Giovedì, 28 Maggio 2020
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Un ricordo della figura di Germano Celant Teorico dell’Arte Povera

E’ scomparso Germano Celant all’età di ottanta anni ha causa del coronavirus se è andato un grande  studioso e Critico d’Arte e Curatore padre dell’arte povera che ha influenzato l’arte contemporanea  di riflesso anche Napoli il suo linguaggio artistico grazie anche a Lucio Amelio e Marcello  Rumma è indimenticabile la mostra fatta nel 1980 all’Arsenale di Amalfi, e nel contempo la famosa  intervista fatta dallo stesso Amelio. Vorrei ricordare le mostre da me viste al Museo Madre quella  dedicata a Lucio Amelio e l’altra dedicata a Marcello Rumma lo scorso anno da queste due mostre  da altre che ho visto ho condotto una mia ricerca sull’Arte Povera, io penso che la letteratura da  consultare è essenzialmente di due tipi: da un lato si hanno i cataloghi le mostre curate da Germano  Celant, che nel 1967 ha riunito, in base a un’affinità di forme e presupposti, il lavoro di diversi  artisti piemontesi e romani sotto l’etichetta ufficiale di “Arte Povera”, seguendone e coordinandone  da quel momento l’attività espositiva e critica, proseguite entrambe anche dopo lo scioglimento del  gruppo nel 1971. 

Dall’altro invece si trovano le interviste e le mostre monografiche degli artisti che ne hanno fatto  parte in maniera più o meno continua nei quattro anni delle breve vita del movimento, e redatte da  curatori “indipendenti” rispetto al progetto del critico genovese. Ci si accorgerà ben presto di  quanto questi due filoni si discostino l’uno dall’altro, spesso in maniera sostanziale. I motivi di questa divergenza sono da rintracciare nella difficoltà di dare un’interpretazione univoca alle nuove direzioni che stava imboccando alla fine degli anni Sessanta l’arte italiana, che accomunata dalla poetica e dagli intenti agli altri movimenti europei e americani a essa contemporanei, si inseriva in uno spirito del tempo fluido, per sua natura sfuggente agli inquadramenti fissi delle costruzioni teoriche, con radici piantate nell’insoddisfazione riguardo gli esiti delle ricerche artistiche dentro e fuori l’Italia e in un più generale bisogno di rinnovamento sociale (e solo in alcuni casi politico). Torino, inizio anni Sessanta. 

 

L’ambiente artistico in cui matureranno le idee artepoveriste si presenta inizialmente come un crocevia tra i principali movimenti e stili italiani e francesi, il cui dialogo agli occhi dei giovani artisti delinea due macrotendenze, una delle quali caratterizzata da un’inerzia costitutiva che la costringe a muoversi sempre lungo la medesima traiettoria, dibattendosi tra i tentativi di trovare risposte convincenti alle solite vecchie questioni tra astratto e figurativo, contrapposta a un’altra più incline al rischio di fare tabula rasa per costruire direttive interamente nuove dalla situazione drammatica del secondo dopoguerra, come il Nouveau Realisme. 

Le aperture spaziali (sia fisiche che spirituali) di Fontana, Klein e Manzoni non sono vissute come liberazioni delle potenzialità d’azione (il taglio dell’andare oltre la superficie visibile della tela, il blu e il bianco monocromi come luoghi delle infinite possibilità) ma come inesorabili e amare constatazioni del raggiungimento del “muro”, come lo definisce Michelangelo Pistoletto, il termine ultimo del percorso della prospettiva, e dell’impossibilità di superarlo. Nonostante la scoperta di una gestualità di tipo nuovo , secondo Pistoletto “l’arte era completamente dominata dal tentativo di spostare sempre più i limiti esistenziali che venivano a galla con la fine storica della prospettiva. 

Erano limiti che provenivano da questo grande muro sul quale bisognava collocare delle aperture che non eravamo più in grado di collocare, poiché la scienza e la tecnologia ci avevano portati all’estremo di ciò che era stato lo spazio prospettico del Rinascimento.  

