Giovedì, 14 Novembre 2019
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Francesco Branchetti, Parlami d’amore ci ricorda che dobbiamo imparare a perdonarci per ritrovare la semplicità

Il regista dello spettacolo Parlami d’amore, in scena al teatro degli Audaci fino al 20 ottobre, Francesco Branchetti ci ha parlato della pièce della quale è anche interprete insieme a Nathalie Caldonazzo. Lo abbiamo incontrato per condividere la vibrazione delle sue emozioni pochi istanti dopo la fine dello spettacolo, su un testo che racconta l’implicito dei rapporti di coppia stritolati dai falsi miti della contemporaneità.

 

Una recitazione intensa...

Si, priva di pause, ed anche il testo stesso di Philippe Claudel segue un crescendo in cui racconta la perdita della serenità per seguire cose che in realtà non ci appartengono e che non ci rendono felici. C’è bisogno invece di recuperare semplicità: mi piacerebbe conoscere il momento esatto in cui l’abbiamo perduta e capire cosa sia successo.

 

La pièce è caratterizzata da molti non detti e la coppia sembra aver smesso da tempo di vedersi...

Prevalentemente ha smesso di ascoltarsi ed ognuno è centrato su se stesso. Questa coppia non si è salvata da nulla e i tratti negativi della società attuale li ha presi tutti. Non sono personaggi cattivi, ma analfabeti relazionali, specchio della contemporaneità. Una società liquida in cui si preferisce rimanere alla finestra guardando gli altri per non guardare se stessi: incapace di sporcarsi le mani e quindi di vivere.

 

Lei molto spesso è anche interprete, in questo caso insieme a Nathalie Caldonazzo, dei lavori che dirige. Qual è il bisogno specifico che la spinge ad essere attore all’interno di una sua regia?

Mi sentirei incompleto se mi limitassi solo a dirigere: essere anche attore mi permettedi avere un’ottica diversa e più ampia. Il punto di vista dell’attore e del regista non concordano mai ed esprimono opinioni diverse. Infatti inizio a lavorare sul personaggio molto prima di impostare la regia, perché sono due momenti separati. Essere solo regista mi darebbe la sensazione di incompletezza.

 

C’è un attento lavoro sul personaggio quindi..

Si, l’improvvisazione è un modo di fare teatro che non mi appartiene. Mi piace invece delineare le caratteristiche psicologiche dei personaggi, studiarli a fondo nel loro intimo a tal punto da intervenire anche sul costume di scena, tale è la vicinanza a questi. C’è molta soddisfazione quando il pubblico capisce i tratti caratteriali dei protagonisti senza che vengano esplicitamente dichiarati, riconoscendo nei personaggi, persone appartenenti al loro mondo affettivo e lavorativo.

 

In effetti a fine spettacolo una signora del pubblico rimproverava il marito di litigare come il protagonista maschile. Cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sè e non lasciasse in teatro ?

La possibilità di avere pietà per se stessi e di perdonarsi. Bisogna riconoscere i propri errori ma senza giudicarsi: il termine giudizio non mi piace perché rimanda a qualcosa di definitivo, che stronca, che ci impedisce una seconda possibilità. Solo perdonandoci, invece, potremmo rinascere. 

 

 

Simone Marcari

15 ottobre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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