Sabato, 25 Maggio 2019
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Il maestro e Margherita: Simpatia per il diavolo al teatro Eliseo

Recensione dello spettacolo Il Maestro e Margherita, in scena al Teatro Eliseo dal 22 Gennaio al 3 Febbraio 2019

 

Il Diavolo irrompe a Mosca e sul palcoscenico del Teatro Eliseo e non è brutto come lo si dipinge. Si fa chiamare Woland ed ha le sembianze di un Joker di altri tempi, il passo claudicante, abito elegante ed ampio mantello nero, la voce stridula, il ghigno irridente. Accompagnato da uno strano seguito - un valletto, un gatto, una strega - è venuto a portare lo scompiglio. 

«Ma allora chi sei tu, insomma? Sono una parte di quella forza che eternamente vuole il male ed eternamente compie il bene». La citazione del Faust di Goethe, che campeggia in epigrafe al romanzo di Michail Bulgakov, ben riassume la personale visione del Maligno proposta dallo scrittore russo. Woland mette a nudo le ipocrisie di una società, che la presuntuosa ragione vorrebbe perfetta e senza Dio, e fa sì che alla fine il Vero si inveri: i protagonisti - il Maestro e Margherita - troveranno pace duratura, il manoscritto del Maestro non brucerà più, perché nel mondo rigenerato «i manoscritti non bruciano». Satana quindi non antagonista al Bene, ma di esso complemento necessario. Ben lo seppe Gesù, drammaticamente lo sperimenta il Maestro: la Verità non trova riconoscimento nel mondo; se la si vuole far trionfare, bisogna cospargersi completamente dell’unguento del Professor Woland. L’Amore salva e una donna è la sua spada, ma solo se abbraccia la follia, se stringe un alleanza con il suo opposto. 

Fra i molteplici temi rintracciabili nel romanzo, su questi sembra concentrarsi la trasposizione teatrale di Letizia Russo. L’autrice si è senz’altro posta davanti un compito impervio, decidendo di ridurre per il palcoscenico un’opera complessa come “Il Maestro e Margherita”. Tematiche profonde ed intimamente annodate, diversi piani di lettura, nugoli di personaggi, variazioni di registro: una vera selva da sfrondare. Il compito le riesce molto bene nella prima parte dello spettacolo, in cui l’andamento è fluido e il parallelismo fra le vicende del Maestro e quelle di Gesù appare evidente e ben gestito, grazie anche all’utilizzo degli attori in duplici ruoli. Quando gli eventi cominciano a succedersi tumultuosi, il filo della narrazione si spezza ed essa, pur aderente al testo, si frammenta in un susseguirsi di episodi. 

Alla dispersione dello sguardo e dell’attenzione contribuisce la regia di Andrea Baracco, che satura la rappresentazione di trovate sceniche, frutto senz’altro di una vulcanica creatività, ma che appaiono per lo più fini a sé stesse, senza un legame percepibile con l’azione, cui non apportano alcun contributo di suggestione. 

Nonostante questa ridondanza espressiva sia imposta anche agli attori, le interpretazioni, che sono il punto di forza di questo spettacolo, rimangono solide. Michele Riondino, Woland, senz’altro aiutato dal ruolo, ma comunque superbo, spadroneggia e catalizza l’attenzione. Si fa però preferire il composto rigore, carico di intensità, di Francesco Bonomo, nelle duplici vesti di Pilato e del Maestro. Federica Rosellini, Margherita, per quella che appare una naturale predisposizione verso una recitazione fisica e nervosa, è colei che meglio asseconda l’impostazione registica, salendo, secondo il crescendo imposto dal testo, da una dolente e raccolta misura ad una estrema esasperazione dei toni, che risulta, però, meno efficace. 

Fra i comprimari, tutti meritevoli di elogio, eccelle Alessandro Pezzali, specialmente nella seconda parte, quando il suo ruolo prende corpo, libero dalle coreografie impostegli. 

La fruizione dello spettacolo è purtroppo compromessa da una progettazione dello scenografia che non ha tenuto conto correttamente dello spazio fisico a disposizione. Difatti, per lunghi tratti della rappresentazione, la conformazione del nero fondale, su cui si aprono le porte da cui i protagonisti entrano od escono di scena, impedisce ad ampie porzioni, quelle laterali, dalla platea, la visione della totalità della scena; ed anche la voce degli attori, schermata dal paramento, giunge attutita. La stessa regia accentua il problema, collocando azioni sceniche talora fondamentali nei margini del palcoscenico.

In definitiva comunque il lavoro di Letizia Russo e degli attori di “Il maestro e Margherita” coglie l’obiettivo di aprire una visuale stimolante su una delle maggiori opere del Novecento, pur mantenendo la fedeltà al testo e non perdendo d’occhio la totalità dell’opera. 

Il Diavolo potremmo prima o poi incontrarlo. Accogliamolo senza timore, potrebbe salvarci. 

 

Valter Chiappa

26 Gennaio 2019

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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