Venerdì, 24 Gennaio 2020
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After The End al teatro Brancaccino: possesso ed eccesso

Recensione dello spettacolo After the end, in scena al Teatro Brancaccino dal 12 al 22 dicembre 2019

 

Un’esplosione, forse un attentato. Ovunque distruzione e morte, macerie e cadaveri bruciati. Forse. È quello che Mark (Federico Rosati) racconta a Louise (Miriam Galanti). E di come le abbia salvato la vita, trasportandola nel bunker che ha nel giardino. La verità è lì in alto, al di fuori di una botola di ferro, che non si aprirà mai. Ma essa, terribile, si svelerà comunque alla ragazza, man mano che il rapporto fra i due evolve all’interno dello stretto recinto in cui è confinato. Un gioco crudele che, sottratta la libertà, si attua gradualmente. Prima la ritorsione psicologica con ogni mezzo: invocando la gratitudine, ricercando la pietà, dichiarando l’amore. Poi l’imposizione della volontà tramite la privazione del cibo e la violenza. Per arrivare al vero fine di tutto, il possesso, che è ovviamente anche carnale (esplicitamente dichiarato in scena), ma che in realtà ambisce ad essere totale.

L’autore inglese Dennis Kelly costruisce un testo che, dietro la prima immagine di un thriller psicopatologico, propone una visione universalmente estendibile delle dinamiche di coppia. L’amore è malato (e quindi non è amore) quando si traduce in esercizio di potere: la garanzia del dominio assoluto sull’altro è il rimedio che Mark, prototipo del maschio contemporaneo, adotta per placare le patologiche insicurezze.

Il tema della vittima e del carnefice e della loro perversa relazione non è certamente nuovo. La versione di Kelly è particolarmente cruda e cupa e immagina una necessaria evoluzione verso la restituzione della violenza. La regia di Marco Simon Puccioni si attiene a questo cromatismo, costruendo uno spettacolo angosciante, claustrofobico non solo per l’angustia degli spazi, disegnato con luci bluastre, suoni stridenti, continue cesure di buio totale. E richiedendo, necessariamente, la consegna a sé di ogni grammo della materia attoriale.

Il protagonista maschile, Federico Rosati, profonde quindi tutto il suo impegno, producendosi in una recitazione convulsa, fatta di parlare concitato, piagnucolii lamentosi, rabbia urlata, che ingenera tutto il dovuto disgusto verso il suo personaggio. Una certa tendenza all’overacting però impone nel pubblico una tensione continua e senza momenti di risoluzione, che rende monocorde nei registri estremi la sua prova.

Più efficace alfine Miriam Galanti, di cui si apprezza la trasfigurazione, dalla impostazione distante e impersonale della iniziale fase di sottomissione, alla paranoica alterazione del sé (anche dei connotati). dopo il ribaltamento dei ruoli.

Il lavoro di Marco Simon Puccioni e dei suoi attori sortisce il suo effetto: via via che i comportamenti di Mark diventano più paradossali, le pretese più stringenti, gli atti più ignominiosi, il cerchio della repulsione si stringe alla gola, come una inesorabile garrota; ma il disturbo permane anche nel climax finale, il quale, pur essendo risolutivo, fa accedere comunque a disturbanti istinti di violenza.

After the end è una operazione riuscita? Anche troppo. Il tono sovrasta il messaggio. Se si voleva lasciare sensazioni, cuore, cervello e fegato ne escono carichi; ma se si voleva dire qualcosa, lo si è detto troppo forte.

 

22 Dicembre 2019

Valter Chiappa

 

 

 

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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