Mercoledì, 17 Agosto 2022
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Chiara Arrigoni ci parla della compagnia "Le ore piccole"

Chiara Arrigoni ci ha raccontato il graduale passaggio che l'ha condotta dall'Accademia Silvio D'Amico alla realizzazione di due spettacoli: "Audizione" e "Due addetti alle pulizie"

 

Dall'Accademia Silvio D'Amico ad oggi, cosa è cambiato negli ultimi anni per la vostra Compagnia?

Sono cambiate molte cose, l’Accademia era una realtà di formazione ed ora ci troviamo ad operare in un contesto professionale, quindi, da questo punto di vista, sono due mondi molto diversi, anche se il passaggio alla realtà lavorativa è stato, tutto sommato, graduale.Infatti, la nostra primissima esperienza insieme, come Compagnia, è avvenuta grazie al festival “ContaminAzioni” di due anni fa: era organizzato dall’Accademia che, quindi, a livello pratico, ha fatto da tramite tra le due realtà: quella formativa e quella lavorativa.

 

Con "Audizione" avete avuto molti riconoscimenti sia dalla critica che dalla platea, parlando fra gli altri di un tema molto delicato: la sieropositività. Da dove avete preso spunto per questo spettacolo?

Per “Audizione” mi sono ispirata ad un fatto di cronaca: quasi casualmente mi sono imbattuta in un articolo di giornale, credo si trovasse su “Il fatto quotidiano”, risalente, se non erro, alla primavera del 2016, dove si raccontava l’esperienza di alcuni medici del Regno Unito che si erano trovati a trattare dei pazienti che dichiaravano di essere sieropositivi, in quanto avevano partecipato a delle orge organizzate come serate extralusso con una sorta di roulette russa sessuale.

Erano delle serate per un’élite di persone che pagavano per il brivido di partecipare a queste orge, sapendo che uno tra i partecipanti era sieropositivo, senza conoscerne l’identità.

Naturalmente, in questa sorta di “sport estremo” bisognava partecipare senza preservativo.

Questa notizia mi ha shockato perché la vicenda è avvenuta a pochissimi anni di distanza da quando ancora l’AIDS mieteva più vittime e si poneva quale spunto di riflessione rispetto alla grave sottovalutazione e malinteso senso di superiorità e sfida nei confronti della malattia, fino a , di fatto, un vero e proprio disprezzo nei confronti della vita, tale da arrivare addirittura a pagare per provare questo brivido.

Mentre leggevo quest’articolo, casualmente, in Accademia, quella stessa settimana una professoressa, la drammaturga, Maria Letizia Compatangelo, ci aveva affidato il compito di esporre un’idea per un atto unico che avesse, come tema portante, una situazione riguardante la contemporaneità nei suoi aspetti più deteriori, più estremi. Avendo letto l’articolo due giorni prima, ho pensato di voler raccontare qualcosa che avesse a che fare con questa storia, però nel momento in cui mi sono trovata a dover pensare a come sviluppare quest’idea, ho capito che quello che davvero mi interessava non era parlare di quest’élite di ricchi che hanno smarrito il senso della vita ma volevo capire meglio chi fossero questi sieropositivi che erano disposti a farlo, perché ci fossero e perché fossero disposti a farlo.

Quindi ho preferito tenere sullo sfondo questa storia orribile, quasi distopica, e ambientare l’intero spettacolo all’interno di una sorta di colloquio di lavoro tra due candidati sieropositivi, o presunti tali, indagando le motivazioni che potevano spingere due soggetti a fare da untori per un macabro rito.

E, comunque, un altro dei motivi per cui mi sono trovata più a mio agio nello scegliere la situazione dell’audizione è perché, fondamentalmente, questa situazione parla dime, della mia generazione.

