Giovedì, 29 Febbraio 2024
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Emanuele Vezzoli ci parla di "Ocean Terminal"

Ocean Terminal andrà in scena al teatro T (Roma) il 18, 19 e 23 aprile 2016

Come nasce l'idea di uno spettacolo ispirato/tratto dall'ultimo romanzo (postumo) dello scrittore Piergiorgio Welby?

Nasce da una unione di intenti legata all’Università di Roma3 e più precisamente dall’invito del professor Giorgio Taffon che è stato docente presso il DAMS e del quale noi tutti coinvolti nel progetto Ocean Terminal siamo stati allievi. 
Giorgio Taffon, che stava recensendo il libro di Piergiorgio Welby subito dopo la pubblicazione postuma a cura di Francesco Lioce, nipote di Piergiorgi Welby, mi chiamò con una certa urgenza comunicandomi che secondo il suo parere il romanzo si prestava ad una trasposizione teatrale. Appena ebbi letto il libro, mi trovai d’accordo con lui e immediatamente convocammo una riunione con Francesco Lioce, Luca Moricone e Carlo Dilonardo presidente dell’associazione culturale Teatri & Culture della quale facciamo tutti parte e con la quale avevamo già allestito spettacoli teatrali.
Per la sua attualità, per il suo valore civile e sociale, per la sua carica poetica, il suo valore letterario e per l’intensità del linguaggio dell’io narrante, il romanzo già possedeva la forza di un potente monologo teatrale. Ci mettemmo subito al lavoro.


Un'opera complessa quest'ultima opera di Welby. Un'opera che il curatore Francesco Lioce definisce "un insieme di prose spezzate che si riannodano a distanza o si interrompono proprio quando sembrano preannunciare altri sviluppi". Partendo da questi presupposti come hai sviluppato il testo drammaturgico? Come hai successivamente strutturata la messa in scena?

Abbiamo affrontato il babelico testo di Welby con scienza e con molto tatto. Innanzitutto abbiamo stabilito cos’era importante per noi comunicare ad un pubblico ideale e abbiamo scoperto che la cosa che ci stava più a cuore, che ci premeva di più e che era più urgente far conoscere era l’aspetto umano di Piergiorgio Welby; vale a dire tutto ciò che riguardava la sua sfera intima nel rapporto con la malattia che lo stava strappando alla vita e al mondo.
Quindi abbiamo tolto tutto ciò che avesse un rapporto con la politica e la militanza di Piergiorgio con il Partito Radicale. Abbiamo lasciato solo la sua lettera al presidente Giorgio Napolitano in quanto fatto unico e fondamentale della vita di Piergiorgio Welby.
Abbiamo invece prediletto tutto ciò che riguardava il rapporto con i propri affetti, le amicizie , gli amori e la famiglia. Abbiamo poi selezionato i momenti più intensi di tali rapporti e alla fine ci siamo ritrovati tra le mani un testo, oltre che di elevato valore letterario, anche intenso, pregnante, universale e con una carica empatica notevole.
Si trattava ora di trovare una modalità di messa in scena che non fosse una semplice esposizione audiologica; né, come regista, avrei mai scelto di fare un lavoro di mimesi obbligando il mio corpo d’attore alla stessa immobilità di Welby.
I romanzo parlava di vita, era intriso di forza e di energia, il limite della malattia era un’imposizione esterna al corpo e alla vita di Piergiorgio. Si trattava dunque di trovare un segno che esprimesse il contrasto tra vita e sottrazione, costrizione della stessa.
Alla fine, affidandomi alla mia esperienza di palcoscenico, mi sono lasciato convincere che un tavolo e un pezzo di stoffa sarebbero stati gli elementi necessari ed essenziali per raccontare un’intera vita. Attorno al tavolo si svolge la vita, in primo luogo la vita domestica, famigliare. Si dice “intavolare un discorso”, si dice “tavolo delle trattative”, si dice “mettere le gambe sotto al tavolo”. Quante cose avvengono o possono accadere sopra, sotto, attorno ad un tavolo. Nello spettacolo il tavolo assume valenze diverse, diventa letto d’ospedale, letto dove fare l’amore, altare, tavolo d’obitorio, tomba, ecc. La stoffa che lo ricopre cambia valenza, da tovaglia a lenzuolo e poi ancora sudario, ecc.. Il perimetro del tavolo assume il segno di limite d’azione e dunque costrizione, prigione che obbliga quel corpo che anela a vivere e a correre ad una immobilità forzata.
Un passo fondamentale, volendo io curare la regia e interpretare il testo al contempo utilizzando quello che ritenevo essere il protagonista assoluto, antagonista della malattia, cioè il corpo, mi sono avvalso dell’aiuto di una coreografa blasonata come Gabriella Borni che possedesse un forte senso del teatro e che avesse dunque la capacità di interpretare le mie indicazioni di regia fungendo da occhio esterno: elemento fondamentale per qualunque tipo di regia.

