Giovedì, 13 Maggio 2021
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Se il Giulio Cesare di Shakespeare ci spiega il presente

Recensione dello spettacolo Giulio Cesare in scena al Globe Theatre fino al 6 ottobre 2019

 

Al centro della scena c’è Roma, la Roma delle Idi di marzo, la Roma di Cesare. Non ci sono sfarzi che ne ricordano le glorie e luci che ne evidenziano la bellezza; solo qualche arazzo, poche fiaccole e un paio di bracieri che illuminano il passaggio di soldati, senatori e indovini. È una Roma buia e macabra quella del 44 d.C. e di queste sere al Globe, squarciata da lampi e temporali improvvisi, lamenti e grida di dolore, incubi e cattivi presagi.

Il bel canto di Melania Giglio inquieta, atterrisce e, come un gemito lungo quasi tre ore, preannuncia e sancisce il noto e triste finale. Del resto, la congiura s’ha da fare. Eppure, non è tutto detto; come accade con i grandi classici e con le opere del Bardo in particolare, c’è sempre qualcosa “di nuovo” su cui riflettere. In Giulio Cesare c’è un filo, quello a cui Daniele Salvo, regista e adattatore del testo shakespeariano, tiene di più. Il filo che lega la Roma imperiale alla Roma moderna e, dalla capitale d’Italia fa il giro del mondo per raccontare gli effetti del potere sull’uomo di oggi e di ieri.

Cesare (Massimo Nicolini) è un dittatore, uno dei più grandi della storia. Con lui si inaugura la fine dell’era repubblicana e l’inizio di quella imperiale. La sua figura è somma espressione del potere cieco e assoluto, del culto della personalità, della manipolazione delle masse attraverso l’uso della retorica e dell’immagine pubblica. In lui l’umanità si dissolve, al punto che ne perdiamo le tracce (una maschera in lattice ne camuffa i tratti). In lui non c’è spazio per la pietà, come ricorda Cassio a Bruto; tuttavia, “l’uomo dai pieni poteri” non esisterebbe neppure, se non incontrasse dall’altra parte un’umanità fragile e manipolabile, pronta a cambiare fazione al primo esercizio di ars oratoria ben riuscito. Ed è proprio attorno al rapporto tra massa e potere che ruota l’adattamento di Salvo; un rapporto in cui ha la meglio solo chi è più forte con le parole, chi, come Marc’Antonio (Graziano Piazza) al funerale di Cesare, non solo trasforma il carnefice in vittima, ma ne sancisce anche l’immortalità.

In realtà, l’elogio di Marc’Atonio non è che la sublimazione del potere (della parola). A ben guardare, ritroviamo questa stessa dinamica in tutti i dialoghi più importanti della pièce: ad esempio, quando Cassio (Giacinto Palmarini) invita Bruto a ribellarsi; quando Portia (Melania Giglio) convince il marito a rivelarle il suo segreto. Il dialogo tra Bruto e Portia è un esempio di esercizio dialettico magistrale, ma è anche l’unico confronto dettato dalla fragilità del cuore e non della mente, oltre che uno dei momenti meglio riusciti e più toccanti dello spettacolo.
Potremmo continuare con il tentativo di Calpurnia (Flavia Mancinelli) di convincere Cesare a restare a casa; o con il discorso con cui Bruto (Gianluigi Fogacci) invoglia Cesare ad andare in Senato e incontro al suo destino.

Il Giulio Cesare di Salvo non è, dunque, la cronaca delle battaglie sul campo, eccezion fatta per la “cinematografica” battaglia di Filippi, ma un viaggio introspettivo nelle menti e nei sogni dei suoi personaggi. È un invito a riflettere sui tempi moderni, su quanto l’istinto a prevalere sull’altro e il desiderio di disporre delle vite altrui si tramandino di padre in figlio, di generazione in generazione, di epoca in epoca, connaturati come sono nella natura dell’uomo. Non è un caso che un solo attore interpreti sia Cesare che Ottaviano; così come non sono casuali i rimandi (della scenografia e dei costumi) a un’altra parentesi buia della storia contemporanea: il fascismo. Segno di quei corsi e ricorsi storici tanto cari a Vico.

 

Concetta Prencipe

25 settembre 2019

 

 

informazioni

Cast artistico

Decio Bruto / Lepido / Messala:
FRANCESCO BISCIONE
Indovino / Cinna poeta / soldato:
SIMONE BOBINI
Metello Cimbro/ Cicerone / soldato:
SIMONE CIAMPI
Bruto:
GIANLUIGI FOGACCI
Portia - Il Destino:
MELANIA GIGLIO
Lucio:
ALESSANDRO GUERRA
Calpurnia:
FLAVIA MANCINELLI
Trebonio / Lucilio:
ALBERTO MARIOTTI
Giulio Cesare / Ottaviano:
MASSIMO NICOLINI
Artemidoro / Pindaro:
GIUSEPPE NITTI
Cassio:
GIACINTO PALMARINI
Marc’Antonio:
GRAZIANO PIAZZA
Cinna / Titinio / soldato:
ANDREA ROMERO
Casca:
CARLO VALLI
Plebei, soldati, messi, servi::
Massimiliano Auci, Antonio Bandiera, Andrea Carpiceci, Micol Damilano, Matteo Magazzù, Alessandro Marmorini, Dimitrios Ioannis Papavasileiou, Riccardo Parravicini, Daniele Ronco, Roberta Russo, Giorgia Serrao, Giovanni Tacchella, Luca Viola, Francesca Visicaro

Cast tecnico

Regia:
Daniele Salvo
Aiuto regia:
Alessandro Gorgoni, Alessandro Guerra
Traduzione e adattamento:
Daniele Salvo
Musiche:
Marco Podda
Costumi:
Daniele Gelsi
Direzione tecnica:
Stefano Cianfichi
Disegno luci:
Umile Vainieri
Disegno audio:
Franco Patimo, Daniele Patriarca
Maschere:
Michele Guaschino e Makinarium di Leonardo Cruciano
Combattimenti scenici:
Antonio Bertusi
Canti dal vivo:
Melania Giglio
Scene:
Fabiana Di Marco

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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