Marcella Ermini ), sposata con un membro della famiglia Kazanci che “ per fortuna morì presto”, vivendo senza conoscere amore e passando troppo rapidamente dalla giovinezza alla vecchiaia. Colori diversi di una unica tavolozza, le cinque donne trovano la loro armonia nella diversità divenendo cosí una famiglia dalla quale pero’ sembra escluso Mustafa ( Riccardo Naldini), il quinto figlio, l'unico fratello, soffocato fin dall’infanzia da una esasperata ed intrusiva presenza femminile, causa di mancate interazioni mature con le donne: la masturbazione diverrà il suo sfogo e la sua richiesta di relazione. Deriso dalle sorelle, egli svilupperà un carattere aggressivo incompatile con il clima familiare. Viene mandato in Arizona dove sposerà l’americana Rose (Monica Bauco) divorziata da un uomo armeno con il quale ha avuto una figlia, Amy ( Elisa Vitiello) e che vedrà il matrimonio come occasione di rivalsa verso l’ex marito. La stessa Amy nel bisogno di riscoprire le proprie origini armene si rechera’ ad Istanbul, città crocevia di diverse culture e popoli, ospite proprio della famiglia del patrigno. Da uno sfondo storico caratterizzato dal genocidio degli armeni ad opera dei turchi nel 1915, fa da contrappunto l’incontro tra Amy e Asya. Sara’ proprio il desiderio di raggiungersi a far emergere la bellezza del contatto e dell’accettazione che ha origine dall' integrazione delle differenze e dalla riconoscibilità dell’altrui vissuto.

Opera teatrale di spessore con lavoro di riduzione e adattamento del romanzo di Elif Shafak molto ben riuscito in termini di fluidità e comprensione, con la scelta originale e appropriata di lasciare che siano gli stessi personaggi ad autopresentarsi raccontandosi in terza persona. L’intento del regista Angelo Savelli non sembra quello di rincorrere a tutti i costi la trama, piuttosto di far arrivare quelle suggestioni e atmosfere sottostanti la traccia stessa. La bastarda di Istanbul si coglie infatti anche attraverso i sensi, stimolati dalle mirabili video-scenografie di Giuseppe Ragazzini capaci di regalare poesia e magia, accompagnate da una musica che, alternando pianoforte ad orchestra, delinea come una carezza i contorni della vicenda. Condivisibile la scelta registica di non far ruotare l’intera vicenda attorno ai fatti storici del 1915 proponendoli invece come una chiave di lettura tra le tante, anche se il percorso tortuoso e contrastato, che soltanto successivamenre porta le due adolescenti Amy ed Asya ad accettarsi reciprocamente, forse meritava di essere approfondito soffermandosi sul vissuto psicologico. Anche l’esigenza di Amy di conoscere le proprie origini avviene in un momento preciso, ovvero in adolescenza, periodo psicologicamente determinante del ciclo vitale umano: dentro un corpo in trasformazione e quasi irriconoscibile, Amy ha bisogno di trovare un propro radicamento, pertanto la conoscenza delle sue origini risponde ad una richiesta vitale in un momento evolutivo in cui si ha bisogno di sapere di esistere. Molto bravo quindi Angelo Savelli ad aver portato in scena questi aspetti, abbandonati troppo presto forse anche a causa di tempi teatrali che non consentivano ulteriori esplorazioni.

Di alto livello l’interpretazione di tutti gli attori perfettamente a loro agio con un testo tutt’altro che semplice riuscendo, inoltre, a renderlo fruibile agli affascinati spettatori. Convincente l’interpretazione di Serra Yilmaz nel ruolo di Banu che, con un interventi ben dosati e puntuali, riesce ad intercettare il clima emotivo del momento e, ora con racconti leggendari ora con motti di spirito, dischiude nuovi orizzonti interpretativi e suggestivi. La mimica corporea e il carisma fanno il resto.

                                                                                                   

Simone Marcari

8 novembre 2018

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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