Quindi. il pubblico che si ritrova a guardare lo spettacolo, capisce cosa significhi a livello pratico aver fatto un’audizione, un provino, un colloquio di lavoro ma anche quale significato abbia la necessità di vincere, di essere selezionati, di avere un lavoro che possa garantire dei soldi necessari per te, per il tuo benessere, per la sopravvivenza tua e della famiglia che vorrai costruire.

Quindi, in un inevitabile risvolto, indaga e racconta anche l’asprezza del mondo del lavoro e le rinunce che devi fare per sopravvivere.

 

Il tema del lavoro è sicuramente uno dei più dibattuti del momento. Cosa ha significato per voi provare, in maniera autonoma, a muovere i primi passi nel mondo del lavoro nell'ambiente teatrale?

All’inizio, la vera incognita è stata capire come funzionasse, che cosa deve fare una compagnia indipendente che ha uno spettacolo proprio, autoprodotto ed autogestito ma anche, banalmente, come muoverti in questo mondo e come far sì che il tuo spettacolo venga messo in scena perché non c’è nessun vademecum o tutorial che ti spiega come devi fare per mettere in pratica le tue idee.

Quindi, in primis, ha significato un piccolo passaggio perché abbiamo partecipato al festival “ContaminAzioni” non con l’idea di fondare una compagnia o con l’idea di lavorareinsieme. L’idea era, semplicemente, quella di fare uno spettacolo insieme.

Lo spettacolo piaceva, stessa cosa per il testo, l’idea ci interessava, il gruppo ci piaceva e, quindi, abbiamo detto: “ok, proviamo a mettere in scena questo spettacolo”.

Solo nel corso delle prove ci siamo resi conto che, forse, lo spettacolo meritava di essere lavorato al di là dell’esperienza di “ContaminAzioni”. Pensavamo, quindi, di provarea partecipare a qualche concorso, qualche bando etc. e, dopo le critiche molto buone ricevute da “ContaminAzioni” abbiamo capito che, forse, valeva la pena di provare e, successivamente, è nata l’idea di provare a lavorare insieme anche come gruppo e mandare avanti questo spettacolo e quindi abbiamo avviato una caccia ai bandi, ai festival, concentrandoci magari su quelli dedicati agli under 30 o under 35.

Quindi abbiamo provato a mandare il nostro materiale, la nostra presentazione ad ogni sorta di bando o festival.

Abbiamo partecipato, all’inizio, al premio nazionale “Giovani realtà del teatro” e, subito dopo aver presentato lo spettacolo al Festival dell’Accademia abbiamo vinto un premio molto importante per il teatro delle nuove generazioni e, questa vittoria, ci ha in parte confortato ed in parte convinto ad andare avanti.

Poi, dato che “ContaminAzioni” si occupava di spettacoli work in progress e produzioni medio-corte, ho lavorato alla stesura del testo definitivo che ha debuttato al teatro India, all’interno del festival “Dominio pubblico” e, in seguito, ad altri festival di cui abbiamo scoperto gradualmente l’esistenza: dopo averne terminato uno, siamo venuti a conoscenza di un altro e così via.

Abbiamo partecipato a numerosi festival e concorsi e ad altrettanti, se non di più, siamo stati rifiutati.

Questo impatto nel mondo lavorativo, soprattutto legato, all’ambito teatrale, è stata, ed è tuttora, un’esperienza in cui sicuramente sentiamo che il nostro percorso è in crescita.

Però, chiaramente, andando in questa direzione in crescita che crediamo di percorrere, capitano anche dei momenti di forte demotivazione, cosache ritengo sia nella natura della professione di attori.

 

Vostra ultima fatica è "Due addetti alle pulizie", con un chiaro riferimento a “Il calapranzi” di Harold Pinter, tanto che si propone come un suo spin off. Cosa vi ha ispirato di quest'opera?

In questo caso mi è capitato ciò che mi era successo con “Audizione” e che capita, in generale, a molti scrittori, intendo dire quando un’idea ti assale ed è quasi completamenteformata.

