Recensione della prima mondiale di ‘La Vita Nuda’ di Matteo D’Amico.
Debutta, all’Opera di Roma, una nuova opera lirica, in prima mondiale: ‘La vita nuda’,
composta da Matteo D’Amico su un libretto di Sandro Cappelletto tratto da due novelle di Pirandello: L’Uomo dal fiore in bocca e La Patente.
Un primo plauso va all’istituzione musicale capitolina.
che in questo trionfo di ‘Madama Butterfly’, ‘La Traviata’ e ‘Turandot’ che costellano i cartelloni italiani, spesso più per sanare i bilanci che per offrire autentici contributi al dibattito culturale, osare una nuova commissione ed allestirla con un cast così prezioso è scelta coraggiosa e che va premiata.
Dal punto di vista visivo, la scena, ideata da Gregorio Zurla, è suggestiva. In alcuni momenti assolutamente poetica.
Una stazione, luogo d’incontro e di incontri, magnifica metafora dell’esistenza che pian piano fa entrare lo spettatore nelle sue viscere. Intensi il gioco dei vetri che non sanno essere specchi, delle sagome che trasformano le persone in fantasmi, o forse essenza dell’essere.
Raffinatissima la citazione magrittiana, con le luci della sala che sembrano lampioni e suggeriscono un ribaltamento della scena, un cambio di visuale, perfettamente coerente alla filosofia pirandelliana, ma anche la scena del black out regala atmosfere metafisiche di grande suggestione e la ridiscesa della vetrata, alla fine sembra aver annusato il profumo delle architetture funerarie canoviane.
L’orchestra dell’Opera di Roma risponde molto bene alla direzione di Alessandro Cadario, che esalta tempi e ritmica di una partitura complessa, ben articolata e di forte resa.
Ottima la regia di Cecilia Ligorio, che giocando con pochi elementi, come due strutture mobili ai lati ed una vetrata che sale e scende, regala una narrazione suggestiva, mai banale e con alcuni interpreti riesce a cesellare autentici camei interpretativi
Di impatto l’entrata in scena di Rosario Chiàrchiaro, reso dalla presenza lussuosa di Andrea Concetti, che costruisce con misura e con colori personali una sorta di idea platonica dello Iettatore, sofferente e compiaciuto, reietto e rispettato, evitato ma osservato. Un personaggio difficilissimo da illustrare in chiave narrativa, ma che Concetti sa cesellare con sapienza, anche alla seconda uscita, quella sul finale, quando la parte cantata è decisamente più onerosa e permette al basso di mettere in evidenza la sua ricchezza interpretativa ed una voce che sa piegare ad effetti suggestivi e drammatici.
La vicenda, superata questa sorta di premessa, racconta una giornata in quella stazione.
Appare, all’alba un capostazione, interpretato da Omar Montanari che parla con l’avventore, addormentato e carico di regali, di Blagoj Nakoski.
Montanari ha voce solida, che sa modulari nei giusti volumi. Intensa la resa scenica, che appare controllata, a tratti quasi sapientemente trattenuta. Lui è l’uomo con il fiore in bocca, che è il male che gli consuma le ultime giornate.
Vorrebbe gridare al mondo la sua voglia di assaporare ogni istante che gli rimane ma contemporaneamente si trattiene, per rendere meno dura la sua dipartita per le persone che ama.
Un duello fra Amore e Morte, fra Passione e Senso del Dovere, che se mitiga, forse, la sofferenza, certamente la amplifica.
Un racconto di grande efficacia, che riesce a mettere al centro della vicenda anche il desiderio di sparire, di diventare una di quelle ombre che popolano la stazione.
Nakoski è artista decisamente interessante, che non ci stanchiamo di considerate sottoimpiegato dai teatri italiani, che può essere considerato un vero esperto di musica contemporanea: dieci prime assolute di opere liriche, moltissime le arie inedite inserite nei suoi concerti, alcune delle quali scritte appositamente per lui.
La parte è complessa: molto ampia l’estensione, notevoli i salti di registro, ma accanto ad una prova musicale maiuscola, assolta con grande bravura, è necessaria una recitazione profonda, attenta ad ogni gesto, ad ogni sfumatura.
Il tenore lo fa senza penalizzare mai il canto, ma con un carisma ed una intensità carismatiche e potenti.
