Giovedì, 14 Novembre 2019
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Le fluttuanti geometrie di Perilli nello spazio museale di San Salvatore in Lauro

Recensione della mostra Geometrie impossibili presso i Musei di San Salvatore in Lauro di Roma dal 18 giugno al 27 luglio 2019

 

Eleganza: è questo l’imperativo, la parola d’ordine che ha caratterizzato l’inaugurazione della mostra personale dedicata ad Achille Perilli nei musei di San Salvatore in Lauro di Roma. L’antico chiostro, situato alle spalle di Piazza Navona e trasformato in museo, è uno sfondo raffinato. Reso ancora più suggestivo dalle candele posizionate, dentro parallelepipedi di vetro, sull’uscio delle stanze adibite ad accogliere le opere più recenti dell’artista contemporaneo.

Il giardino centrale ospita un delicato buffet con champagne per salutare gli ospiti, raffinati come tutto il contesto. Dopo l’iniziale immersione in queste atmosfere che celebrano la bellezza, si seguono le indicazioni che portano alle sale espositive dove osservare le tele di Perilli (classe ‘27) risalenti per lo più agli ultimi dieci anni: appartenenti, quindi, alla sua produzione più recente all’interno di un percorso artistico che dura da 72 anni.

Geometrie impossibili, il titolo della mostra, rimane coerente con la produzione degli anni ‘50/’60/’70 e che affonda le proprie radici nelle avanguardie storiche. Molteplici ed evidenti sono le influenze del costruttivismo russo di Tatlin, dell’astrattismo di Klee e soprattutto di Mondrian per la scelta di “Forme geometriche”. Nel secolo scorso, molti artisti sentono l’esigenza di scostarsi della rappresentazione naturalistica del figurativo, del mondo oggettivo, creando una separazione con la realtà che li circonda, esprimendo una tensione intellettuale e spirituale attraverso segni, forme e colori che non si identificano più con il reale. Nell’ambito di questi movimenti artistici del 900, le creazioni di Perilli risultano essere un’evoluzione rispetto alla staticità bidimensionale di Mondrian, che voleva strutturare in modo definito lo spazio della tela. Invece i volumi geometrici di Perilli sono sospesi, quasi fluttuanti nello spazio che diventa decentrato, senza un unico punto di vista, antiprospettico. In uno spazio indefinito di forme che si espandono in volumi in una dimensione di atemporalità, anche il colore, oltre il segno, acquisisce un valore fondamentale. Le cromie si muovono prevalentemente tra il verde e il blu, dando alla stanza una vaga sensazione di piattezza: ma dopo un’attenta osservazione delle singole opere c’è spesso una tonalità contrastante - come l’arancio, il rosa, il viola - che buca la campitura piatta dello sfondo della tela e la linearità di alcune geometrie, creando una dissonanza, una rottura con la restante parte, in cui il colore contrastante diventa l’elemento prevalente su tutto il resto. L’iniziale sensazione di piattezza potrebbe essere il frutto di un allestimento che vede le opere esposte tutte ravvicinate e con una luce non sempre adeguata a evidenziare la brillantezza dei colori.

Rimane, però, indiscusso il contributo di Achille Perilli all’astrattismo italiano del dopoguerra, declinando in modo originale le suggestioni delle neoavanguardie europee, le cui propaggini si sono allungate fino all’attualità.

 

Mena Zarrelli

24 giugno 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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