Mercoledì, 21 Febbraio 2024
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C'è lava viva sotto il vulcano! Seconda edizione catanese del Fringe Festival, rassegna internazionale del Teatro Off e delle arti performative

Catania Off Fringe Festival, dal 16 al 29 ottobre 2023

 

"Non c’è vita senza collettività, è cosa risaputa: qui ne hai la controprova, non c’è vita senza lo specchio degli altri…" diceva Goliarda Sapienza, scrittrice catanese, di cui il prossimo anno ricorrerà il centenario dalla sua nascita.

Ci piace che questo sia l'incipit per introdurre la seconda edizione del Catania Fringe Festival poiché nella mission dei Fringe come una delle prime volontà è che sia "luogo di scambio e di confronto tra artisti e operatori di settore e per la costruzione di una rete di scambio di buone pratiche e di esperienze diffuse". E non c'è luogo migliore di scambio, a nostro parere di una città come Catania, concava e accogliente, senza spigoli, difficile forse, ma dai contorni stondati. Ecco perché a nostro parere Catania è uno dei luoghi migliori per ospitare un Fringe e Francesca Vitale e Renato Lombardo, direttori artistici, che curano anche il festival di Milano Off Fringe, lo hanno ben compreso, valorizzando la vocazione della città siciliana. Grazie all'associazione culturale “La Memoria del Teatro”, il Comune di Catania tramite il bando "Palcoscenico Catania. La Bellezza senza confini", nato per la valorizzazione dei quartieri decentrati, e il Ministero della Cultura, attraverso il FUS progetti speciali, il festival quest'anno ha assunto una identità più definita e considerato che è una seconda edizione i presupposti di una crescita ulteriore a nostro parere, ci sono tutti. Per due settimane Catania ha ospitato, dal centro alle periferie, 64 spettacoli in 17 spazi performativi, replicati, in modo alternato, dal giovedì alla domenica nei due fine settimana lunghi di fine ottobre.

Oltre 180 tra artisti e compagnie che hanno aderito al bando internazionale del CTOFF 23 e sono state scelte dagli stessi spazi teatrali per mettere in scena i propri lavori. Una riflessione di massima, prima di scendere nel dettaglio di alcuni spettacoli, i Fringe sono una fucina e come tale luoghi di sperimentazione e scambio, in cui si attua la "prima fusione" del prodotto teatrale; se si comprende appieno questo intento si può utilizzare questi spazi come piedistalli sui quali mostrarsi prima dell'opera compiuta. Gli artisti che abbiamo avuto la fortuna di incrociare in questo nostro racconto sono quasi nella totalità talentuosissimi e questo ci fa ben sperare su come si sta muovendo la didattica teatrale, a volte il prodotto ci è parso acerbo, seppure le idee fresche e innovative. Insomma c'è lava viva sotto il vulcano!

Di seguito una indicazione su alcuni spettacoli che abbiamo seguito.

Blasè
di L.Zilovich, con Michele Puleio, regia L.Zilovich/ Officine Gorilla

Un piccolo gioiello! Una storia originale narrata senza alcuna sbavatura, con una messa in scena pulita e senza ostentazioni. Aggiungiamo una pratica attoriale magistrale che fa del bravo Michele Puleio un attore oramai "non più giovane". La vicenda ruota intorno a un uomo che prende in ostaggio minacciandoli con una pistola i lavoranti di un e-commerce. L'uomo, vittima della sua insoddisfazione agisce un gesto sovversivo e neanche troppo velatamente politico, per tentare di uscire dal dolore di vivere che lo attanaglia. Questo lo stratagemma teatrale che permette poi di passare la parola ai vari ostaggi, ognuno con una storia, una personalità, un modo di esistere, maschere a tratti comiche, molto più spesso tragicomiche di una società che subisce supinamente una vita nella quale nessuno di loro è apparentemente felice. E quindi c'è il laureato, che si è piegato a fare il magazziniere, l'impiegata seduttiva che si innamora del suo carnefice, un manager senza scrupoli che cerca di fare marketing anche in quell'occasione. Una società che da questo ritratto esce molto più che malconcia, svilita nei suoi contorni sfuocati. Le Officine Gorilla, non sono nuove a questo sguardo di osservatorio sul mondo, mai giudicante, bensì acuto e attento, che mette dinanzi lo spettatore a più piani di realtà, schiacciandolo su una parete in cui si ha la netta sensazione del senso di inedia che ci avvolge tutti; dove ci si lascia vivere, senza agire nessuna scelta. Un richiamo ancora al bravissimo Michele Puleio, che ci auguriamo di vedere sempre più spesso sui palchi, i nostri teatri ne hanno davvero bisogno!

