Domenica, 21 Luglio 2019
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Mirrorless: Un processo mediatico tra verità e bluff

Recensione dello spettacolo Mirrorless in scena al teatro Cometa Off dal 19 al 21 giugno 2019

 

È difficile scrivere di un esordio: è complicato almeno quanto esordire davanti a un pubblico.

Le gambe tremano, la voce anche, la tensione non si scioglie almeno fino al primo applauso e gli spettatori sono tanti che sembrano anche di più.
Ecco: così come un esordio è complicato da portare in scena, lo è anche parlarne e scriverne subito dopo.
Il testo inedito della giovane penna di Sabrina Scansani va in scena, grazie alla regia del giovane Cristiano Ciliberti, al Cometa Off e sarà sul palcoscenico fino al 21 giugno.

Ma cos’è Mirrorless? Mirrorless è quello specchio che si rompe non appena gli si pone davanti una verità: cruda e netta tanto da tagliare in due il vetro e creare un doppio binario di realtà. Certo, da quella faglia iniziale che verticalmente recide la superficie iniziano a crearsi delle piccole, minuscole crepe, che a mano a mano frantumano lo specchio in tante piccolissime verità pronte a schizzare sull’umanità come schegge impazzite. Il bello è che ognuno viene colpito, raccoglie o si ritrova in mano uno di questi frammenti per guardarlo, assimilarlo e perché no, distrattamente gettarlo via, in attesa di un nuovo schianto di verità.
Il doppio e il suo riflesso: qual è la vera storia di Mirrorless? La carne al fuoco è tanta e gli spunti sono vari. I due attori protagonisti Giovanni Alfieri e Lorenzo Affronti, si prestano all’esperimento dell’opinione pubblica, questo gigante con milioni di teste (pensanti o meno), pronto a fagocitare qualsiasi cosa gli venga data in pasto per poi sputare brandelli di realtà, ognuna digerita o quasi.

• La trama

Semplice la trama di per sé o meglio l’incipit: un meccanico di una qualche sconosciuta provincia italiana, grigia e fissata in una cornice neorealista, tornando a casa di notte, dopo il lavoro, scopre che il fratello con il quale vive insieme è morto. In un susseguirsi di scene che come quadri si aprono al pubblico con pennellate di humor, cinismo, ironia ma anche riflessioni pulp da noir all’italiana, si perde l’orientamento e nascono i dubbi: omicidio o suicidio? È stato il fratello meccanico o qualcun altro? La verità poco importa perché, come ammette Ciliberti stesso: «L’opinione pubblica, a cui gli spettatori daranno corpo, indirizzerà tacitamente azioni e parole dei personaggi in scena e verrà a sua volta influenzata da ciò che gli attori fanno». Insomma la verità è come una bugia al contrario, basta saperla leggere dal lato giusto. Ma in questo caso attori, spettatori e testo…da che lato sono? Infine ad accompagnare i due protagonisti vi è l’incarnazione della Verità: l’abile performer e coreografo Simone Ripa che apre lo spettacolo con una danza emblematica. La Verità prende forma indossando una maschera e da quel momento sarà compagna silente del gioco delle parti tra attori e pubblico, fino allo smascheramento finale.

• La resa

Intrigante il tema e i tre sul palco danno davvero l’anima per tenere unito il nesso tra testo e rappresentazione. Lo dico subito: bravi.
La loro performance - al netto di qualche inciampo dovuto alla giustificata emozione del debutto – è da applausi.
Ripa è bravissimo nel presentarsi come maschera arcaica e iconica, come doppio, come il non detto che perseguita il protagonista tutto il tempo, silente e sempre ai margini, proprio come la verità. Alfieri e Affronti poi mettono in scena scambi che, se a tratti appaiono un po’ forzati per arrivare ad un gioco di parole e alla battuta immediata, danno allo spettacolo il giusto metro tenendo bene in mano il filo narrativo ben orchestrato da Ciliberti, occhio attento che dall’alto guida il trio.
Il problema semmai è nel messaggio. Si parte con un ritmo da noir con un soliloquio che fila liscio, senza intonazioni né cadenze dialettali: una ripetizione sempre più dettagliata di un avvenimento che preme sulla memoria dello spettatore ma anche su quella del protagonista. Ci si sta convincendo di qualcosa realmente accaduto, o si stanno gettando le basi per i fraintendimenti? In questo gioco di sguardi che si dilunga, mentre, alle spalle, la Verità fa da allegoria coreografica del verbale, si arriva ad affrontare un susseguirsi di scene che, vorticosamente fanno un po’ deragliare il messaggio iniziale di fondo e il tutto diventa un po’ didascalico lì dove magari non serve. Il meccanico, personaggio in balia degli eventi che si lascia trascinare dal mare degli stimoli mediatici, assume ora pose buffonesche, ora atteggiamenti schizofrenici, quindi si fa agnellino spaesato in carcere per poi ergersi a Dio mentre racconta al compagno di cella la sua avventura: è uno ma sembrano tanti e a tratti si perde il senso del personaggio. Questo convivere in sé di più caratteri è comunque il punto di forza della recita dell’attore, bravo ad orientarsi lì dove la maschera sembra alla ricerca di un’identità.
Infine la quarta parete. Il muro che divide spettatore e attore ogni tanto vacilla cade e si frantuma, come se i protagonisti con forza spaccassero lo specchio che li divide dalla platea. Ma serve davvero ai fini della narrazione? L’espediente ha il suo fascino, ma lascia un po’ impreparato un pubblico sin dall’inizio non chiamato attivamente in causa. Le domande degli attori non prevedono, infatti, una risposta immediata, una reazione che apporti un cambio di battuta o una variazione di scena: più che un interlocutore lo spettatore diventa un muto espediente messo di fronte a domande alle quali sa già che la risposta è insita nella finzione preordinata dello spettacolo.

• Conclusioni

Lo spettacolo ha il potenziale per un’ottima riuscita e condensando i tempi, alleggerendone i silenzi e gli spazi vuoti tra uno sketch e l’altro, riacquisterebbe anche quel ritmo che ogni tanto, come detto, si dissolve nel buio dell’attesa o nella pausa di una battuta. I dialoghi tra i due attori funzionano e questo dà modo allo spettatore di seguire con interesse l’opera, per capire da che parte sta, infine, la verità. I cambi di luce, semplici ma ben dosati - Paolo Falasca, Peppe Spadaro e Elena Prosdocimo ne hanno curato luci e fotografia - accompagnano bene la danza iniziale e fungono da occhio aggiunto sulla scena fatta di pochi essenziali elementi, utili a dare più forza alla gestualità e al verbo degli attori. La compagnia, infine, merita il plauso di aver affrontato una tematica ricca di interpretazioni e non semplice da portare in scena, ma comunque talmente attuale da risultare piacevole da seguire e nella quale ognuno di noi può riconoscersi. Voglio quindi concludere con una frase di Ciliberti stesso che riserva allo spettacolo il pregio di «mettere in gioco le diverse abilità degli attori che si destreggiano tra tre livelli di interpretazione: l’attore in quanto tale, il personaggio che rappresenta e la maschera che dovrà indossare spinto dal sentimento voyeuristico dell’opinione pubblica». Tra questi tre livelli di realtà trasposti nella finzione dell’arte teatrale, tu che verità preferisci?


Federico Cirillo

24 giugno 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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