L’arte era la espressione finale dell’individualità dell’essere che si scontrava contro quel muro, era  l’essere artista stesso che si schiantava contro quel muro” . Allo stesso modo l’Informale, a causa del quale, secondo Piero Gilardi, in Italia “non sembrava esserci spazio per altro”4 , non fa che rimandare il problema di una pittura vissuta come “totale insicurezza, non come tipo di linguaggio sicuro e accettato” . E’ questa un’insoddisfazione, quella degli artisti che formano il nucleo originario del gruppo (Piero Gilardi, Michelangelo Pistoletto e Aldo Mondino), che si accompagna a una necessità di andare oltre, di esplorare un vero nuovo spazio reale, fatto di vettori energetici, interattivo e radicato nella realtà sociale, che pur trovando alcuni appigli nelle esperienze controtendenza del Bauhaus Immaginista di Asger Jorn e Pinot-Gallizio , del materismo di Burri e dell’oggettualità decadente del Nouveau Realisme, manca ancora di alcuni degli elementi che le permetteranno di indirizzare le discussioni e l’operato artistico verso nuove idee, forme e consapevolezze. Lo stimolo che offre spunti di riflessione inediti e una possibile via d’uscita dallo stallo artistico, è da ricondurre all’esportazione della Pop Art oltre i confini americani. Alla fine del 1963, presso la Galleria Il Punto di Torino e grazie ai rapporti di Gian Enzo Sperone con la galleria parigina di Ileana Sonnabend che per prima aveva gli aveva fatto traversare l’Atlantico, Roy Liechtenstein è il primo artista pop ad avere una personale in Italia. Ed è proprio grazie all’attività quasi ossessiva di Sperone (lui in persona definisce quel giovane se stesso un “invasato” ), che nel 1964 aprirà la sua galleria in piazza Carlo Alberto a Torino in cui esporrà a ritmi serrati esponenti della Pop sia americana che italiana, e di un’esigua manciata di altre gallerie che quelle prime incursioni non rimangono un caso isolato ma si trasformano in un’inondazione vera e propria, per culminare con la definitiva consacrazione internazionale alla Biennale di Venezia e il Gran premio assegnato a Robert Rauschenberg. Come rileva Paolo Thea, per la prima in Italia si abbandona una prospettiva totalmente eurocentrica in favore di una di più ampio respiro in cui gli Stati Uniti si pongono come polo d’interesse principale per ogni tendenza e considerazione riguardante la cultura: “E’ paradossale ma allo stesso tempo vera la constatazione che le serigrafie di Warhol e degli altri esponenti pop arrivano in Europa e in Italia in modo analogo ai fumetti, ai dischi e alle pellicole cinematografiche, sbaragliando  il campo.” Dopo tutto è la natura stessa della Pop Art che la porta ad assorbire le caratteristiche dei meccanismi culturali in atto per diventarne parte, cosicché le opere pop si costituiscano, fin dalla loro creazione, come merce e moda. Alienando dal loro contesto le merci nella loro integrità strutturale (quindi sia la loro componente materiale che quella intellettuale, perché l’una non esiste senza l’altra) dal loro contesto grazie all’azione isolante che la pratica artistica occidentale ha sempre avuto nei confronti dei suoi soggetti, le eleva con uno spirito intriso di religiosità laica a miti della contemporaneità. 

