Domenica, 15 Settembre 2019
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Trilogia di un corpo in punto di morte: oltre il buio della fine, il racconto di una vita agli sgoccioli


Dopo lo straordinario successo di ULULUNA, di e con Stefano Benni, il Teatro Stabile di Roma lancia un Festival a chiusura della vasta programmazione artistica del 2019 riportando in scena due dei successi della stagione appena trascorsa e due spettacoli inediti, con la rassegna Il tempo non esiste. (È per questo che lo facciamo) in scena dal 23 al 26 maggio 2019 al Teatro Keiros di Roma

 

La prima cosa che viene in mente non appena terminato lo spettacolo Trilogia di un corpo in punto di morte è uno spartito musicale. Più nello specifico, delle note all’interno di un pentagramma: qualcuna accompagnata certo, ma ognuna di loro è ben distanziata dall’altra, occupa uno spazio tutto suo e, tra alti e bassi, tra acuti e assoli, tra bemolli e diesis va a formare insieme alle altre una melodia perfetta e irripetibile.

Questo è il lavoro di Francesco Guglielmi che porta in scena, al Teatro Keiros di Roma all’interno della rassegna Il tempo non esiste con il Teatro Stabile di Roma, uno spettacolo vero, scandito momento per momento, battito dopo battito, dalle riflessioni toccanti e pungenti, ironiche e anche ciniche dell’unico protagonista che… si fa in tre!

Attraverso un corpo unico inquadrato e descritto nell’attimo in cui sta per spegnersi per sempre, Guglielmi infatti lascia che siano tre organi (il pene, il cuore e il cervello) a dar vita ad una corrente di pensieri che riassuma gli ultimi brandelli di una vita bruciata troppo in fretta e alla cui fine i tre protagonisti non riescono ad arrendersi. La resa del corpo, insomma, non è la stessa di ciò che contiene e, tra un ricordo e l’altro, tra un (ri)flusso di coscienza e il tentativo di un’ultima ostinata erezione, i tre organi, tirandola per i capelli, cercano di trattenere l’anima volatile e già leggera o almeno di chiudere in maniera degna, con un’uscita ad effetto, un’esistenza persa nel labirinto delle tante altre comuni esistenze. 

Presa e sopraffatta dal gioco della vita che non prevede vincitori, quest’anima rimane invischiata nel tira e molla dei sensi e degli organi che con ultimi afflati, disperati, eroici, a tratti romantici e dipinti da sfumature di tenerezza che emozionano provano a tener viva l’attenzione di ciò che sta per sfuggire per sempre: come una mano che, stringendosi fino allo stremo, infine rilassa i tendini per farsi guardare da ciò che lascia con un respiro di rimorso e di rimpianto.

Guglielmi poi è un artista del racconto e oscilla con disinvoltura tra espressioni impacciate e ingenue e silenzi di riflessione che aprono vasti scenari fatti di immagini e di considerazioni. Momenti e secondi che si rincorrono sul tappeto emotivo di continue epifanie, afferrate per essere subito dopo contraddette da un cinismo immaginifico (un po’ alla Woody Allen come anche altri hanno notato). Così la narrazione scorre, tracciata a mano da gesti secchi e rapidi o morbidi e sinuosi tanto da guidare e gestire l’attenzione dello spettatore: il tono di voce apre le porte e accoglie, lo sguardo e il respiro danno del tu al pubblico, invitandolo a partecipare e i movimenti del corpo accompagnato da riflessioni sincopate e non per forza a tempo – penso all’ultima danza stanca e opaca, quasi fintamente brillante, che il cuore prova a mettere in scena – strappano sorrisi amari su una riflessione a più strati.

Il racconto è un crescendo di emotività e di pensieri: inizialmente più ingenui e materiali (è il caso del pene, il primo a parlare in tono grottesco, scimmiottando un tirannello animato dal solo ricordo di virilità che fu), quindi attoniti e svagati di chi stenta ad accettare la morte e cerca qualcuno che possa dare un senso alla vita, infine profondi e toccanti, quasi a tastare con mano la sofferenza di chi sta lasciando la luce. Quindi il buio: un buio che chiude nell’attesa della fatalità ma che non è per forza ultima chiusura in assoluto. La voce dell’attore, solo sul palco, su uno sgabello che è un po’ l’emblema di una vita sempre in bilico, riempie ancora quegli ultimi vuoti che rimangono tra una presa di coscienza e tra un secondo che dura un’eternità, quasi a voler rubare per un po’ la scena alla morte e alla stessa oscurità.

Tornando alla luce e all’applauso finale, un riconoscimento enorme va sicuramente tributato alla produzione dello spettacolo, affidata al Teatro Stabile di Roma, capitanato dalla Digital Artist Maria Beatrice Alonzi, a cui va una menzione speciale per essere riuscita a portare in scena in questa stagione teatrale, in ogni singolo spettacolo, (penso ad Ululuna o a Stand Up Baby) una ventata di originalità e di freschezza, condita da una competenza tangibile ed evidente, frutto di un’idea di teatro alla quale tutti dovrebbero abbeverarsi per soddisfare la propria sete di cultura e di novità.

 


Federico Cirillo

26 maggio 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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