Giovedì, 02 Aprile 2020
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Al Teatro Quirino, Un Tram che si chiama Desiderio: Nemmeno la follia salva dalla realtà

Recensione dello spettacolo: Un tram che si chiama Desiderio, di Tennesee Williams. Regia di Pier Luigi Pizzi. In scena al Teatro Quirino dal 3 al 15 marzo 2020

 

I discorsi interrotti e i gesti mai agiti seguitano a vivere dentro di noi come un cerchio non chiuso in cerca di conclusione: solo così tali “affari insoluti” potranno avere una degna sepoltura.

Si sarà sentito fin da fuori casa l’odore di alcool, misto a quello delle carte da gioco appesantito di imprecazioni e sudore. Chissà che delusione avrà avvolto Blanche quando, scesa dal tram chiamato Desiderio, si è trovata di fronte all’abitazione di sua sorella minore Stella e del marito polacco Stanley: personaggio burbero, poco propenso a cerimoniali, preda dell’alcool e del gioco. Rimasta vedova del suo giovane marito morto suicida dopo esser stato scoperto da lei omosessuale, Blanche si presenta dopo tempo a casa della sorella con un bagaglio contenente un passato da dimenticare e la ricerca di una risposta credibile al perchè seguitare a vivere. Ma il tempo passato non offusca e non sana le criticità relazionali irrisolte: le stesse riprendono vita ricominciando esattamente da lì, dove sono state momentaneamente riposte.

Lo scontro tra Blanche e Stella avrà come pretesto la perdita da parte di Blanche della tenuta Belle Rèeve. Ma cosa ne vuol sapere Stella delle difficoltà in cui si è trovata la sorella, lei che appena sposata ha abbandonato al loro destino i genitori, lasciando fosse Blanche ad occuparsi di loro? Come si possono giudicare le emozioni altrui quando si è distanti...anzi, quando si è scelto di essere distanti? Nessuno può valutate le risonanze emotive di chi viene lasciato solo, anche quando queste portano a gesti folli. L’ambivalenza attuale di Blanche è figlia di una sua storia personale spesso fallimentare vissuta in totale solitudine: la donna di ora è la conseguenza della bambina di ieri che cerca nel presente un riscatto. Protetta dalla sorella ma decisamente mal sopportata, fin dal primo momento, da Stanley che la riterrà pericolosa a causa di certe sue menzogne smascherate, Bianche perderà di credibilità anche verso Harold Mitchell, un amico di Stanley con il quale c’era stata reciproca simpatia. I passati insuccessi relazionali della donna, ritorneranno beffardi quindi anche nel presente, divenendo causa e conseguenza di un maltrattenuto squilibrio mentale, che romperà gli argini tracciando un percorso di follia privo di alternative e di salvezza.

Sia Blanche che Stella rifiutano il loro presente, seppur con modalità differenti. Più evidente e “malata” la sovrapposizione di una realtà soggettiva a quella oggettiva, da parte della prima che, per non sentire troppo i colpi della vita attuale e le risonanze di quella passata, si rifugia nella pazzia costruendo il mondo come lei lo avrebbe voluto.    Se Blanche inventa una realtà che non esiste, Stella nega quella esistente convincendosi che la sua è esattamente la vita che voleva con l’uomo che voleva, attenuando e sminuendo agli occhi altrui , e suoi, i frequenti e pericolosi eccessi irosi di quest’ultimo, di cui è rimasta incinta.

La preziosa drammaturgia di Tennessee Williams sembra orientata ad esplorare l’implicito e il non detto sottostanti ad un sistema relazionale precario. L’immediatamente visibile è solo apparenza dietro la quale si nascondono i protagonisti, nel disperato tentativo di celare a se stessi una realtà costellata da diverse solitudini. Convincente l’approccio registico di Pier Luigi Pizzi nel rispettare lo spartito originale valorizzandolo con delicate partiture inedite perfettamente integrate con lo sviluppo narrativo di cui vengono esaltati gli accenti. Apprezzabile, inoltre, l’intervento sulla corporeità, utilizzata come potente forma espressiva intenta ad esprimere emozioni altrimenti precluse dal solo mezzo verbale. Sostenuti dall’espressività somatica, gli attori, infatti riescono a far trasparire efficacemente i tratti di personalità dei loro personaggi, imbrigliati tra menzogna, rabbia e disperazione.