Una manipolazione delle sfere del reale e dell’arte che va ben oltre lo scherzo linguistico, l’intruglio di linguaggi di ordine inconciliabile, operando una fusione a livello genetico delle due entità e producendo un ibrido, sia opera d’arte che merce. E’ proprio questa scorreria tutt’altro che ludica o critica nel mondo delle immagini - in un’accezione che si avvicina a quella di Debord, come lo potevano essere i collages di John Heartfield e degli altri esponenti del Dada berlinese - questa accettazione e legittimazione della società tramite l’utilizzo e la glorificazione dei suoi stessi mezzi a rendere possibile l’idea dell’opera come commodity. La Pop Art esaspera quell’oggettualità che nel Nouveau Realisme, nonché nelle frange del New Dada che non si sono capovolte nella celebrazione della società dei consumi, recava la traccia del decadimento materiale e spirituale di un’umanità marcescente nella sua sporcizia, nella sua deformità, nella sua inutilità e nel suo aspetto tutt’altro che lusinghiero per l’occhio - nel suo essere insomma un rifiuto. Il capovolgimento e la radicalizzazione dell’utilizzo dell’oggetto s’impone immediatamente all’attenzione degli artisti come segno incontrovertibile dei tempi, in primo luogo come allontanamento da una soggettività naturale, inaridendosi in una fredda omologazione a usi, costumi e ritmi di vita di cui l’individuo non è padrone. Un appiattimento degli impulsi originali che si trascina dietro anche una standardizzazione dei rapporti interpersonali , traducendosi a sua volta in un’abolizione sempre maggiore della dimensione collaborativa in favore di un taylorismo (per dirla con Gilardi, particolarmente attivo soprattutto dal punto di vista teorico e politico) applicabile a tutti gli ambiti della società, non solo a quello della produzione industriale. Eppure la reazione di fronte a questo moto che a ogni ondata sommerge sotto uno strato sempre più spesso di artificialità le energie vitali non può fermarsi al rifiuto, che non offre soluzioni ma solo la constatazione dell’incapacità di reperire i mezzi adeguati, ma deve, come afferma Gilardi: “Uscire dal recinto simbolico dell’arte e della sua mercificazione per liberare l’arte come momento di vita.” Se è la familiarità di cui le convenzioni estetiche investono l’oggetto a permettere un agevole apprezzamento dell’opera, è anche ciò che proprio in virtù di questa sicurezza che genera nel pubblico incoraggia un approccio materialistico all’arte. Un’arte che è passata dall’essere un oggetto mistico all’essere un bene di consumo, sperimentata sempre come “esterna”. Sarà  solamente grazie al riassorbimento dell’oggetto e alla sua sublimazione, liberandolo dalla pesantezza degli artifici linguistici e stilistici, che potrà ritornare nel mondo purificato, sotto forma di energia. E’ questo un movimento fluido dal dentro verso il fuori che sprigiona quelle energie che sono di tutti, sia attraverso il ritrovamento di un senso di appartenenza universale nello scandaglio dell’inconscio collettivo e della dimensione archetipica, sia attraverso il coinvolgimento della comunità umana, attivando e allargando la dimensione partecipativa dell’arte, rendendola elemento catalizzatore di una realtà comunitaria. 

