Domenica, 15 Settembre 2019
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Sonia Nifosi ci parla della sua ultima sfida: il genio Picasso

Intervista a Sonia Nifosi che sarà in scena con Picasso al Teatro degli Eroi dal 25 gennaio al 3 febbraio 2019

 

Come nasce lo spettacolo Picasso?

Picasso nasce dalla mostra Tra Cubismo e Classicismo, vista lo scorso anno. La destrutturazione di quadri di Picasso è qualcosa di molto contemporaneo ed è stata quasi una sfida. Mi ha intrigato questo cambio continuo di stile del suo lavoro, così ampio in tutte le direzioni. La prima connessione è stata il balletto. Sono stata ispirata dalle scene e i costumi che Picasso fece per Parade di Leonide Massine rappresentato dai Balletti russi di Diaghilev. Mentre preparava le scene per Parade, Picasso conobbe la sua prima moglie e ballerina Olga Khokhlova.

Io lavoro con l’idea pittorica e scultorea da tantissimi anni. Per me la danza è sempre stata motivo di racconto, soprattutto per certi tipi di spettacoli. Solitamente i coreografi hanno uno stile e portano quello dall’inizio alla fine. Io ho uno stile formato da tanti stili.

Nelle opere di Picasso cambiano gli stili continuamente e ho cercato di fare la stessa cosa con lo spettacolo.

 

Che tipo di ricerca artistica c’è dietro questo lavoro?

Ho fatto una ricerca sul periodo storico sia per le musiche che per i movimenti e i costumi. C’è una coerenza di narrazione che scorre attraverso le musiche, i quadri, la vita dell’artista.

Si racconta tutta la storia non soltanto con il narratore, ma ho scelto i migliori doppiatori italiani.

Questo percorso io lo chiamo partitura multiartistica: monto delle coreografie in cui le parole diventano musica, c’è il narratore dal vero, la danza e i quadri. Ho scritto i testi dei racconti - tratti dalle testimonianze dei personaggi che hanno partecipato alla vita di Picasso - li ho registrati in sala doppiaggio e li ho tagliati musicalmente. I danzatori danzano sulle parole. La scenografia è in tela, tutto si svolge nell’atelier di Picasso. Infatti, c’è una galleria di quadri (riprodotti da noi) in scena al fine di avere il contatto diretto con le opere. Lo definisco il mio pentagramma in cui la pittura è la prima forza ispiratrice, ma c’è anche il racconto della vita di Picasso. E ci sono tutte le donne che hanno attraversato la sua vita. Le danzatrici della compagnia interpretano tutte le donne che si succedono nei vari periodi.

 

Le donne sono state muse e al contempo vittime del genio Picasso...

Si, viene fuori una figura greve dal punto di vista umano nei confronti delle donne. Marie-Thérèse Walter nel 77 s’impicco, Dora Maar ebbe un crollo nervoso... Ho cercato di dire la verità sull’uomo Picasso. Ho scelto di utilizzare le testimonianze accertate di Dora Maar e Françoise Gilot. Sono tutte donne di diversa natura e diversa personalità e il contesto storico è importante. È importante contestualizzare la figura della donna per non cadere nell’errore di condannare l’artista. Infatti, se fossimo stati superficiali ne sarebbe uscito come un carnefice. Sono donne complesse, conflittuali. Noi abbiamo scelto di esaltare l’artista.

 

La variazione di stili e tecniche che differenziano i periodi artistici di Picasso nello spettacolo è frutto dalla sua corposa formazione. Qual è la sua ispirazione artistica?

Ho iniziato a studiare danza con mia nonna, coreografa al Bolshoi di Mosca.  Il mio grande maestro di tecnica classica è Daniel Frank, professore dell’Opera di Parigi. Ho lavorato con tutti maestri russi, ma l’ispirazione artistica è il Mudra di Maurice Bejart.

La mia formazione è internazionale. Ho vissuto sulla mia pelle un’apertura mentale che in Italia non c’era. Quando ho iniziato ad insegnare in Italia, vent’anni fa, non ero ben vista dal mondo della danza, perché il mio metodo d’insegnamento era innovativo. La danza è fondamentale, ma non subordino il lavoro al soggetto che sto affrontando. Io ho una conoscenza ampia degli stili della danza: circa quarant’anni di formazione, insegnamento e produzioni. Da sempre, mi sono cimentata in questa operazione di variazione e ricerca.

