Giovedì, 29 Febbraio 2024
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Duccio Camerini ci parla del suo Zio Vanja in scena al Teatro Arcobaleno fino al 24 aprile 2016

Zio Vanja, in scena al teatro Arcobaleno dal 1 al 24 aprile 2016
Duccio Camerini, da attore a regista: cosa muove un attore di fiction e di cinema come lei, a volersi cimentare con la regia di uno spettacolo teatrale?

Sono regista, oltre che attore, da tempo, ed è importante per me poter portare in scena gli spettacoli che sogno “in proprio”, facendo affidamento su un gruppo di lavoro che è la “Casa dei Racconti”, la compagnia che dirigo, ma anche sulle mie idee, le mie speranze, o le mie arrabbiature verso il mondo e i suoi abitanti . Il teatro è un veicolo di comunicazione, si sa. Ma ecco che quando abbiamo attivato tutte le arti di cui siamo capaci per comunicare al meglio con il prossimo, scopriamo che lo stiamo facendo anche per scoprire degli aspetti di noi, nel rapporto con il pubblico che assiste alla nostra performance. Il teatro è una cura verso il prossimo, che cura anche il medico che la propone.


Per il suo spettacolo, ha scelto Cechov, autore a lei ben familiare: quali i pensieri che l’hanno portata a questa scelta e perchè ha scelto proprio di portare in scena “Zio Vanja”?

Cechov è un parente. E non solo grazie a quel suo specifico tratto “familiare”, ma perché anticipò e in qualche modo determinò tanto teatro che sarebbe venuto dopo di lui. Anni fa ho portato in scena “Tre Sorelle” con lo Stabile delle Marche, poi in seguito ho tenuto un laboratorio della durata di un anno su Cechov, la sua vita, le sue storie, al Teatro Ateneo dell’Università di Roma. Oggi lavorare su “Vanja” ha per me il sapore di un ritorno a casa.

 

In questo spettacolo sarà alla regia ma anche sul palco: come si affronta una sfida del genere? Come ha lavorato a “Zio Vanja” da regista e come da attore? Quali sono le differenze tra i due ‘ruoli’?

Non è la prima volta che mi trovo a "coabitare". Per poterlo fare c'è bisogno di un lavoro approfondito a monte, sul testo, che ho sempre bisogno di adattare e riscrivere in base alla mia sensibilità, e alla lettura che dò di alcuni aspetti del testo che mi hanno colpito. Non sono necessariamente i più importanti, sono però quelli che hanno innescato il movimento fantastico dentro di me, condizione essenziale per poter raccontare una storia in scena, sia come attore che come regista. A questo punto se tutto va bene si cominciano ad avere tre occhi, due sulla testa per guardare gli altri, e uno fuori che guarda me stesso. Come attore cerco sempre di entrare in punta di piedi, per non alterare il clima che si sta ottenendo insieme ai miei compagni di scena, che mentre proviamo vedo come i miei referenti, nel senso che mi sembra ne sappiamo più di me sulla materia di una scena specifica. Io durante le prove sono con la testa al complesso della messinscena e a volte mi sento mezzo cieco e zoppo. Mi sostengono i miei compagni, che io ho cercato a mia volte di sostenere. Le prove, la ricerca di uno spettacolo sono per me come "La parabola dei ciechi" di Breugel.

 

Che tipo di “Zio Vanja” offrirà al suo pubblico? Lo spettacolo è stato definito comico, addirittura demenziale e surreale: può spiegarci meglio?

Trovo che Cechov abbia pagato dopo la sua morte un prezzo alto ad una serie di manierismi messi in atto da registi più o meno importanti. A cominciare da Stanislavskij, che dava dei suoi testi un'interpretazione parziale, molto tragica e cupa, secondo me non sempre corrispondente alla sua levità. Al suo disincanto leggero, anche se caustico. Cechov ha scritto dei testi brevi che ricordano molto da vicino certi meccanismi ossessivi e autistici del teatro dell'assurdo. I tic compulsivi, le manie, le fissazioni ripetitive dei suoi personaggi, il loro continuo e persistente antieroismo. Sono partito da questa riflessione per mettere in scena "Zio Vanja". Non volevo la solita messa in scena dolente. Avevo bisogno di un gruppo di personaggi che ridessero, scherzassero sull'orlo di un baratro. Personaggi in cerca di evasione. Trovo molto più "tragico" raccontarlo così, attraverso un programmatico e ostinato bisogno di superficialità, ma anche attraverso l'insabbiamento dei propri comportamenti, reato che questi personaggi praticano spesso, per non sentirsi colpevoli. Da ragazzo ho visto quella meraviglia che era "Il giardino dei ciliegi" di Strehler, uno degli spettacoli che più mi hanno segnato da spettatore. Ma non ho mai pensato un attimo a riproporne gli stilemi, mi sarebbe sembrato un errore madornale, tornare a una messinscena del passato e rinunciare ad un Cechov "presente". Strehler lo rese presente per il pubblico degli anni settanta. Sono passati molti anni, e noi dobbiamo cercare di raccontarlo altrimenti. Basta con le scopiazzature del mitico "Giardino" che troppo spesso si vedono sulle scene italiane: costumi bianchi, foglie caduche, rami scheletrici… il nostro "Zio Vanja" è svolto in un passato più del novecento che dell'ottocento, e la Russia si sente poco, è uno sfondo. Su tutto ho voluto un'anima vitale e latina. Durante le prove, ripetevo: non pensiamo a Stanislavskij, pensiamo a Dino Risi.

Dopo “Zio Vanja”, quali sono i suoi progetti? Continuerà sulla doppia strada di attore/regista?

Riprenderò "RISORGI", un mio testo che è andato bene quest'anno, e si prepara ad una seconda stagione. E' molto diverso da Cechov, è un testo sull'orrore e la decadenza delle nostre città.


Diana Della Mura
11 aprile 2016

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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