Martedì, 10 Dicembre 2019
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Alessandro Preziosi è Vincent Van Gogh in l'odore assordante del bianco: non vivo più per me stesso, ma per far vivere le cose

Intervista ad Alessandro Preziosi protagonista dello spettacolo L’odore assordante del bianco in scena dal 26 novembre al 1 dicembre 2019 al Teatro Vascello

 

Alessandro Preziosi torna in scena al Teatro Vascello con L’odore assordante del bianco, regia di Alessandro Maggi e testo di Stefano Massini. Uno spettacolo che racconta la reclusione di Van Gogh nel manicomio di Saint Paul De Manson, un’impresa nuova e totalizzante per Alessandro Preziosi che parla di questo ruolo come di un’immersione totale dentro sé stesso alla ricerca delle pieghe più fragili, e per questo più spaventose, dell’animo umano che si scontrano con il carattere impetuoso di Van Gogh al quale riesce ad imprimere il suo sguardo personale e il suo intenso e partecipato amore per l’arte. 

 

A teatro ti sei spesso cimentato con grandi personaggi classici del teatro: Amleto, Cyrano De Bergerac, qual è la differenza nell’approcciarsi invece ad un personaggio così reale e soprattutto preso in un momento di fragilità come la reclusione in manicomio?

La contemporaneità, chiaro che esiste una letteratura contemporanea più europea, noi abbiamo scelto un testo di Stefano Massini per cambiare passo, registro e codice. La differenza è gigantesca nella misura in cui anche tutta l’impostazione dell’allestimento cambia, il modo di recitare cambia e soprattutto non hai più il paracadute della letteratura non hai più il paracadute di una storia che si conosce già e per quanto tu la possa cambiare resta quella, invece parlare di Van Gogh, parlare di una persona che è conosciuta nella sua forza fragile, nella sua forza di dolore e di disperazione permette allo spettacolo di approfondire questo argomento e far capire che la fragilità è una forza nella misura in cui fa parte dell’essere umano, nella sua accettazione ne rappresenta una grande forza.

 

Interpretare Van Gogh nel contesto dell’isolamento del manicomio: come ci si prepara per un ruolo così intenso.

Chiaramente l’isolamento è un isolamento metaforico, mentale, spesso durante le prove mi sono ritrovato a stare da solo con me stesso e a parlarmi da solo e a convincermi da solo, cercare di fare quadrare qualcosa che invece una parte di te reprime nel profondo, quasi come un edema, isolamento estremamente faticoso, specialmente ricordandosi cosa vuol dire recitare davanti ad un muro in una stanza di prove e il bisogno di sfondare quel muro, l’attore vive nelle sue performance in isolamento rispetto ad un pubblico che lo ascolta, quasi un cassetto a doppio fondo.

 

Qual è una massima di Van Gogh che senti particolarmente tua?

Io amo una frase, non so se di Vincent: Non vivo più per me stesso, ma per far vivere le cose, questa secondo me racchiude più di ogni altra frase l’essenza, la morale di questo pittore, come anche un’altra che recita: Se oggi quello che produco viene considerata erbaccia, forse vuol dire che avevano ragione, ma se un giorno quello che faccio sarà considerato grano vuol dire che anche allora era grano. 

 

E un quadro in particolare?

(Dopo una lunga pausa ndr.) Il ritratto del postino, anche perché è un po’ anche un protagonista di questa storia, di recente uscendo da un taxi l’ho trovato su un calendario con la testa che spuntava, amo molto anche i ritratti di Van Gogh. 

 

C’è un messaggio che in qualche modo vuole far arrivare al pubblico attraverso questo personaggio e questo spettacolo?

L’ingiustizia rispetto al fatto che una determinata arte priva di forza rispetto a quella di Van Gogh fosse più importante della sua o il fatto di essere recluso in un ospedale in cui le ingiustizie nei confronti del paziente erano all’ordine del giorno, ingiustizia di non essere capito, credo che la cosa più importante che questo testo ribadisce con grande forza è che nessuno riuscisse a capirlo, ovviamente va considerata la sua personalità estremamente presuntuosa, chiaramente giustifica, il teatro dà dei messaggi compatti, diritti, il non essere capiti a teatro diventa più chiaro, diventa più facile immedesimarsi, non nell’incomprensione a causa della propria fragilità ma per cause esterne e dunque la grande affermazione dell’uomo in questo senso.

 

Mila Di Giulio

30 novembre 2019

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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