Per quest’ultimo lavoro, per esempio, entro nella vita di Picasso, nelle sue opere. Ho fatto una ricerca intensa prima di montare la coreografia. Io lavoro diversamente. Non vado in sala e monto la coreografia. Faccio il contrario. Vado anche contro il mio stile coreografico nei fatti. Nel rispetto della storia ho eliminato la velleità del coreografo Sonia Nifosi. I passi della coreografia sono passi ricercati che vengono dal quel periodo storico. Persino i costumi delle ballerine sono le esatte riproduzioni di Picasso nei suoi quadri. I tutù sono gli stessi che si usavano in prova al Teatro Costanzi con i balletti russi. Diciamo che è un po’ anacronistico, perché oggi si cerca la sintesi attraverso la linea del movimento. Oggi molti coreografi fanno del movimento un marchio. Io vado controcorrente.

 

Maurice Bejart è stato uno tra i primi a portare la danza fuori dagli spazi teatrali convenzionali. Quanto possiamo trovare di Bejart nelle sue produzioni e nello spettacolo Picasso?

Quest’estate ho fatto uno spettacolo itinerante nello spazio esterno di Villa Apollonia. Mi piace adeguare uno spettacolo allo spazio, se lo spazio è importante. Tant’è che i ballerini a gran fatica hanno danzato sul brecciolino. Il teatro degli Eroi che ci ospiterà nei prossimi giorni, per esempio, non è propriamente uno spazio convenzionale per la danza. Anche questa è una sfida per i miei danzatori.

Cerchiamo una sorta di adattamento nei limiti della razionalità. Sono stata una delle prime a lavorare con i danzatori in platea, nell’atrio. Questo grazie a Bejart. A Bruxelles, dentro il Mudra noi vivevamo quel tipo di concetto. Nella visione di Bejart, danza e teatro andavano oltre lo spazio del balletto classico in senso stretto. I ballerini erano classicissimi, raffinati ma esploravano altri campi espressivi.

In tutti questi anni ho sempre cercato innovazione. In scena adoperavo oggetti fisici come poltrone e sedie inserendoli all’interno delle coreografie, non soltanto oggetti scenografici, ma d’utilizzo per i danzatori.

Io cerco sempre di separarmi. Faccio in modo che la coreografa che c’è in me non sia protagonista dello spettacolo, ma sia la performance ad esserlo. Per me la danza è continua ricerca, non vado incontro alle mode del momento. Una bella coreografia, la bravura del danzatore, le linee estetiche e la tecnica sono tutte cose importanti, ma diverse. Possono coesistere in armonia o può venirne meno una. Una bellissima coreografia può essere eseguita da un ballerino molto bello, ma non altrettanto abile. La presenza non è sufficiente. Paradossalmente, la tecnica quando eccede non ha la portata emotiva che io ricerco. È difficile mettersi in gioco fino in fondo per un danzatore.

Ho bisogno di confrontarmi con i miei danzatori che devono cercare di rappresentare i caratteri. Con la danza non è affatto facile. Il lavoro interpretativo nella danza è difficilissimo.

 

Al termine dell’intervista a Sonia Nifosi, abbiamo avuto il piacere di conoscere Davide Nardi, primo ballerino della Motion Dance Group, al quale abbiamo chiesto: qual è il training che precede lo spettacolo Picasso?

Da quando sono entrato nella compagnia di Sonia ho affrontato sempre ruoli particolari e importanti, sopra le righe: Gesù, Gene Kelly e adesso Picasso.

A livello di preparazione oltre la tecnica, cioè la danza pura, è stato difficile riuscire a entrare nei panni di un artista che tutti conoscono attraverso le sue opere o attraverso le testimonianze delle donne che lo hanno conosciuto. Non ho trovato uno specchio. Mi sono dovuto basare sullo sguardo di altri che avevano conosciuto l’uomo e l’artista. Io interpreto sia Picasso che i personaggi degli autoritratti. Metto in scena uno sdoppiamento. Viaggio su tre piani: il mio personale, l’artista e le sue proiezioni. Cerco di tracciare quelli che sono gli aspetti e le caratteristiche emotive come la determinazione, il sentirsi incompreso, l’ossessione per la sua arte. L’intento è quello di colpire lo spettatore che viene a vedere un prodotto che è sempre nuovo, in ogni sua messinscena.

 

 

 

 

Caterina Matera

23 gennaio 2019 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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