Un’energia vitale, primaria e relazionale che solo nelle forme di un’arte che rispecchia la vita può esprimersi, le uniche nelle quali può essere condivisa. Scrive Pistoletto: “La vita, come la luce, ha bisogno di un corpo, l’arte su cui posarsi. L’arte riflettendo la vita rende all’energia la capacità di identificarsi. Mi sembra chiaro che lo spazio in cui si attua questa riflessione non è né limitato né esclusivamente individuale ma è lo spazio cosmico della totalità e quindi di tutti.” Un rendersi visibile che trova la sua immediatezza nel confronto attivo, esplicito o meno, tra le proprietà fisiche e chimiche di materiali puri, in cui è assente una qualsivoglia costruzione semantica operata dalla civiltà, con i diversi aspetti di una realtà culturale. Il dinamismo di un dialogo e di un incontro con se stessi, con il pubblico e con la propria contemporaneità che vibra di quel desiderio e di quella tensione verso una soluzione pratica grazie alla quale attuare un reale passaggio. Nel voler passare oltre c’è il vero umanesimo: partendo “dall’interno della civiltà industriale”, l’artista si muove per ritrovare uno “spazio di libertà individuale” dal quale far scaturire un naturale rapporto di continuità Io-Altro, privo di quelle categorie artificiali responsabili dell’allontanamento da un’essenzialità originale e delle situazioni conflittuali che impediscono una realizzazione piena delle potenzialità umane, poiché, come afferma anche Mario Merz: “Si deve lottare ma non come i dadaisti che volevano distruggere qualcosa. A mio avviso è già stato tutto distrutto e per parte mia voglio rimettere le cose al loro posto, sgomberare”. Dal 1965/6, con il declino della Pop, inizia la stretta collaborazione tra Sperone e quel piccolo gruppo di ambiziosi artisti, che dal nucleo iniziale comincia ad allargarsi assorbendo sempre nuovi elementi: prima Paolini e Piacentino, e poi, nel 1967, Merz, Zorio, Boetti, Anselmo. Lontano dal classico rapporto artista-gallerista, il cuore dei frequenti confronti collettivi era lo scambio di idee e la discussione dei lavori dei singoli artisti, così come la riflessione sui movimenti e sulle correnti artistiche di recente formazione, il tutto improntato su una tensione di fondo, come un basso continuo, che derivava dal voler emergere, dal voler fare qualcosa di nuovo. Ben presto, grazie ai contatti e all’intermediazione di Pistoletto, vennero coinvolti anche quegli artisti, come Kounellis e Pascali, che riuniti attorno alla figura di Fabio Sargentini (Galleria L’Attico) stavano conducendo nello stesso periodo a Roma il medesimo tipo di ricerche orbitanti intorno all’energia viva e in movimento, utilizzando però materiali ancora più vicini a una dimensione zero della “naturalità” espressiva, come margherite di fuoco, pavimenti d’acqua, cubi di terriccio, uccellini vivi. La mostra più rappresentativa rimane a questo proposito Fuoco Immagine Acqua Terra, nel giugno del 1967, dove alla manipolazione letterale e diretta dell’energia pura della Terra operata dai due artisti romani viene affiancata una corrente più figurativa legata al fattore energetico in maniera più speculativa e metaforica. Un’articolazione di spazi fisici e teorici che verrà riproposta, quattro mesi dopo, nella prima mostra curata da Celant della cosiddetta “Arte Povera”, che rappresenterà l’inizio di un nuovo (e definitivo) approccio alla multiformità della ricerca del gruppo. A dire il vero, “gruppo” è un termine di comodo, perché ciò a cui si assiste è una generalizzata assonanza di stili e posizionamento nel medesimo ordine di considerazioni e conclusioni, da cui deriva una certa omogeneità la cui forza motrice sta proprio nella spinte altamente soggettive che ogni artista infonde nella sua opera, dando vita a una pletora di poetiche differenti e personali incentrate su una linea condivisa o, come dichiara Pier Paolo Calzolari, a una costellazione: “Ho sempre pensato che l’Arte Povera fosse una costellazione, non un gruppo. Una costellazione importantissima perché  è stato l’unico movimento non d’avanguardia che non si muoveva in maniera piramidale. I movimenti d’avanguardia sono soliti negare il passato e proiettarsi in avanti; quasi nessuno dell’Arte Povera ha invece mai fatto questo. Gli artisti si sono sempre posti in maniera orizzontale. Per Arte Povera si intende una grande rivoluzione laica, una visione francescana non antropomorfica, ma antropocentrica, di rapporto con la terra, con il fuoco, l’aria, una visione di esplorazione reciproca e orizzontale.” Le esperienze di questi primi anni, prima che la costellazione venisse cristallizzata in un’armatura teorica che la legasse a una determinata interpretazione e alle relative costanti espositive, meritano una breve analisi per il loro peculiare confronto con pratiche curatoriali che ne riflettono il carattere mutevole e fluido, sottolineando la dinamicità delle opere e dello spirito con cui erano concepite con iniziative altrettanto attive. Nel giugno 1966 si inizia con Arte Abitabile, in cui le opere vengono per la prima volta riunite in base alla loro capacità di sfondare il muro e rompere l’oggetto, e iniziare a occupare realmente uno spazio. Così i tappeti-natura di Gilardi nascono come “oggetti da usare con il corpo”, e le linee tridimensionali di Piacentino, indici di quel telaio che è stato smembrato e dilatato, entrano nello spazio con cui interagiscono misurandolo. Un luogo, quello della galleria di Gian Enzo Sperone, che è anche stato invaso dagli “oggetti in meno” di Pistoletto, espulsi dall’interiorità dell’artista in quanto atti e oggetti già compiuti che non c’è bisogno di riproporre in molteplici e ripetitive versioni, come afferma lo stesso artista: “Una cosa ‘in meno’ significa che non ho più bisogno di rifarla. Non ho più bisogno di continuare a fare questo, è già uscito, finito. La formula ‘in meno’ vuol dire che ogni oggetto è, se ne va, esce, non si aggiunge all’altro, non fa parte di un insieme di elementi che si sommano tra loro. 

