Mercoledì, 26 Giugno 2019
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Federico Maria Giansanti, compagnia Fmg: Dietro le quinte di “Ossesso” vincitore del concorso #Inplatea 2018

Intervista a Federico Maria Giansanti, regista dello spettacolo Ossesso della compagnia FMG, risultato vincitore dell’edizione 2018 del Concorso teatrale #inplatea

 

Come nasce l’idea dello spettacolo “Ossesso”?

Nasce dalla voglia di fare uno spettacolo diverso da quelli che avevo fatto prima partendo da una struttura di testo differente. Mi piaceva l’idea di portare in scena un testo palindromo che partisse dalla prima battuta per poi tornare alla stessa battuta con senso opposto. Un testo unico dall’ inizio alla fine, arrivando ad un punto di switch della storia e tornando indietro usando le stesse battute dall’ultima alla prima cambiando il senso. Da qui la ricerca dell’argomento più consono allo scopo, e quindi l’idea di una convivenza e il tema dell’amore.

Ho 29 anni e al giorno d’oggi molte coppie della mia età che vanno a convivere sperimentano l’esperienza che ho messo in scena: all’inizio è tutto super bello perché si viene da una situazione in cui sia lui che lei sono a casa con la propria famiglia e quindi si esce quando si vuole senza l’intermezzo delle dinamiche quotidiane, poi durante la convivenza si vivono gli impegni reali del quotidiano. Nello spettacolo si sperimenta la monotonia su due diversi fronti, il ragazzo che va a lavorare tutto il giorno e la ragazza che studia tutto il giorno a casa.

 

Il titolo dello spettacolo è palindromo come la struttura del testo e sembra alludere ad uno degli elementi base all’ interno di un rapporto di coppia. Che ruolo ha il sesso nella coppia di “Ossesso”?

In realtà è proprio l’assenza del sesso in contrapposizione all’ossessione verso lo stare bene, voler stare per forza bene, sempre meglio, e alla fine ci si accorge che si sta sempre peggio perché non si dà spazio alla felicità delle piccole cose, ma si cerca sempre qualcosa di più, vanificando quel poco di buono che si ha.

Qui viene presentata una convivenza che ha tutte le carte in regola per dare tutto, ma i protagonisti che non godono di niente si ritrovano in una situazione di staticità.

 

Un altro dei protagonisti, presente/assente, è il tempo. Nel tuo spettacolo c’è un continuo riferimento allo scorrere del tempo. L’amore ne ha bisogno, ma qui il tempo è diverso per entrambi perché lui lo dedica al lavoro e lei all’attesa di lui, questi due tempi non si incontrano mai. Il sogno collassa su se stesso perché non c’è nessuna condivisione.

Sì, non si incontrano mai perché ognuno è preso individualmente dalle proprie faccende. Quando si accorgono che la storia d’amore diventa monotona e noiosa, nessuno dei due fa qualcosa per cambiare questa situazione, non c’è nessuno sforzo per tenere in piedi il sogno. Non c’è mai nemmeno un “ti amo” dall’inizio alla fine dello spettacolo perché secondo la logica di questa convivenza il dirsi “ti amo” è una cosa scontata: “se stiamo insieme in questa casa e conviviamo allora ci amiamo per forza”. Dirsi “ti amo” non è funzionale né al testo né ai personaggi né alla convivenza in sé.

 

La struttura del testo è semplice, quindi diventa interessante nella recitazione, ovvero nel modo in cui queste stesse parole assumono poi un significato diverso attraverso le emozioni trasmesse dagli attori, che tu hai accompagnato da diversi colori grazie all’ uso delle luci di scena.

Sì, lo scopo era proprio quello di dire le stesse cose con senso diametralmente opposto. Il primo “vado a lavoro” viene percepito da lei come un “non vedo l’ ora che torni”, mentre nella seconda parte la percezione è “tu vai a lavoro per fuggire da qui”.

 

Lo spettacolo “Ossesso” ha vinto grazie al voto del pubblico on line che lo ha preferito al secondo spettacolo in gara (“L’ora blu - sogni elettronici prima che il sole tramonti” della compagnia Orchi_dee) a cui era stato assegnato un voto maggiore da parte dei critici de “La Platea”.

Alla luce dell’ esperienza del Concorso #inplatea pensi di cambiare qualcosa nel testo?

