Lunedì, 03 Ottobre 2022
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La XXXVI edizione del Todi Festival apre con Il corpo della donna come campo di battaglia

Recensione dello spettacolo Il corpo della donna come campo di battaglia, in scena al Todi Festival il 27 agosto 2022

 

La Storia è donna e la si può immaginare indaffarata a tenere testa ai suoi miliardi di figli, a quell’umanità che la sfida ma non la invecchia, che la guarda dal basso e che si affanna per essere notata, per esserne degna per spodestarla, di tanto in tanto da quel trono universale. Al teatro Comunale di Todi, in occasione della prima serata della XXXVI edizione del Todi Festival 2022, va in scena “Il corpo della donna come campo di battaglia”, lavoro intenso del regista Matëi Vişniec che con coraggio decide di raccontare da un punto di vista differente un conflitto che tante ferite profonde ha lasciato nel ventre già lacerato a fondo della Storia. C’è un filo sottile che lega, d’altronde, questa prima teatrale con la dedica che l’evento ha deciso di fare alla poetessa Patrizia Cavalli, recentemente scomparsa: l’orgoglio, il coraggio e una sfrontata autosufficienza. Tre caratteristiche che, nelle donne dell’opera teatrale come nella poetessa forse cambieranno il mondo ma saranno necessarie per togliergli davanti il velo opaco di non vuol guardare o ascoltare. 

“Il corpo della donna come campo di battaglia” mette di fronte, quindi, due figure femminili: una psicologa americana (interpretata da Marianella Bargilli) e una donna bosniaca vittima di uno stupro di guerra (Annalisa Canfora). Sullo sfondo il conflitto in Bosnia che diventa inevitabile collante tra un passato mai del tutto passato e un presente che è ancora troppo correlato a un nero futuro. Anche in questo caso il contatto diventa parte dominante della scena e il racconto tende a dividersi in vari spezzoni, scene di un incontro tra culture: quella occidentale devastata psicologicamente dalle scene di una guerra che entra nell’immaginario ordinario come e forse anche più di quella nel Vietnam grazie anche a un’esposizione mediatica nuova, e quella balcanica che vive sulla pelle e sul corpo la ferocia di un conflitto tra nazioni, tra fratelli che hanno trasformato la vicinanza geografica in pura violenza tra confini. Il corpo della donna bosniaca è il vero campo di battaglia, ma anche la psiche e le emozioni dell’americana Keith diventano terreno fertile per i colpi e gli strascichi che il conflitto lascia dietro di sé. 

Lo spettacolo vive di attimi profondi e intensi in cui i corpi e i sentimenti delle donne diventano di colpo una sola e unica entità: un locus sconfinato, maltrattato e messo a dura prova dalle sfide di una società fatta di popoli e di opposizioni. Il contrasto è vissuto da entrambe e insieme entrano spesso in contatto ora violento e drammatico, ora tenero e comprensivo, ora delirante o ai limiti del grottesco e del didascalico, scambiandosi vicendevolmente posto, ruoli e sensazioni, come se la sbronza collettiva di una guerra diventasse improvvisamente un’ubriacatura emotiva in cui lasciarsi andare per non sentirsi del tutto in balia del naufragio che trascina il mondo. 

Il percorso narrativo che accompagna lo spettatore attraverso la storia raccontata sul palco si muove tutto all’interno di un singolo ambiente diviso idealmente in due stanze: uno studio medico con scrivania, appunti sparsi e schemi che richiamano le vicende e le immagini di una guerra vissuta ogni giorno sul campo di battaglia materiale e una saletta con un letto sfatto sul quale è adagiato un corpo sfatto, emblema anch’esso di una guerra, parallela, vissuta ogni secondo all’interno della donna bosniaca, preda e al contempo guerriera di una battaglia che inizia con se stessa e si scaglia davanti gli occhi e le menti di tutta l’umanità. Due sono idealmente le stanze, ma senza muri divisori così che possano entrare a contatto, mischiarsi continuamente, scambiarsi le parti e tornare ai loro posti dopo essersi attraversati. Così fanno anche le protagoniste che trovano l’una nell’altra la forza e la volontà di guardare avanti senza mai cancellare ciò che lasciano dietro. 

Il tragitto può essere visto come una sorta di catarsi che si libera al mondo e che attraverso la denuncia visibile su carne viva non si fa patetico tentativo di accusa generica, ma si pone come testimone indelebile e costante di ciò che è stato e ciò che continua ad essere. Forse in alcuni casi porge il fianco a un tono leggermente didascalico o volutamente marcato e enfatico ma la forza dell’opera – in Prima nazionale durante l’inaugurazione del Festival – sta proprio nel testo e nei concetti espressi sul palcoscenico dalle due attrici, brave a interpretare il flusso di energia e dinamismo delle vicende trattate e rievocate. 

L’interpretazione è sentita, tra il sofferto e il passionale e pur tendendo in alcuni momenti a superare il limite della realtà, è strutturata in modo tale da far parlare gli eventi e le emozioni piuttosto che le attrici in sé: il concetto di violenza fisica sul corpo della donna entra in scena prima ancora del racconto di una guerra tra popoli, ed è questo l’obiettivo cercato e raggiunto dal regista e dalle protagoniste. 

 

Federico Cirillo

29 agosto 2022

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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