Mercoledì, 17 Agosto 2022
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Quarant’anni di Un sacco bello. Dietro l’eternità del film il desiderio di recuperare noi stessi

Esistono delle variabili incontrollabili nella vita e nell’arte che sfuggono dalle dita della razionale prevedibilità e, seguendo leggi proprie, accompagnano quel particolare momento verso un destino inaspettato e non del tutto intellegibile. Sono passati quarant’anni da quella rovente e desolata giornata di Ferragosto quando Roma d’estate si svuotava davvero e si avvertiva solo il suono di cicale accaldate e rumori indefiniti... lontani, provenienti da chissà dove. Era il 1980 quando nelle sale cinematografiche uscì “Un sacco Bello”, diretto da Carlo Verdone alla sua prima esperienza registica e prodotto da Sergio Leone. Enzo, Leo e Ruggero, i tre personaggi principali interpretati da Verdone stesso, nella loro apparente diversità raccontavano le rispettive storie di voli mai spiccati e mete mai raggiunte, condensando una certa comicità, derivata dalla natura stessa del personaggio, e una malinconia poetica, dove il dentro si fondeva con il fuori e la desolazione dell’esterno rifletteva la vibrazione interiore dei personaggi. Sembra ancora di sentirla riecheggiare per le strade di Roma quella melodia fischiata composta da Ennio Morricone, che racconta il senso di dispersione, solitudine ed irriquetezza che accompagnava l’episodio di Leo. Questi è un ragazzo puro, poco abituato a relazionarsi con le ragazze, che inciampa per caso in Marisol (Veronica Miriel), una turista spagnola, proprio nel momento in cui egli sta per “chiudere tutto” ed andare a Ladispoli per raggiungere l’unica donna della sua vita: la madre.

All’ingenuità disarmante di Leo, priva di ambizioni, risponde Enzo, il classico bullo, frivolo, figlio del suo tempo, in perenne ricerca del brivido erotico per soddisfare il quale è disposto anche a raggiungere Cracovia in compagnia di Sergio (Renato Scarpa), un improbabile compagno d’avventura. Il personaggio di Enzo nella sua irresistibile godibilità racconta l’altra faccia della solitudine, ancora più drammatica rispetto a quella di Leo perchè decisamente distonica con la sua maschera e la portata delle ambizioni.

Sergio appare infatti come poco meno che un estraneo, conosciuto da Enzo chissà dove e recuperato dall’interno di un’agenda telefonica drammaticamente vuota. Nell’episodio che renderà Mario Brega eterno, Ruggero è un figlio dei fiori divenuto tale più per opposizione alla regola genitoriale tradizionalista che per reale vocazione. Indimenticabile il tono dei dialoghi, con andamento in crescendo sfociante in uno spassosissimo acuto, tra Ruggero e suo padre (Mario Brega). Quest’ ultimo, nel disperato tentativo di sottrarre il figlio a una vita improntata su espedienti e facili suggestioni, chiama a rinforzo un amico prete di vecchia data, un nipote e un professore. Ma per assaporare o avvicinarsi all’assoluta magia della pellicola è necessario oltrepassare il mero giudizio razionale ed estetico per ascoltare con delicatezza il riverbero che questa ha avuto negli anni successivi sull’immaginario emotivo di ciscuno. In definitiva quei personaggi non esistono più, quei posti sono sostanzialmente mutati e, insieme a questi, anche le ambizioni, desideri e aspettative delle persone. Nonostante tutto l’essenza di quei protagonisti, alla quale vorremmo ancora appartenere, ancora ci parla raccontando qualcosa di noi che sentiamo sempre più distante da ciò che siamo ora. L’affezione alla pellicola nasconde ed esprime un desiderio urgente di recuperarci senza disperderci: potremmo, infatti, anche non identificarci in nessuno dei sei personaggi proposti da Verdone ma non possiamo rimanere indifferenti alla genuinità ed immediatezza di questi. Per tale ragione la rinnovata attualità del film è sintesi di un processo di co - costruzione, dove la bontà della pellicola trova corrispettivo nel sentire profondo del pubblico.

“Un sacco bello”, quindi, non solo ha saputo cogliere l’essenza di quegli anni ma ha rincorso anche quelli successivi, assurgendosi ad osservatore silenzioso di ciò che stavamo perdendo nella nostra spasmodica corsa verso una sterile modernità. Da alcuni anni, infatti, un gruppo di appassionati, assecondando fedelmente la trama del film, ogni Ferragosto onora l’appuntamento incontrandosi proprio lì.. dove una volta sorgeva il “palo della morte” (un traliccio della luce) nel punto esatto in cui Enzo convince Sergio a partire per Cracovia a Ferragosto.

Nel desiderio di non dimenticare il film convive l’urgenza di non dimenticare noi stessi, di fermare alcune sequenze filmiche per ritrovarci in quella semplicità che, anch’essa variabile incontrollabile, sentiamo sfuggirci di mano.

 

Simone Marcari

12 agosto 2020

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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