 

Mamy blues

di e con Luna Romani

Un monologo su un tema doloroso, che probabilmente si intuisce anche dal titolo, il baby blues,ossia l'insieme di sconvolgimenti, dolori, poche gioie, ipotetiche depressioni che attraversano la donna dopo aver messo al mondo un bambino. Luna Romani è sicuramente molto brava, cruda, ci racconta tutte le fasi drammatiche dell'esistenza di una neo-mamma, quelle che spesso non si possono raccontare. La difficoltà dell'allattamento, la difficoltà di avere rapporti con il proprio compagno dopo aver partorito, la difficoltà di essere donna a pochi mesi/anni dopo aver messo al mondo un bambino. Alla recitazione si accompagnano dei brani di interviste fatte a donne fresche di maternità che raccontano la loro esperienza di neomamme, che però ci sono parsi troppo ridondanti nel palesare un dolore, togliendo a volte la scena alla pratica attoriale che invece a nostro parere andrebbe valorizzata viste le doti della brava attrice. Difatti a nostro parere la capacità da sfruttare assolutamente è l'utilizzo del corpo della Romani, che spesso regala delle immagini molto potenti e calate sul tema, molto più di un racconto di parola, che seppur reale, non lascia nello spettatore lo stesso impatto. Il testo è curato, ci sono degli spunti interessanti, come la citazione a questo essere madre che non ha dato alla donna "neanche il tempo di salutarla", spunto che anche in questo caso andrebbe a nostro parere allargato e esteso a nuova sceneggiatura.

 

 

Tutti credettero che l’incontro tra i due giocatori di scacchi fosse casuale - Una storia su Aldo Moro

di e con Marco Bisciaio

Gli spettacoli di narrazione e ricerca storico/ politica imperversano; Celestini, Paolini, in questo senso hanno fatto scuola; in questo caso ci sembra che la lezione sia andata assolutamente a buon fine. Marco Bisciaio trova come stratagemma narrativo un anno, il 1978, nel quale a suo parere la storia d'Italia ha avuto un cambio epocale. Le foto che si succedono su un filo e sulle quali sono appese come panni ad asciugare, sono spesso un ossimoro: Aldo Moro e le Brigate Rosse vicino alla locandina di Grease, o all'immagine dell'incontro che vide la sconfitta del grande Mohamed Alì. Immagini taglienti, così affiancate, pensiamo assolutamente non in modo casuale, anzi ne siamo sicuri, poiché il racconto di Bisciaio ci porta proprio lì, in quel taglio dal quale il nostro paese non è mai più uscito. Le parole scavano in quel taglio, la ferita di un Italia inerme non tanto dinanzi a una morte crudele, ma davanti a una politica che tradisce nel credo più profondo ogni cittadino. Bisciaio ci regala anche dei brani autentici, registrazioni che aprono la memoria su quell'anno. E ancora Peppino Impastato e la sua radio Aut, Incontri ravvicinati del terzo tipo, le citazioni continue a Pavese, a Pasolini, al suo brano di assoluta poesia sulla "scomparsa delle lucciole", che se possiamo fare da appunto al bravo Bisciaio, forse avremmo preferito come titolo di questo spettacolo, che va assolutamente divulgato, nelle scuole, tra coloro che nel 1978 ancora non c'erano, ma anche tra coloro che c'erano e che forse hanno voluto dimenticare.

 

 

 

Open mic farm

testo e regia di Gianluca Ariemma, con Giulia Messina, Salvo Pappalardo e Gianluca Ariemma