Io stavo rileggendo “Il calapranzi” di Pinter, un autore che mi interessa molto, e mi sono imbattuta nella citazione che abbiamo inserito nella nostra presentazione, ovvero quel momento in cui i protagonisti fanno riferimento al fatto che, forse, c’è qualcun altro all’interno dell’organizzazione che si occupa di pulire i pavimenti.

Infatti, ad un certo punto, uno dei due chiede all’altro se si ricordava di quando avevano ucciso una ragazza e poi chiede al compagno: “secondo te c’è qualcuno che pulisce quando andiamo via o lasciano tutto così com’è?” e l’altro gli risponde: “È chiaro che qualcuno venga a pulire. Credi che ci siamo solo noi e l’organizzazione?” e il compagno, infine, da il titolo allo spettacolo chiedendo: “Quindi ci sono due addetti allepulizie?”.

Nel libro, poi, la questione non viene approfondita, rimanendo un riferimento a metà tra il comico e il paradossale.

Mentre leggevo il testo sono stata folgorata da quest’idea e mi sembrava che la storia fosse quasi già formata: leggevo e pensavo a quanto avrebbe potuto essere interessante esplorare la storia di questi due personaggi che fanno comunque parte di una realtà criminale e macabra. Però si trattava di approfondire cosa significasse far parte di quella realtà ma dal punto di vista di chi potrebbe credere di non star facendo nulla di male. L’opera di Pinter mi ha ispirato anche nel mantenere lo stesso tipo di rapporto tra i due personaggi. Stesso rapporto dei duo comici: uno dei due è cinico e, apparentemente in pace con sé stesso (o si auto costringe ad essere in pace con sé stesso) per quanto riguarda il suo lavoro mentre l’altro è più ingenuo, curioso e non riesce a frenare questo istinto di porsi continue domande sulla natura del loro lavoro, cosa che entrambi hanno ma uno dei due non vuole esplicitare. Ho scelto di parlare di loro perché nessuno ne ha mai raccontato.

 

“Due addetti alle pulizie” parla, leggiamo nel comunicato stampa, della banalità del male: quella che secondo Hannah Arendt non poteva andare in profondità. Cosa volete indagare voi invece con questo spettacolo?

A me e a noi della compagnia interessava questo aspetto della banalità del male non volendola porre esplicitamente in un contesto più ampio come l’olocausto o il periodo nazista. Volevamo, quindi porla in un più semplice contesto lavorativo. Nel caso di due addetti alle pulizie, si parla di un contesto che nasconde qualcosa di molto losco, fatto di omicidi. Nel testo non si capisce chi sia l’organizzazione, perché compiono atti estremi come uccidere donne o bambini, facendoci intuire che può esserci sotto qualsiasi cosa, comeun’organizzazione criminale. E il nostro intento è quello di dipingere un contesto lavorativo che porti l’individuo ad una trasformazione, in negativo, ponendolo anche di fronte a delle prove, per esempio scendere a compromessi che portano, giorno dopo giorno, ad una degradazione morale. Senza addentrarci nei meandri di un’organizzazione come può essere la mafia ma estendendo il concetto di “banalità del male” nella realtà lavorativa di un’azienda o in unconteso di lavoro apparentemente normale.

 

Per concludere, quali progetti ha per il futuro della compagnia?

Ci piacerebbe avviarci: abbiamo già avuto delle piccole occasioni in cui abbiamo trovato dei nuovi collaboratori, per esempio quando siamo andati al festival d’ Avignone. Quindi vorremmo compiere ulteriori passi in avanti e, sicuramente, io ho molte altre idee per dei testi da scrivere ed esporre ma che necessitano di più attori in scena. Quindi voglio lavorare come drammaturga e, a seconda delle occasioni, anche come attrice, lavorando con altre persone e cercando di allargare la compagnia, magari ricevendo l’aiuto di altri collaboratori che possano aiutarci ad andare avanti con nuove tecniche artistiche e lavorative.

 

Nicolò Ferdinandi

9 ottobre 2018

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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