Mercoledì, 22 Maggio 2019
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Tito/Giulio Cesare: due riscritture originali sulle conseguenze del potere

Recensione dello Spettacolo Tito/Giulio Cesare in scena al Teatro Argentina dal 7 al 12 maggio 2019

 

Tito e Giulio Cesare, due rielaborazioni originali di Santeramo e Sinisi, sono state protagoniste, insieme ad ulteriori quattro riscritture di drammaturghi italiani contemporanei, al Napoli Teatro Festival del 2017 in un progetto del Teatro Bellini, il Glob(e)al Shakespeare.

Nella Tragedia di Tito Andronico Shakespeare realizza una macchina teatrale di grande effetto scenico. La prima opera del Bardo si distingue dalle successive per le atmosfere cupe e oltremodo sanguinarie. Ispirato a Filomela e Procne leggenda narrata nelle Metamorfosi di Ovidio e Tieste tragedia di Seneca, Tito Andronico narra la vendetta del generale nei confronti della regina dei Goti Tamora. 

La riscrittura di Michele Santeramo, il cui titolo abbreviato in Tito fa presagire un intento di semplificazione, ridefinisce il componimento capovolgendo completamente il congegno tragico in un irriverente ordigno metateatrale. Il principio è la fine. Lo spettacolo si apre con gli attori che salutano il pubblico e scompongono la scenografia. A svelare ulteriormente l’artificio teatrale sono gli stessi protagonisti. Primo fra tutti Tito, interpretato da Fabrizio Ferracane, quando infierisce sulla scarsa capacità di Tamora nell’implorare pietà. Perfino Lavinia, dopo esser stata stuprata e mutilata, esprimerà dissenso nell’interpretare il suo ruolo (contrariamente a Shakespeare che la rende muta). Sarà un crescendo di rivelazioni dissacranti e auto-ironiche.  Santeramo vuole un più “prossimo” Tito: non il generale, ma l’uomo, stanco e debole, che desidera essere normale; non vorrebbe più preoccuparsi dei suoi figli, vorrebbe ripudiare Lavinia per togliersi “quel peso dello stupro di dosso”; vorrebbe scansare l’inevitabile vendetta. La scrittura è attuale, semplice, arditamente divergente rispetto l’originale tanto nello stile quanto nei contenuti. La regia di Gabriele Russo, splatter e a tinte dark, valica le attese fino a disorientare lo spettatore. Sebbene l’opera Shakespeariana tocchi apici feroci, come lo stupro e il banchetto cannibalesco (la regina mangia le viscere dei suoi stessi figli uccisi e macellati da Tito), la messinscena abusa di effetti speciali e trabocca di metateatro. Il sangue sparso in scena – con l’ausilio di contenitori sospesi ai lati della stessa e collegati a tubi trasparenti – ammutolisce; come la scena del Cunnilingus insanguinato, ennesima tortura aberrante ed esplicita di cui è vittima Lavinia, disturba la platea. L’intento, non del tutto chiaro, parrebbe quello di demistificare per incendiare, atterrire per scongiurare la brutalità straripante e consueta. Qualche animo attento e più sensibile potrebbe scovare tal fine; altri più incauti spettatori potrebbero ridere di gusto, come accaduto, saziandosi della sapidità splatter fine a sé stessa. Tito, rielaborazione estrema e turpe, rischia di sfiorare una traiettoria autoreferenziale. 

La pièce è sicuramente audace e ben congegnata. È sapiente il disegno luci di Salvatore Palladino e Gianni Caccia, così come il progetto sonoro di G.U.P. Alcaro e l’interpretazione di tutti gli attori: Andrea Bancale (Alabro), Roberto Caccioppoli (Bassiano), Antimo Casertano (Lucio), Fabrizio Ferracane (Tito), Martina Galletta (Tamora), Ernesto Lama (Saturnino), Daniele Marino (Demetrio), Francesca Piroi (Lavinia), Daniele Russo (Aronne), Filippo Scotti (Marzio), Andrea Sorrentino (Chirone) e Rosario Tedesco (Marco).

Rosario Tedesco (Antonio) e Andrea Sorrentino (Bruto) li ritroviamo in scena per il secondo atto insieme a Nicola Ciaffoni (Casca) e Daniele Russo (Cassio) nella riscrittura Giulio Cesare (Uccidere il Tiranno) di Fabrizio Sinisi per la regia di Andrea De Rosa. Se volessimo trovare il fil rouge che lega le due performance dovremmo scavare accuratamente, ma considerando solo gli aspetti attinenti ai contenuti. 

Altro capitolo, altra sostanza.  La riscrittura di Sinisi celebra l’opera originale dilatandone l’essenza universale, politica e sociale. Sono versi tonanti, ininterrotti, prepotenti che scavano l’inafferrabile relazione tra il popolo e il suo tiranno. Cesare, spregiudicato e accentratore, è riuscito ad ottenere la nomina di dittatore a vita. I congiurati Bruto, Cassio e Casca decidono di uccidere il Tiranno per salvare la Repubblica. Presto si accorgeranno che l’uccisione del Tiranno non ha mutato nulla. L’identificazione tra Cesare e Roma è totale, letale. La preziosa Repubblica che volevano liberare deve essere abbattuta. È un’avanzata militare implacabile il Giulio Cesare di Sinisi\De Rosa. Al centro della scena il corpo di Cesare, pronto per essere sepolto, giace; in alto un sacco carico e imponente sovrasta, in basso tre botole illuminate da cui riemergono Bruto, Cassio e Casca. Entra Antonio, con un gesto deciso, squarcia il grande sacco e un cumulo di terra si riversa in scena. La visione è apocalittica. I tre congiurati risalgono a fatica dal sottosuolo, percossi dalle sonorità acute e tonanti di G.U.P. Alcaro; intonano monologhi convulsi, spasmodici che dilatano retoriche di terrore civile e orizzonti di segregazioni. Antonio in silenzioso dolore inizia il rituale di sepoltura. La terra si fonde con i corpi dei vivi e dei morti. Il ritmo battente sferra colpi con armi da fuoco, gas nervino, fosforo e diossina. Nella marcia inesorabile risuonano versi taglienti, lirici, malauguratamente attuali. La poetica di Sinisi in incessante dialettica con la ricercata e acuminata regia di De Rosa rievoca ignobili ricorsi storici, stranianti folgorazioni belliche, mire velleitarie e demagogiche. Adesso più che mai Si può, si deve uccidere il Tiranno. Il tiranno è radicato, subdolo. È qui e ora. È un tutt’uno con lo stato, con il popolo. Il popolo custodisce la sua supremazia, rivendica la sua ferocia. Allora…” C’è un solo modo di abbattere un Tiranno: non uccidere lui, uccidere noi stessi”.

 

 

Caterina Matera

11 maggio 2019

 

Informazioni 

Tito/Giulio Cesare

 

scene Francesco Esposito 

costumi Chiara Aversano

luci Salvatore Palladino, Gianni Caccia

Sound Designer G.U.P. Alcaro

 

Tito

di Michele Santeramo

con Andrea Bancale, Roberto Caccioppoli, Antimo Casertano, Fabrizio Ferracane, Martina Galletta

Ernesto Lama, Daniele Marino, Francesca Piroi, Daniele Russo, Filippo Scotti, Andrea Sorrentino, Rosario Tedesco

regia Gabriele Russo

 

Giulio Cesare

di Fabrizio Sinisi

con Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Andrea Sorrentino

regia Andrea De Rosa

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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