Si tratta di una sottrazione dalla globalità delle necessità, è una necessità ‘in meno’.” Il concetto di irripetibilità torna anche nel Teatro delle Mostre, organizzata da Plinio de Martiis alla Galleria La 

Tartaruga di Roma nel maggio 1968: una mostra fatta da tante mostre, ognuna della durata di un giorno. Lo spazio della galleria si ritrova costantemente trasfigurato dal flusso continuo delle idee e dei materiali dei diversi artisti (tra gli altri Tommaso Prini, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, Enrico Castellani, Fabio Mauri, Paolo Scheggi, Giulio Paolini, Alighiero Boetti, Renato Mambor, Pier Paolo Calzolari) e dai dialoghi che il pubblico avvia con quell’ambiente che anima semplicemente entrandoci. Come gli “oggetti in meno”, queste installazioni ambientali si presentano in un unico ed effimero esemplare ciascuna, senza la possibilità di essere rimaneggiate o riesposte in quanto parte di una successione intesa come ritmo biologico che “dura il tempo necessario alla sua funzione, che è quella di imprimere un ricambio alla nostra esperienza”. 

Quest’ultima è prima di tutto collettiva, perché coinvolge tanto il pubblico che interagisce e si lascia attraversare da questo spazio mobile quanto gli artisti che materialmente si aiutano l’un l’altro negli allestimenti, e facendo così esprime la sua visione di una società solidale trasformata dall’arte. Inoltre si rivela essenziale per poter comprendere l’opera intesa come processo, che nella fruizione trasforma la percezione in coscienza. Il Piper Club di Torino, lontano dall’esser considerato esclusivamente un fenomeno di costume, è dal punto di vista architettonico uno degli esempi di quella Neoavanguardia nata a Firenze a inizio anni Sessanta e che promuoveva una rielaborazione degli spazi, convertendoli da semplici contenitori in luoghi che convogliano dentro di sé, coinvolgendole attivamente, non solo le persone ma anche la realtà circostante, dalle correnti artistiche al design alle innovazioni tecniche. Date le premesse poste da uno spazio come questo, con ambienti e componenti malleabili che venivano adattati di volta in volta ai ritmi degli spettacoli e degli spettatori, non stupisce come possa essere diventato uno dei luoghi d’elezione di quella costellazione nascente. La versatilità delle sue componenti essenziali - ossia quegli elementi che lo inquadrano come spazio chiuso e architettonico - erano la ragione della sua polivalenza. Partendo dalle pareti, le lamiere d’alluminio di cui erano rivestite avevano diverse funzioni: i giochi di riflessi e luci animati dalle pareti specchianti moltiplicavano ulteriormente il brulichio già frenetico e creavano un’atmosfera ribollente e iperattiva, mentre quelle opache, oltre a dar vita a un effetto ottico per contrasto con le loro controparti, formavano una parete con funzione di schermo per le proiezioni di racconti fotografici e video. Il soffitto era poi percorso da rotaie poste a diverse altezze che non solo fungevano da supporto ai dispositivi mobili per le proiezioni delle luci e la riproduzione della musica e dei suoni, ma si costituivano anche come agganci per quadri e sculture, in modo da creare uno spazio espositivo mutevole e regolabile in base alle esigenze della mostra e dell’artista. Infine l’elemento più caratteristico di tutto il locale era senza ombra di dubbio il pavimento, composto da parallelepipedi mobili la cui altezza poteva essere regolata a seconda delle superfici calpestabili che l’evento richiedeva, dalla pista da ballo al palcoscenico, dalla passerella (come la Beat Fashion Parade del 1967, con i vestiti in gommapiuma di Gilardi e quelli in vinile contenenti acqua e pesci rossi vivi di Boetti) allo spazio spoglio per gli happening (come l’ammasso di poliuretano liberamente manipolabile in occasione della mostra dei tappeti-natura di Gilardi nel gennaio del 1967, o La fine di Pistoletto, realizzato sempre da Gilardi nel marzo dello stesso anno). 

