Mercoledì, 23 Ottobre 2019
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Gioie e dolori nella vita delle giraffe al Teatro India dal 12 al 17 marzo 2019


Dal 12 al 17 marzo al Teatro India in scena GIOIA E DOLORI NELLA VITA DELLE GIRAFFE, scritto dal drammaturgo portoghese Tiago Rodrigues e messo in scena dal regista Teodoro Bonci del Bene. Sul palco Carolina Cangini, Martin Chishimba, Dany Greggio e Jacopo Trebbi in una favola straniata e straniante sui contrasti, le disarmonie e gli opposti che caratterizzano la nostra sfuggente realtà.

«Chi è Giraffa, cosa fa Giraffa, la protagonista di GIOIA E DOLORI NELLA VITA DELLE GIRAFFE? È una bambina di nove anni» racconta Vincenzo Arsillo, traduttore del testo, «troppo alta per la sua età, che deve svolgere un compito: fare una ricerca sulle giraffe.

E in questa ricerca, attraverso questa ricerca, inizia un vagabondaggio nella Lisbona di oggi, e di sempre e di mai, dove ogni incontro è un indizio e una complicazione, una rivelazione e un disincanto, una ferita e una risata. E tutto questo è giocato dall’autore su infiniti e sottilissimi scarti linguistici, delicati e profondi come sogni reali o come immagini rivelatrici e insensate. E così nella ampollosità innaturale di Giraffa, che parla spesso per definizioni e che riproduce imperfettamente registri linguistici elevati in contesti di comunicazione che immagineremmo informali, si riflette il turpiloquio pervasivo del peluche Judy Garland. Tutto ci parla di contrasti e di dismisura, la vera cifra segreta del testo».

La ricchezza di questa “scena teatrale di formazione” firmata da Tiago Rodrigues si amplifica nella regia di Teodoro Bonci del Bene, che chiama in causa, per dare corpo allo spettacolo, l’universo dissonante delle subculture, ovvero di quei gruppi che hanno espresso nella storia della collettività una forma di socialità non istituzionale. Così, nella lettura del regista, i personaggi di Gioie e dolori nella vita delle giraffe sono stati costruiti ispirandosi ad alcune delle più importanti subculture del Novecento, dando loro precise connotazioni estetiche e iconografiche che emergono nella scelta di capi di abbigliamento e codici comportamentali. Divertendosi a intessere un gioco di codici e linguaggi non solo verbale, ma anche visuale, lo spettacolo inizia il suo percorso socio-culturale dalla periferia inglese della fine degli anni ’60: qui i giovani proletari, criticando il progressivo imborghesimento della working class, iniziano a rasarsi la testa, indossare bretelle, polo Fred Perry, blue jeans attillati e scarponi da lavoro. Nasce il movimento skinhead a cui si ispira il personaggio di Judy Garland (alias il vecchio, alias il bancario del pacchetto di zucchero) che, come tutte le “teste rasate” dell’epoca, ripudia lo stile di vita aristocratico, parla di temi legati al lavoro in fabbrica e si aggrega ad altri skinhead per ascoltare musica reggae e ska importata dai fratelli neri jamaicani, i cosiddetti rude boys.

Dall’America glam e punk Rock dei primi Settanta, quella di David Bowie che sta producendo l’album di esordio di Lou Reed, Transformers, quella della Lower East side di Manhattan, quella dei Television, i Ramones, i Blondie e Patti Smith, arriva invece il padre/madre di Giraffa (alias Cechov): costumi androgini e make-up, grande presenza scenica e sessualità. Dallo stesso periodo, più a nord, dal Bronx in fiamme e dalla cultura afroamericana che inizia a far sentire la propria voce grazie ai block party (feste di strada) dove b-boys e fly-girls ballano la break dance su basi campionate dal soul e dalla disco music, iniziando a vestirsi da biker e coprendo il giubbotto di pelle (o denim) con toppe di ogni genere, giunge l'immagine del personaggio di Giraffa. Infine, la quarta e ultima figura dello spettacolo, Pantera (alias poliziotto, alias il minacciato primo ministro Pedro Passo Coelho), vede i suoi contorni arrivare dallo sfondo della scena hip hop, ormai imponente fenomeno commerciale che, lasciati i panni larghi tipici dei ballerini di break dance, è nei nostri occhi per l'abbigliamento cool e formale dello streetwear di moda oggi. Orologi d’oro e gioielli alle mani stanno a suggerire prestigio e benessere. Ma Gioie e dolori nella vita delle giraffe va in scena nel 2019. Nei nostri anni: quelli della generazione Y e dei social media. Qui, tutte le sottoculture si re-incontrano e si influenzano a vicenda in uno scenario virtuale fluido e privo di confini tangibili.