La figura di Stanley Kowalsky, interpretato da Daniele Pecci, intercetta le prerogative di un tratto caratteriale aggressivo sostanziandole in un personaggio “elementare” e primitivo, caratterizzato da quell’inconfondibile impulsività che ha come causa e “cura” illusoria l’alcool. Stanley vive la presenza di Blanche esclusivamente come minaccia all’equilibrio della coppia della quale mantiene una visione grezza ed involuta. Convincente l’interpretazione di Pecci, apparso a proprio agio nei registri “alti” e drammatici dove accompagna efficacemente con il corpo la tensione del momento; non sempre, invece, dentro il personaggio nei passaggi intermedi ed interlocutori dominati dalla parola. Superlativa la prova attoriale di Mariangela D’Abbraccio (Blanche). L’attrice ha saputo efficacemente trasferire la disperazione del suo personaggio rendendola palpabile e presente. La lacerazione emotiva e psichica di Blanche, conseguente ai traumi recenti e passati, si esprimono realisticamente nella D’Abbraccio attraverso l’alternanza, in un unico personaggio, di disperazione, pazzia, ironia, e comicità. Quest’ultima non è frutto di leggerezza ma sgorga da quella disperazione senza ritorno tipica di chi, consapevole di non poter avere riscatto dalla vita, si concede almeno di deriderla. Apprezzabile la recitazione di Angela Ciaburri nei panni di Stella, specie nella capacità di comunicare emozioni contrastanti, nate dalla volontà di difendere sia il marito che la sorella. Credibile anche la prova di Stefano Scandaletti nei panni di Mitch, un amico e collega di Stanley dall’animo così puro da apparire persino goffo: legato a doppio filo con la madre malata, si invaghisce di Blanche ma rimane da questa ben presto deluso. L’elegante e sobria scenografia (Pier Luigi Pizzi), dominata dalle tinte grigie, si sviluppa in verticale su due livelli, ricreando su quello inferiore l’abitazione di Stella e Stanley e rendendo polifunzionale l’ambiente superiore. Il progetto luci (Luigi Ascione), dialogando con le tonalità della scenografia, disegna suggestivi chiaroscuri e penombre restituendo una costante tensione emotiva alla pièce. Non immediatamente intellegibile, invece, la scelta di far coabitare, nell’allestimento scenografico e nei costumi (Pier Luigi Pizzi), elementi sintonici all’ ambientazione originaria anni ‘40 e dettagli quasi contemporanei.

Il pubblico accorso numeroso alla prima, sfidando l’insidia virale, decreta con applausi convinti, alcuni dei quali a scena aperta, il successo di un lavoro di indubbio spessore dal quale viene a sua volta ripagato.

 

Simone Marcari

 5 marzo 2020

 

Informazioni

Drammaturgia: Tennessee Williams

Traduzione: Masolino D’Amico

Adattamento: Pier Luigi Pizzi

Musiche: Matteo D’amico

Regia e scena: Pier Luigi Pizzi

 

Personaggi ed interpreti:

Blanche DuBois: Mariangela D’Abbraccio

Stanley Kowalsky: Daniele Pecci

Stella Kowalsky: Angela Ciaburri

Harold Mitchell: Stefano Scandaletti

Eurice Hubbel: Erika Puddu

Steve Hubbel: Massimo Odierna

Pablo Gonzales: Giorgio Sales

Dottore: Francesco Tavassi

Infermiera: Stefania Bassino

Giovane: Giorgio Sales

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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