Domenica, 20 Ottobre 2019
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Piccoli crimini coniugali al Quirino: rimanere insieme... nonostante tutto

Recensione dello spettacolo: Piccoli crimini coniugali. Di Èric - Emmanuel Schmitt. Con Michele Placido e Anna Bonaiuto. Adattamento e regia: Michele Placido. In scena al Teatro Quirino dal 1 ottobre 2019 al 13 ottobre 2019

 

La perdita di memoria del sign. Gilles, scrittore di romanzi polizieschi, lascia dei sospetti sulla reale autenticità; ancor meno convincente è il racconto della moglie sulla casualità dell’incidente domestico che l’ha provocata. Ciò che è drammaticamente evidente è che Lisa e Gilles sono una coppia in crisi, incapace di comunicare e di vedersi: la loro relazione è interrotta da troppi non detti che obbligano ognuno ad elaborare il proprio rancore e disillusione in silenzio, senza interagire. La diversità del partner è vissuta con diffidenza: lui si rifugia nel proprio narcisismo i cui accenti lo portano a dedicare i suoi libri a se stesso, mentre Lisa insegue un’immagine del marito distonica con la realtà.

L’amnesia diviene metafora di smarrimento personale e relazionale. “Chi sono io?” è la domanda esplicita che identifica il bisogno di ritrovarsi da parte di Gilles: egli si affida ai racconti della moglie, riguardanti se stesso, per tornare a riconoscersi. Ma ancor più forte della domanda sulla propria identità è l’atrocità del dubbio: Gilles (Michele Placido)si chiede se è ancora lui la persona che la moglie vorrebbe realmente accanto. Lisa (Anna Bonaiuto) dipinge il marito in modo ingannevole: le descrizioni non corrispondono ai tratti di Gilles, bensì sono proiezioni di come avrebbe voluto che lui fosse, tratteggiandolo come uomo fedele e minimizzandone i difetti. Lisa, non più giovanissima, non sa accettare, infatti, le insicurezze della sua età, come il pensiero che il marito possa frequentare donne più giovani, ma soprattuto non può coscientemente ammettere a se stessa la crisi della relazione. Entrambi mancano il contatto relazionale perchè incapaci di nutrirsi delle differenze dell’altro, preferendo segretamente monitorarsi a vicenda senza mai realmente incontrarsi. 

“È dura dover credere agli altri per capire chi siamo” è l’esistenziale constatazione del marito durante il tentativo della moglie di colmare la sua amnesia, ma è anche l’emblema di come l’incapacità di affidarsi all’altro porta a distanze relazionali. 

Sarà la paura di guardarsi dentro e la ritrosia di guardare fuori a colorare il loro rapporto di coppia di inerzia e di routine. Ci si lascia traghettare dal mare della monotonia in cui è facile perdersi ed urgente salvarsi: l’identità è compromessa perchè deprivata dal confronto con il partner...i desideri appiattiti ed è sempre più difficile “sentirsi”. Nasce,  come un guizzo improvviso, la necessità di salvarsi da questo sfondo sempre uguale e di riconoscere se stessi nell’altro. 

La raffinata drammaturgia di Èric-Emmanuel Schmitt si sviluppa attraverso parole e silenzi dove anche il non detto diviene voce. Un costante doppio fondo caratterizza i dialoghi, celandone l’essenza dietro pungenti ed ironiche allusioni dal sapore di un implicito rimprovero reciproco. A volte il verbo emerge impulsivamente dal profondo e, da troppo tempo sottaciuto, diviene rabbiosa rivalsa. La regia dello stesso Michele Placido intercetta il sottofondo emotivo del testo ricreando un’atmosfera sospesa, tesa ed enigmatica, dove anche la risata diviene ambigua senza mai realmente distendere i corpi. In alcuni momenti forse si è avvertita la mancanza di uno snellimento del testo, atto a mantenere il buon ritmo della pièce che ha risentito, a volte, di un certo rallentamento viziato da un antefatto eccessivamente dilatato. Interessante l’intervento volto alla diversificazione della personalità dei due protagonisti: il Gilles di Placido è un uomo sobrio privo di acuti vitali, tipico di chi ne ha viste abbastanza e non sa più emozionarsi. Egli dichiara il suo amore a Lisa quasi con noncuranza, consapevole dei limiti dell’amore e, forse anche dei suoi. La recitazione stessa di Placido sembra plasmarsi su un registro monocromatico, orientata ad esaltare la stanchezza e rassegnazione del suo personaggio, logorato dalla vita di coppia e troppo preso da se stesso per vibrare con la realtà esterna. Più impulsivo ed irrequieto il temperamento di Lisa che, lontana dall’accettazione della realtà, si contrappone con energia alla demotivazione del marito. 

Le luci di Pasquale Mari hanno accompagnato e assecondato lo sviluppo della trama con diverse gradazioni cromatiche armonizzate con l’emotività del momento. Ben rifinita e sobria, la scenografia di Gianluca Amodio aggiunge credibilità alla rappresentazione  offrendo un apprezzabile sfondo ai corpi e alle parole. 

 

Simone Marcari

5 ottobre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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