Note di regia Teodoro Bonci del Bene
 
Lo spettacolo Gioie e dolori nella vita delle giraffe si svolge in un parcheggio. La scena è completamente vuota, fatta eccezione per un grosso televisore. Il testo non parla di parcheggi, ma il televisore è uno dei protagonisti della storia inventata da Tiago Rodrigues. Ma cosa ci fa un apparecchio TV nel bel mezzo di un parcheggio? E poi, va bene, siamo in parcheggio, ma dove si trova il parcheggio? Prima di tutto devo ammettere che è stato l’istinto a guidarmi nelle scelte dalle quali nasce lo spettacolo basato sul testo di Tiago Rodrigues. Il ragionamento arriva successivamente e serve unicamente a capire quali percorsi inconsci abbiano portato ad ambientare la storia di una bambina, persa nei vicoli di Lisbona, su un tappeto di asfalto. Non è difficile immaginare i personaggi del testo di Rodrigues vivere in un parcheggio. Il disoccupato, l’artista senza lavoro, il vecchio dimenticato dai figli, l’emarginato, l’impiegato che odia il suo lavoro, non sono forse esseri umani parcheggiati in una qualche zona periferica della società dalla quale la parola “prospettiva” è bandita? Non è forse una sensazione nota a molti quella di sentirsi parcheggiati? Della strada, quella cosa che porta da qualche altra parte, resta solo la parte peggiore: la sua superficie ruvida, grigia e fredda. La protagonista, da testo, si rivolge a degli interlocutori (“Spero che traiate piacere da ciò che vedrete, e che non ne abbiate noia”) che, forse, sono gli stessi spettatori. Narrando la storia della propria vita, Giraffa vi si immerge portando in vita i fantasmi della sua infanzia e dialogando con loro. Una quarta parete grossa e spessa si erge fra lei e gli spettatori ai quali un attimo prima si era rivolta e permette a chi guarda di spiare la sua vita privata. Ad una prima lettura la sensazione è stata quella di un testo che non ha linee curve, ma solo angoli retti: una linea rivolta verso il pubblico, per parlare direttamente con chi è venuto a guardare, e un’altra, perpendicolare, sulla quale dialogano protagonisti e personaggi secondari della storia. Ed ecco che il palcoscenico è solcato da linee che sono perpendicolari o parallele alla platea. Ad un’analisi più attenta il testo rivela invece un certo rigore compositivo. Le chiavi di lettura sono presenti nel testo (Nella scena 8 La protagonista si dice pentita di aver dovuto uccidere il suo miglior amico, ma l’omicidio viene mostrato nella scena 27, l’ultima, come se fosse un fatto che accade ora, al quale nessuno era preparato). Questo fa presupporre che l’azione scenica in realtà sia un ricordo, e che ci siano due pubblici: uno seduto in platea e uno seduto sul palcoscenico. I due pubblici hanno visuali differenti e osservano due azioni diverse: al pubblico in platea si rivolge una persona che parla della propria infanzia, al pubblico sul palco si rivolge una bambina di nove anni che sta crescendo e chiede aiuto per diventare adulta. Quindi ci sono almeno due piani differenti dal punto di vista temporale, che necessariamente, sono ambientati in due luoghi diversi fra loro. È per questo che il luogo in cui è ambientato lo spettacolo non è il luogo di cui si parla nel testo. Il testo è diviso in due parti, la prima si svolge in casa della Giraffa al tempo della morte di sua madre (anche se non è esplicitato, Rodrigues fornisce degli indizi da cui si può dedurre che si sia suicidata). La seconda parte si svolge per le strade di Lisbona. Nonostante si parli spesso di strada, non c’è alcuna sensazione di dinamismo o prospettiva nella storia della protagonista. I fatti sono sì legati uno all’altro, ma non c’è nella protagonista un’evoluzione (interiore o esteriore), semmai c’è un accumulo di informazioni. Infatti la crescita di cui si parla, il passaggio dall’infanzia all’età adulta, non è analizzata nel testo. Si dice solo: “questo è ciò che è avvenuto il giorno prima che sono diventata grande”. Ma il personaggio in scena non cambia, le sue idee non mutano, il corso dei suoi pensieri non è influenzato dal dialogo con altre persone. Questo elemento suggerisce l’assenza di una prospettiva. La strada, metafora di cammino, direzione, percorso, non porta da nessuna parte. In questo non portare da nessuna parte ho immaginato che al termine della propria avventura per le strade notturne di una grande città la protagonista decida di restare là. Una volta cresciuta, Giraffa torna nei luoghi in cui è avvenuta la sua crescita, e ci si insedia. La strada perde la sua connotazione principale: quella di portare da qualche parte. E si trasforma in un parcheggio.

 

Redazione
8 marzo 2019

 

Informazioni

 

GIOIA E DOLORI NELLA VITA DELLE GIRAFFE
di Tiago Rodrigues
traduzione Vincenzo Arsillo
scene e regia Teodoro Bonci del Bene
con Carolina Cangini, Martin Chishimba, Dany Greggio, Jacopo Trebbi
disegno luci, video e audio Matteo Rubagotti
costumi Cristina Carbone
scenografo realizzatore Rinaldo Rinaldi
scenografi collaboratori Lucia Bramati e Ludovica Sitti
scene costruite nel laboratorio di Emilia Romagna Teatro Fondazione
direzione tecnica Robert John Resteghini
contributo video (bambina nella tv) Cecilia Valli Big Action Money
foto di Marco Montanari

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione

Orari spettacoli: tutte le sere ore 21 _ domenica ore 18
Durata: 1 ora e 30 minuti

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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