Rami d’ORA 2026, rassegna di arti performative ed esperienze tra le Orobie Valtellinesi, dorsale, VI edizione, dal 24 maggio al 22 agosto 2026, Provincia di Sondrio
Entrare all’interno di un’esperienza performativa significa, in fondo, accettare un patto di sottomissione volontaria. Ma quando ciò che vedi supera il confine della semplice "esecuzione" e tocca alcune corde profondamente intime, quel patto si trasforma in un sequestro emotivo. In parte questo è ciò che ci è accaduto nell’assistere per qualche giorno alle performance proposte da Rami d’ORA 2026, rassegna di arti performative ed esperienze tra le Orobie Valtellinesi. Seppure noi ci siamo ritagliati solo una manciata di giorni, la rassegna dura quasi oltre due mesi; di performance, laboratori ed esperienze in natura tra diversi comuni della provincia di Sondrio. Novità di questa edizione Sentieri danzanti: escursioni guidate con performance (anche in notturna) che nei mesi di luglio e agosto permetteranno di vivere la montagna e l’arte in modo insolito, percorrendo alcuni suggestivi sentieri orobici.
L’incipit è il racconto del progetto, che ci fanno Erica Meucci e Francesca Siracusa (direzione artistica), mentre una comunità di esseri umani ci gira intorno, in uno spazio condiviso all’interno di uno degli edifici della residenza. Tutto comincia intorno al 2021, al tramonto della pandemia, per intuizione di Erica Meucci (danzatrice diplomatasi alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano) che raccoglie un gruppo di “compagni” di corso intorno al collettivo Laagam. Il valore aggiunto è proprio un luogo, Castellaccio, una frazione all'epoca quasi del tutto disabitata, un pugno di case in pietra abbracciate dalla montagna e una di queste proprio dei nonni di Erica; che nel 2022 decide di trasferirvisi stabilmente, diventando la prima residente fissa della contrada dopo decenni di abbandono. Non è solo una fuga dalla città, né abbiamo la sensazione sia solo un bisogno, bensì un senso di appartenenza, non propriamente al luogo, ma alla terra che tutti attraversiamo. Non è un caso quindi che Erica abbia scelto di intraprendere recentemente una specializzazione in geografia, non è un caso che tra le sue letture compaiano Thoreau, o Reclus. Sarà proprio Reclus a dire "L'uomo è la natura che prende coscienza di se stessa" e ci sembra che queste parole siano il nucleo della ricerca di Laagam. Ecco perché l’esperienza di Castellaccio non è solo un progetto di rigenerazione urbana; è un esperimento poetico in cui i corpi in movimento ridefiniscono lo spazio selvaggio della montagna. Questa storia “in natura” si evolve poi con il progetto ORA residenze artistiche; ossia centro di ricerca per coreografi, danzatori e performer italiani e internazionali in natura. Il lavoro sotterraneo delle residenze artistiche esplode ogni anno in estate con la rassegna Rami d'ORA. Il festival irradia la danza contemporanea e le arti performative ben oltre i confini di Castellaccio, toccando i sentieri montani e i comuni limitrofi della provincia di Sondrio. Non sono mancate in questi anni difficoltà di vario tipo, prima fra tutte il taglio di finanziamenti del MIC che però ha magicamente nutrito il progetto di una forza vitale e comunitaria che ha coinvolto i finanziatori (prima fra tutti Fondazione Cariplo, con un’offerta generosa), ma poi la comunità tutta che ha contribuito finanziariamente al continuo del progetto. Inizialmente, l'arrivo della danza contemporanea in una vallata alpina radicata nelle proprie tradizioni poteva sembrare un azzardo. Invece, l'arte è diventata uno strumento d'integrazione e di riscatto economico e sociale. Ne “Il ramo d'oro” di Frazer, testo che sicuramente ha ispirato il titolo della rassegna si analizza a fondo il legame intimo, viscerale e spesso disperato che l'uomo primitivo aveva con la natura; per il quale non era uno sfondo inerte, ma un'entità viva, animata e interconnessa con la vita umana attraverso le leggi della magia e del rito; proviamo a raccontarvene “alcuni” a cui abbiamo assistito:
26 giugno ore 19:00, Vigna Chioso casa vinicola Dirupi, Tresivio SOGNI AL CAMPO performance itinerante di AZIONI fuori POSTO
