Sabato, 25 Maggio 2019
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Teatro Eliseo: I fratelli Karamazov e il coraggio di essere umani

Recensione dello spettacolo I fratelli Karamazov, in scena al Teatro Eliseo dal 5 al 17 febbraio 2019

 

Non è la prima volta che la compagnia Mauri-Sturno porta in scena la (dis)umanità dei personaggi di Dostoevskij. Dopo L’idiota e Delitto e castigo tocca a I fratelli Karamazov: la più grande delle opere letterarie dello scrittore russo.

Non è la prima volta neppure per Glauco Mauri che, già nel lontano 1952, interpretava un giovanissimo Smerdjakov, il quarto e più disturbato dei fratelli Karamazov; mentre, oggi, a distanza di sessantasette anni, si agita divinamente nei panni di Fëdor Pavlovič: il padre abietto, dissoluto e buffone che ricorda come il genere umano, capace di compiere azioni meravigliose, scelga spesso e volentieri di dare il peggio di sé.

Con lui, l’inseparabile Roberto Sturno, nelle vesti di Ivàn, e una squadra di giovani attori che convince e supera la difficile prova. Come più volte lo stesso Mauri ha ricordato, quella raccontata da Dostoevskij sarebbe una storia banale, se ci si limitasse a recitarla. C’è un solo modo per rendere giustizia al pensiero dello scrittore e filosofo russo: interpretare i sentimenti dei suoi personaggi, portarne a galla i tormenti, i dubbi, le passioni e gli istinti più oscuri e triviali.

Se così non fosse, I fratelli Karamazov racconterebbero semplicemente la storia di una famiglia accecata dall’odio e incapace di amare, mossa dalla sete di vendetta e dal tornaconto personale. Una storia di liti e violenze familiari come tante.
Al contrario, l’opera incompiuta di Dostoevskij affronta argomenti ben più ingombranti di questioni terrene come il sesso, il denaro e l’istinto di uccidere. Il tema della fede e dell’esistenza di Dio permea l’intera pièce e finisce con l’interessare ogni personaggio, anche se è solo con Ivàn e il monologo del Grande Inquisitore che tocca il suo momento più alto. Qual è il senso del dolore? Si può ancora parlare di morale in un mondo in cui tutto è permesso? Continua a chiedersi il cupo e solitario Ivàn. È a lui che Dostoevskij affida l’onere di tormentarsi fino alla pazzia e interrogarsi più di tutti sulla natura umana e sul destino degli uomini. In una parabola ascendente che Roberto Sturno interpreta egregiamente: dall’uomo scettico e assetato di risposte e di una giustizia divina che si consumi qui e ora (primo atto) all’uomo malato e tristemente consapevole delle proprie responsabilità ideologiche (scena finale). Insieme a Smerdjakov (Luca Terracciano), il più influenzabile e debole dei fratelli, Ivàn è il personaggio che non conosce redenzione: entrambi sono destinati all’infelicità e all’autodistruzione.

Fanno da contraltare Aleksej (Pavel Zelinskiy) e Dmitrij (Laurence Mazzoni): se il primo è l’unico dei Karamazov ad aver scelto la fede e ad essere naturalmente predisposto al bene e al perdono; Dmitrij è fra tutti il più umano, la pecorella smarrita che riesce nel perdono e nell’espiazione dei propri peccati a ritrovare sé stesso e (forse) la felicità.

Un percorso simile, anche se meno evidente e toccante, spetta agli unici due personaggi femminili in scena: Grušenka (Alice Giroldini) e Katerina Ivanovna (Giulia Galiani), le donne contese dalla famiglia Karamazov. Indipendente, orgogliosa e vendicativa la prima, austera, elegante e martire la seconda, si avviano anch’esse, solo sul finale, verso un percorso di redenzione spirituale.

A dare risalto al temperamento e al percorso psicologico dei vari personaggi una scenografia sì imponente, ma mai ingombrante. Le scene di Francesco Ghisu sono fatte di pochi semplici elementi (delle sedute, un grosso lampadario, delle balle di fieno, uno specchio, una porta, una finestra): quanto basta per inquadrare il momento e lasciare che siano i personaggi, i loro caratteri e le loro vicende interiori a occupare interamente lo spazio.

L’ultimo capolavoro di Dostoevskij, nella riduzione teatrale di Matteo Tarasco, si fa portavoce di un messaggio di speranza e coraggio nonostante tutto, più forte e attuale che mai in un momento storico in cui l’odio, l’incomprensione, la violenza e la morte sembrano essere la forma di espressione più naturale del genere umano. Non c’è da stupirsi se, chiuso il sipario, ai più “umani” in platea vengano i brividi.  

 

 

Concetta Prencipe

12 febbraio 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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