Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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Scene da un matrimonio al Teatro Eliseo: dimmi che rimani

Recensione dello spettacolo: Scene da un matrimonio, di Ingmar Bergman. Con Julia Vysotskaya e Federico Vanni. Regia di Andrei Konchalovsky. In scena al Teatro Eliseo dal 5 novembre 2019 al 17 novembre 2019

 

Logorati dall’inerzia di un rapporto stanco nel quale si è smarrito il senso dello stare insieme, Milenka e Giovanni conducono la loro vita matrimoniale lasciandosi guidare dal flusso della corrente, nascondendo a se stessi la crisi della loro relazione. La routine, con la sua noiosa ridondanza di appuntamenti fissi, sembra apparentemente un elemento di disturbo per la coppia, ma in realtà protegge la stessa, permettendole di anestetizzarsi nella prevedibilità delle situazioni, dispensandola dal riflettere su se stessa. Ma anche in un gioco di finzioni e di attudimenti, i conti rimasti aperti con il partner hanno una loro memoria e gridano il proprio rancore attraverso ironie e velate allusioni nascoste dietro frasi solo apparentemente neutre, che entrambi si rimbalzano.

Milenka tenta timidamente di recuperare i frammenti della relazione con proposte vane, finalizzate a recuperare con il marito l’intimità perduta. Come un treno che si rincorre quando è già partito, il tentativo della donna risulta più formale che convinto e, soprattutto, drammaticamente fuori tempo, quando cioè la stanchezza e la rassegnazione offuscano la fiducia di entrambi nel cambiamento. Non è casuale, infatti, che il marito rifiuti le proposte di Milenka, come chi, lucidamente consapevole della irreversibilità della deriva della coppia, cerca la propria serenità altrove. La confessione di Giovanni di essersi innamorato di un’altra donna crea un’improvvisa accelerazione e instabilità ad uno scenario che sembrava essersi assestato su un ipocrita equilibrio. Ma a volte ciò che erroneamente chiamiamo amore è solo il riflesso di un desiderio di ricominciare a vivere e di sentirsi importanti per qualcuno. Quello stesso desiderio che troppo frettolosamente porta a scegliere relazioni che evaporano troppo in fretta e trasformano in rimpianto la sicurezza del rapporto precedente.

Scene da un matrimonio è di fatto il racconto di una sfida mancata verso l’autonomia e dell’impossibilità di due partner di differenziarsi, slegandosi definitivamente dal loro rapporto, incapaci di rischiare la solitudine ed il buio che essa comporta. Anche quando i due formeranno altre coppie continueranno a frequentarsi, perpetuando il medesimo schema relazionale caratterizzato da reciproche e violente accuse che nascondono di fatto una disperata richiesta reciproca ben precisa: dimmi che rimani.

L’originale stesura cinematografica datata 1973 e diretta da Ingmar Bergman viene trasposta dal regista Andrey Konchalovsky in una Roma di fine anni sessanta, dove i protagonisti originari Marianne e Johan lasciano ora il posto a Milenka (Julia Vysotskaya) e Giovanni (Federico Vanni). Le peculiarità della versione madre, rintracciabili prevalentemente nella lentezza della ritmica recitativa e nel linguaggio corporeo, come  espressione dei “non detti”, viene in parte denaturata a favore di una rappresentazione che, agli aspetti drammatici e densi, affianca venature umoristiche e di alleggerimento. Emerge quindi una nuova pièce di buona fattura che, pur non disconoscendo il nucleo drammaturgico primitivo, ha rischiato di discostarsi oltremodo dal capolavoro di Bergman. Apprezzabili gli inserti di metateatro in cui i due personaggi introducono agli spettatori i capitoli delle scene che si accingono a rappresentare, la suddivisione delle quali non differisce troppo da quella originale.

La recitazione dei due attori è apparsa convincente, esaltata nei passaggi narrativi in cui è stato necessario comunicare, dietro le apparenze, il reale sentire dei loro personaggi sia dentro che fuori la relazione matrimoniale. Assolutamente rifiniti e perfettamente in linea con l’ambientazione temporale della vicenda, le scene e i costumi di Marta Crisolini Malatesta hanno contribuito a rendere credibile la stessa, esaltando appieno il fascino dell’ old style. Elegante la scelta di proiettare, durante i cambi scena, alcuni filmati anni sessanta di Roma (curati da Mariano Soria), accompagnando il pubblico in un viaggio temporale a ritroso quanto mai realistico. La proposta di Konchalovsky si è lasciata apprezzare dai numerosi spettatori, convincendo anche coloro che, presumibilmente (e giustamente), si aspettavano una maggiore fedeltà al maestro svedese, grazie ad un lavoro comunque ben curato e di qualità.

 

Simone Marcari

11 novembre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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