“Sogni al campo” di e con Filippo Porro rappresenta un'operazione site-specific e itinerante che rivela una stratificazione di elementi visivi, politici e antropologici. La performance nasce da un oggetto preciso: una cassetta in plastica rossa, di quelle utilizzate storicamente per la vendemmia o la raccolta agricola. Filippo Porro parte da una memoria d'infanzia per innescare nello spettatore partecipante attivo una serie di suggestioni che hanno a che fare con una memoria personale e collettiva; nella quale la terra diventa il senso di un’appartenenza ancestrale, dalla quale sembra impossibile fuggire. Filippo, non solo attraversa il campo, in questo caso una vigna, ma ne strappa le erbacce, ne rimuove le zolle, la ara con il proprio corpo, la odora, la mangia, se ne veste fino a farsela incrostare addosso come una maschera; fin quando scesi dalla vigna, quando il campo di dilata, costruisce una torre rossa, con l’oggetto mediatore della sua memoria, invita il pubblico a fermarsi e inizia a danzare nel campo a piedi nudi incurante di ciò che la terra ostacola sotto i suoi piedi. Non è semplicemente un contatto fra l’uomo e natura è una necessità di introdursi all’interno dell’intima essenza della terra, comprenderla, comprendersi. Durante la parte conclusiva del lavoro l’artista ci invita nelle sue memorie, ci mostra le sue foto dell’infanzia, ci spiega il senso che sta cercando, la ricerca che conduce fra i contadini di tutta Italia, di cui ci ha fatto ascoltare le voci, ma forse questo passaggio di traduzione sintattica, non era necessario, era già tutto chiaro fin dal primo minuto. La sicurezza del “mezzo” corpo di Porro gli permette di uscire dall’estetica classica della danza, il corpo in questo caso conduce azioni di smottamento, quasi ci viene da immaginare i movimento delle macchine agricole, che fresano, arano, vangano, smuovono le zolle per rinfrescarle e renderle pronte a una nuova semina. La cassetta rossa, l’oggetto di transizione tra la terra e l’uomo, che non a caso è contenitore, si trasforma continuamente; è peso, è capienza, è seduta, è una parte di corpo, è presenza costante. Fondamentale in questa opera il progetto sonoro di Biagio Cavallo una dimensione acustica che evoca ancora di più un senso di memoria collettiva.
27 giugno ore 18:00, Chiesa S. Antonio, Piateda Alta TREMORE_PICCOLE COSE DEL MONDO performance di Collettivo Micorrize
L'esperienza del Collettivo Micorizze con la performance “Tremore_Piccole cose del mondo” viene istallata nel borgo di Piateda Alta, un’esperienza di performance frammentata che abita vari luoghi del paese. La vicinanza fisica tra performer e pubblico trasforma l'atto teatrale in un rituale privato. Non si è più spettatori voyeuristici, ma testimoni ravvicinati di una performance che si struttura spesso attorno a micro-azioni. Gli oggetti utilizzati nella performance smettono di essere semplici oggetti di scena e diventano catalizzatori di memoria. I quadri sono quattro, che hanno come punto di forza l’ evocare immagini interiori già note, ci sembra di ripescare in apparati simbolici che sono già presenti in qualche cassetto della nostra mente. Marta Lucchini, la danzatrice e coreografa, accompagnata dalla scenografa Rosa Lanzaro, costruiscono un impianto che evoca il rapporto con l’acqua in tutte le sue forme ed è estremamente interessante come questo avvenga in un borgo che viene letteralmente tagliato in due dai condotti idrici che provengono dalla diga del Lago Venina. L’acqua si vede, seppure nascosta nello scorrere di tubi, si sente fluire, esce dalle fontane, stanzia nel lavatoio che è sede di una delle performance, forse la più interessante dal punto di vista dell’immagine. Il corpo della Lucchini, cerca di fluire elastico, dissolvendosi nel paesaggio, non occupa uno spazio, ma si fa abitare da esso. Il movimento si adatta alle asperità del terreno, alla consistenza della terra, all’asfalto, alle case. L'apparato teorico alla base del movimento della Lucchini, poggia sull'idea di un corpo-archivio, ed è in questo senso evidente l’affidamento a movimenti di improvvisazione. La sua formazione, che unisce la danza contemporanea a discipline somatiche, la porta a concepire il movimento non come forma esteriore, ma come un'emersione dall'interno. Alcune istallazioni ci sembrano non perfettamente riuscite, nel senso del luogo scelto, che a nostro parere non richiamava perfettamente il senso del lavoro, ma sicuramente è un lavoro che pur esponendosi al rischio di un certo ermetismo, è un esempio prezioso di come il teatro performativo possa ancora farsi spazio di ricerca.