Sto rimaneggiando lo spettacolo perché vorrei dare più spazio alla figura della protagonista femminile. Per me fare questo spettacolo è stato come fare un test, il concorso mi ha dato modo di osservare la percezione del pubblico facendo la differenza tra il pubblico di settore e il pubblico che va al teatro per piacere. Il feedback di quest’ultimo è stato estremamente positivo perché in molti, soprattutto tra i miei coetanei, si sono ritrovati nella situazione messa in scena. Questo mi ha fatto molto piacere perché volevo che lo spettacolo facesse parlare della difficoltà di mantenere un rapporto di coppia in questo contesto storico.

Modificherei lo spettacolo cercando di ampliarlo, dura un’ora e venti minuti, ma può durare di più grazie ad espedienti tecnici e variazioni sul il testo. Tuttavia, la struttura del testo mi costringe molto a rispettare certi parametri, deve tutto combaciare perfettamente perché deve andare in un verso e poi nel verso opposto con le stesse parole, quindi è molto matematico da questo punto di vista. Però si può dare molta più importanza alla figura di lei che potrebbe essere più forte nella sua debolezza.

 

Come e quando nasce la compagnia FMG, qual è stato il vostro percorso?

FMG sono le iniziali del mio nome (Federico Maria Giansanti), la compagnia nasce tre anni fa in un bar con l’obiettivo di provare a portare il teatro in un’altra direzione, senza avere la presunzione di poter cambiare le cose, provando a sfidare i grandi miti del tipo “non si campa con il teatro”, “il teatro è tutto brutto”, “ci sono sempre le solite cose”. Abbiamo iniziato questa produzione provando a dire la nostra con una stand-up comedy, per poi cambiare e portare in scena una trilogia di spettacoli che si chiamano “La Rapina”, “La Fuga” e “Il Sequestro” sulla scia più tarantiniana e pulp per provare a mostrare al pubblico che si può ridere a Teatro anche su cose più serie come crimini e reati. Abbiamo cercato sempre di improntare gli spettacoli sul copione, ovvero lasciando maggiore spazio alle parole anziché all’azione. Infatti, ne “La Rapina” non si vede la rapina, ne “Il Sequestro” il sequestro è già avvenuto, quindi tutta l’azione principale viene omessa per dare spazio alle emozioni prima e dopo l’evento.  “Ossesso” è stato una nuova sfida perché per noi ogni spettacolo deve rappresentare un cambio sia di tematica che di scrittura e regia. Quando il pubblico viene a vedere un nostro spettacolo deve ritrovare delle caratteristiche che gli facciano capire da subito che si tratta di un nostro spettacolo, ma allo stesso tempo deve percepire qualcosa di nuovo. Il pubblico deve uscire dalla sala realizzando che ogni volta proviamo a innovarci, a cambiare, a sfidare noi stessi per portare in scena qualcosa di più interessante rispetto allo spettacolo precedente.

 

“La Rapina”, “La Fuga”, “Il Sequestro”, poi il cambio di tematica con “Ossesso” in cui ritroviamo però una citazione da “Gioventù perduta” di Pietro Germi. Quali sono i riferimenti della compagnia FMG in ambito teatrale e cinematografico?

In realtà quando scrivo, più che riferimenti, uso spesso delle citazioni, mi piace nominare personaggi, persone, canzoni o film conosciuti. Citare una piccola scena da “Gioventù perduta” in “Ossesso” era un modo per inserire un’azione quotidiana che fosse un rituale per i protagonisti, come appunto guardare un film. Ho scelto quel film solo per il titolo “Gioventù perduta” in riferimento a noi e ai personaggi dello spettacolo.

 

Quali sono i temi sui cui desideri concentrarti?

Sicuramente continuerò a concentrarmi sul il discorso della coppia e sull’evoluzione dei rapporti. C’è anche un’idea di un quarto capitolo della trilogia “Rapina – Fuga – Sequestro”.

 

Quali progetti per il futuro?

Sicuramente portare in giro “Ossesso”. Porteremo in giro anche un altro spettacolo, di cui però sono solo sceneggiatore, e che è andato in scena nel mese di dicembre subito dopo “Ossesso”, si intitola “Lei” ed è una storia d’ amore.

 

 

Anna Valentina Pappacena

29 gennaio 2019

 

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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