La dimensione del confronto e della ricerca collettiva trova la sua massima espressione nella breve esperienza, durata meno di tre anni, del Deposito D’arte Presente (DDP), nato dalle intuizioni di alcune figure di spicco del mondo dell’arte, come il già citato Gian Enzo Sperone ma soprattutto il collezionista Marcello Levi, particolarmente sensibili alle idee del gruppo dell’avanguardia torinese, in quel periodo rappresentato sul versante istituzionale da Gilardi, con il quale aprono sul finire del 1967 lo spazio di via San Fermo 3, finanziandone le attività, come mostre, eventi e spettacoli (tra cui, il 25 novembre 1968, la prima di Orgia di Pier Paolo Pasolini, con scenografie di Mario Ceroli) e che ben presto diventerà il fulcro di una “comunità temporanea di artisti” posta “al di fuori delle  galleria e del mercato dell’arte”. Per quanto ancora legata a una concezione dell’opera come proposizione linguistica, l’operazione 

critica effettuata da Daniela Palazzoli in Con temp l’azione nel 1967 identifica il comun denominatore dei lavori riuniti in una dialettica delle forme e nel principio dinamico di azionereazione che queste istituiscono con l’osservatore. Dall’arte ottica di Getulio Alviani e Paolo Scheggi a quella cosiddetta “povera” di Giovanni Anselmo e Gilberto Zorio, la forma è intesa come struttura artificiale perché ibrida tra un’attività culturale, che riguarda i comportamenti sociali, e una scientifica, che influenza le proprietà degli oggetti, che definendo le sensazioni che si pone come elemento relazionale con cui confrontarsi. L’episodio più importante nonché conclusivo di questa  prima fase dell’Arte Povera è la Terza Rassegna d’Amalfi, o RA3, a cui Celant, chiamato a organizzarla e a realizzarne il catalogo, diede il nome ufficiale di Arte Povera più azioni povere. Se il nome di Celant è ormai indissolubilmente legato a quest’evento, il suo vero ideatore è in realtà Marcello Rumma, collezionista e mecenate, marito di Lia Rumma, morto nel 1970. Parte di una visione che voleva rivoluzionare la pratica culturale del Sud, rendendolo parte attiva ed essenziale di un rinnovamento artistico e creativo su scala più ampia, le rassegne di cui Rumma si faceva promotore rappresentavano dei momenti unici di confronto e discussione con le realtà italiane e  internazionali per fare il punto della situazione artistica e di lì procedere oltre. Nell’edizione del 1968 volle così introdurre un elemento nuovo, che trovava molti riscontri nella pratiche  contemporanee: l’azione come atto culturale da spogliare delle convenzioni superflue per riportarlo  al suo stadio “originario”. 

L’idea che Rumma aveva posto come linea guida della rassegna, stando a quanto riporta Giovanni  Lista, raccoglieva “la destrutturazione della logica comportamentale e finalista degli atti quotidiani”  delle sintesi teatrali di Balla e Marinetti - rifacendosi quindi al movimento futurista - a cui era  applicato il concetto di “opera aperta” di Eco. 

L’atto semplice e puro quindi, privo di sovrastrutture, deformazioni e secondi fini, che riporta a un  grado zero di comunicazione e allo stesso tempo riflette ogni singola sfumatura poetica delle  identità distinte degli artisti, assorbiti insieme agli abitanti della città in una realtà rinnovata,  collettiva e collaborativa. A fianco delle opere “statiche”, per così dire, di Arte Povera, come la  pentola ribollente di fagioli di Merz, il lenzuolo di Anselmo disposto a formare le increspature del  mare, la catasta di oggetti di Alighiero Boetti, si ritrovarono così le cosiddette azioni povere: “Jan Dibbets snoda sotto il filo dell’acqua del mare una linea bianca di circa dieci metri che dall’alto  della strada appare illusivamente e dinamicamente distorta; Paolo Icaro ricostruisce lo spigolo  sbrecciato di una casa sulla piazza di Amalfi; Richard Long stende un’asta bianca di quattro metri  sulla collina alle spalle di Amalfi e come secondo intervento si reca in piazza a stringere la mano ai  passanti; Ger Van Elk cola del vinavil in un cerchio, segnato sul pavimento dell’Arsenale, nel quale  raccoglierà i rifiuti all’intorno, e, come secondo intervento, applica una passamaneria al piede di  una colonna dell’Arsenale; I Guitti dello Zoo (Pistoletto, Pioppi, Colnaghi, Martin, Ableo)  presentano L’uomo ammaestrato sul piazzale davanti all’Arsenale di Amalfi. 

 

Giovanni Cardone

4 maggio 2020

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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