 

Quelle a cui assisteremo a Roma il 18, 19 e 23 aprile sono l'anteprima gratuita dello spettocalo che avrà luogo il 13 e 15 maggio al Festival di Teatro Italiano a New York “In scena”. Quale accoglienza ti aspetti dal pubblico italiano e quale da quello americano?

Il pubblico italiano conosce Ocean Terminal in quanto l’abbiamo già rappresentato altre volte e l’accoglienza è stata, e dunque sarà ancora, straordinaria, entusiasmante assolutamente superlativa. Il pubblico viene letteralmente travolto e trasportato dentro un vero inno alla vita. 
Stando agli articoli apparsi sul New York Times al tempo in cui scoppiò in tutto il mondo il caso mediatico della lettera di Piergiorgio Welby al capo dello Stato Giorgio Napolitano (che invitammo alle precedenti rappresentazioni) dovremmo aspettarci anche dal pubblico americano un ottimo riscontro. Io ho il sentimento che i nostri connazionali a New York apprezzeranno e accoglieranno Ocean Terminal con calore e con tutto l’amore di cui sono capaci gli italiani.


Come si avvicina al medium teatro Emanuele Vezzoli e quali sono i vantaggi/svantaggi di essere il regista di se stessi?

Io mi sono formato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano sotto la direzione di Giorgio Strehler e ho lavorato (ormai sono quarant'anni) con i più prestigiosi teatri e protagonisti della scena italiana. E’ un lungo elenco di nomi che evito e del quale cito solamente Zeffirelli, Ronconi, Servillo, Valentina Cortese, Rossella Falk, Sofia Scandurra, Anna Proclemer, Turi Ferro, Sergio Fantoni. 
Da anni sto inseguendo una mia autonomia, un’autarchia che mi permetta, oltre che mettere a frutto la mia esperienza, anche di lasciare un segno tra le persone che lavorano al mio fianco e agli allievi che mi seguono.


Quanto è stato importante il contributo di Mina Welby?

Ricordo il giorno in cui andammo a casa di Mina affinché Francesco Lioce, il nipote, ce la presentasse. Ero molto emozionato, avevo la sensazione di invadere uno spazio sacro ma mi ero autoconvinto che se mi fossi mostrato per quello che ero, cioè senza maschere, sarei stato capace di convincere Mina della assoluta onestà del progetto. Sarei riuscito a farle capire che ciò che ci muoveva era proprio lo sprone che Piergiorgio Welby ci aveva dato attraverso il libro: “non esiste un’arte privata. Un’artista ha l’obbligo morale di incidere sulla realtà”.
Il contributo di Mina è stato fondamentale. Aprendoci la casa e il cuore chi ha fatto partecipi dell’universo Welby, un oceano di umanità che più tardi avrei riversato in palcoscenico. Il risultato? E’ riassunto in una frase di Carla Welby che dopo una delle prime repliche romane ci ha detto: “quando Emanuele recita, se chiudo gli occhi c’è Piergiorgio”.


Tutti i buoni motivi per venire a seguire l'anteprima di Ocean Terminal a Teatro T di Roma.

I motivi sono tantissimi ma si riassumono in uno solo: SE DESIDERI IMPARARE, CRESCERE, VIVERE allora vieni a vedere Ocean Terminal.

 

 

Fabio Montemurro
10 aprile 2016

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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