27 giugno ore 19:30, VENI, a goodbye di ALOT (site specific version) spettacolo musicale corale di ALOT
Si cammina poi e si sale, sempre a Piateda Alta, una passeggiata attraverso un sentiero che ci conduce all’interno del bosco, dove troviamo ad accoglierci gli elementi del collettivo ALOT, con “VENI, a goodbye”, ideato e curato nella drammaturgia musicale da Nicola Fadda. Il cuore pulsante del progetto risiede in una rigorosa ricerca antropologica. Tra il 2022 e il 2024, i giovani performer di ALOT hanno viaggiato tra Sardegna, Corsica e Sicilia per apprendere i canti polifonici della tradizione orale. Nel bosco, i dodici performer si schierano intorno al pubblico, che è invitato a sedersi all’interno e ai bordi di questo ipotetico cerchio sonoro. Cantano a cappella, in una totale immobilità fisica che sposta tutta la forza dinamica sull'energia invisibile del suono. Lo spettatore viene investito da una serie di armonie che vibrano nel profondo. Stupisce in questa onda di suono, la giovane età e la bellezza degli artisti, macchie di corpi tutti vestiti in nero, che si fanno tronchi di albero sonori; c'è una purezza nel vedere un collettivo così giovane portarci una memoria dell’ antico e apparentemente così distante. La scommessa di puntare tutto sulla polifonia e sulla straordinaria precisione vocale dei performer, ci sembra vinta; il luogo fa il resto. Uno spettacolo nato per gli ambienti “al chiuso” che a nostro parere in questo luogo ha trovato il massimo della sua espressività. Un radicamento estremo tra voce e natura, che ci regala la possibilità di lasciarsi attraversare dalle frequenze della voce; attraverso un quesito che scorre sfilacciandosi sul rotolo di tessuto che cade tra le mani dell’artista che lo sorregge: "Io sono qui. Tu dove sei?".
28 giugno ore 10:30 — ORA, Castellaccio – Piateda CORO performance di Amalia Franco
Il critico, o lo spettatore colto che si impone il rigore dell'analisi, si siede in platea armato di uno scudo invisibile. Cerca la distanza, misura il tempo delle battute, analizza la geometria delle luci, viviseziona la recitazione. Cerca, insomma, di rimanere fuori.
Ma quando il teatro accade nella sua forma più pura, succede qualcosa di violento e invisibile; questo più o meno è ciò che ci è accaduto assistendo allo spettacolo CORO di Amalia Franco. Il titolo "Coro" è fortemente paradossale: in scena c'è un'unica performer, tuttavia, Amalia Franco riesce a evocare una moltitudine di anime, voci e corpi attraverso l'uso magistrale di marionette antropomorfe. Amalia Franco cura personalmente la progettazione e la realizzazione artigianale delle sue figure. La sua ricerca si concentra sullo studio delle articolazioni, dove i punti di snodo della marionetta sono pensati per replicare la gravità e i pesi del corpo umano, permettendo una fluidità di movimento che dialoga direttamente con la danza biologica della performer.
Per questo spettacolo ha previsto un apparato scenico in legno, un cubo, dove sono montate delle carrucole che durante lo spettacolo faranno muovere le marionette. Siamo fortemente colpiti, non solo dalla performance, ma dalla cura profonda per l’allestimento di tutta la messa in scena, dove nulla è lasciato al caso; ci vengono in mente i teatri mobili ottocenteschi, l’opera dei pupi, il legno levigato delle assi dei palchi lavorato con minuzia da artigiani, i marchingegni delle macchine barocche, un insieme di stimoli potentissimi che regala solo il teatro quando c’è un’attenzione per ogni minimo gesto. La Franco ci racconterà degli stimoli che ha avuto, sia dall’opera dei pupi, sia dallo studio delle icone russe, di cui c’è costante richiamo nelle pennellate d’oro che sporcano mai casualmente i corpi delle marionette. La polvere di legno, o farina di mais (chissà) buttata sul palcoscenico delle marionette, ad ogni alzare e levare dei loro corpi costruisce dei flebili suoni che sono una struttura silenziosa a un testo di parole, che colora con forza tutta l’immagine. La Franco dimostra una sensibilità corporea fuori dal comune, anche nell’utilizzo del suo movimento, ispirato alla danza Butō e alle tecniche di manipolazione del teatro di figura, fa sì che il confine tra carne e materia sintetica si annulli.
Nonostante l'uso di materiali inanimati, lo spettacolo trasuda profonda ed empatia. C'è una precisione millimetrica in ogni gesto, fondamentale per la riuscita delle illusioni corporee.
"Coro" è un'esperienza visiva ed emotiva totalizzante. Non è un teatro di narrazione classica: non c'è una trama lineare da seguire, ma un flusso di immagini e suggestioni archetipiche che colpiscono dritto all'inconscio. Non siamo più monadi isolate nel buio; il nostro battito cardiaco si adegua al ritmo della performance che si consuma a pochi metri da noi.
Lasciamo l’esperienza di Rami d’ORA 2026, con l’immagine del tema di quest’anno, ossia DORSALE. Geograficamente, la dorsale è la colonna vertebrale del mondo. Non è una barriera che separa, ma una linea di convergenza. Vista da lontano, dal fondo della montagna, la dorsale è il disegno che la terra fa contro il cielo. È dove il pianeta smette di essere pianura e decide di farsi altezza, di guardare le nuvole negli occhi. Nelle profondità degli oceani, la dorsale è una ferita aperta da cui esce un nuovo mondo. Lì, dove la terra si spacca, nasce la roccia vergine. È la dimostrazione che il dolore della separazione, a volte, è l'unico modo per creare spazio alla rappresentazione.
Ringraziamo tutta l’organizzazione della rassegna Rami d’Ora e l’ufficio stampa Sara Prandoni per la cura che ci ha regalato.
Barbara Chiappa
2 luglio 2026