Di fatto il suo giudice che attraversa la vita, propria e degli altri, cercando di non farsi scalfire nelle sicurezze, ma anche di non sottovalutare nessuna delle emozioni che incontra, è la figura centrale della storia e viene resa con magnetismo e capacità di porre ogni nota, ogni sfumatura, ogni gesto, al servizio della poesia della vicenda.
Sarà, da li in poi, un rincorrersi di persone, personaggi, storie, vicende, che alla fine ci consegneranno l’invito di prendere in mano la propria esistenza, portandone i pesi ma gustando ogni sfumatura, ogni colore, senza perdere neanche un attimo del Bello che ci viene offerto.
Annunziata Vestri è la moglie dell’uomo con il fiore in bocca. Vocalmente tratteggia una figura determinata e sofferente che consegna alla narrazione una donna spezzata che riesce a raccontare il suo soffrire.
Maria Grazia Schiavo trova toni stridenti per la giovane innamorata, forse un modo per dare suono all’adolescenza, ben spalleggiata in questo da Marcello Nardis, che dà la voce anche al secondo giudice, a nostro parere il più centrato dei due ruoli che interpreta.
La Schiavo è anche Rosinella, la figlia di Chiarchiaro. A noi sembra che il bravo soprano si trovi più a suo agio nel repertorio sette/ottocentesco e l’attendiamo con interesse nella prossima Donna Anna a Trieste, dove è stata applaudita Violetta, fermo restando che il duetto con la Vestri è pagina di grande suggestione, molto ben eseguita da entrambe.
Roberto Abbondanza è il terzo giudice. Una figura riuscita, che crea una bella intesa, scenica e sonora, con il Giudice D’Andrea di Federico Longhi. A noi, ma probabilmente è solo una nostra impressione, sono sembrati entrambi più funzionali che carismatici. Avremmo immaginato, leggendo il libretto, voci di maggior peso, ma la presenza e l’approvazione dell’autore dimostra quanto ci sbagliamo.
Ma anche quanto questa partitura sia interessante, ricca di spunti e di riflessioni. Di come ci abbia offerto, già dal primo ascolto, una grande quantità di stimoli e sappia viaggiare ‘ da sola’, emozionando e coinvolgendo.
Certamente grazie alla scrittura raffinata di Matteo D’Amico, presente alla prima assieme al librettista, moderna ma senza quegli eccessi che farcivano le composizioni di fine Novecento, che parevano costruite più per stupire che per narrare. Qui il racconto scorre, vivace, coinvolgente, con tempi ben calibrati, son mente figlio della musica del Novecento, raccoglie l’eredità di Puccini e di Menotti, ma non copia nessuno, a dimostrare quanto D’Amico sia un musicista preparato, colto e dalla grande personalità.
Suggestivo il black out dall’uscita di Chiarchiaro, con una pagina a cappella, o quasi, che regala potenti emozioni ma ancora di più il suggestivo finale, costruito con un equilibrio compositivo di grandissimo spessore, una narrazione ammaliante e sonorità struggenti, che rapiscono e commuovono.
Alla fine applausi convinti, giustamente, per tutti.
Ben arrivata, ‘Vita Nuda’!
Gianluca Macovez
21 ottobre 2026
informazioni
Roma, Teatro dell’Opera, 18 ottobre 2026
La vita nuda
Musica di Matteo D’Amico
Opera in un atto liberamente tratta da L’uomo dal fiore in bocca e La patente di Luigi Pirandello
Drammaturgia di Cecilia Ligorio e Sandro Cappelletto
Libretto di Sandro Cappelletto
Direttore Alessandro Cadario
Regia Cecilia Ligorio
Scene Gregorio Zurla
Costumi Vera Pierantoni Giua
Luci Fabio Barettin
PERSONAGGI E INTERPRETI
La barista / moglie dell’Uomo dal fiore in bocca Annunziata Vestri
Rosinella, la figlia di Chiàrchiaro / Giovane innamorata Maria Grazia Schiavo
L’uomo dal fiore in bocca Omar Montanari
Avventore / Giudice 1 Blagoj Nacoski
Giudice 2 / Giovane innamorato Marcello Nardis
Giudice 3 Roberto Abbondanza
Giudice D’Andrea Federico Longhi
Rosario Chiàrchiaro Andrea Concetti
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
Opera commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma
Prima esecuzione assoluta