Sabato, 24 Ottobre 2020
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Antonio Rezza e Flavia Mastrella ci parlano di Samp: il film on the road, presentato al Festival del Cinema di Venezia

#intervista a Antonio Rezza e Flavia Mastrella, premiati con il Leone d’oro alla carriera nel 2018, ci parlano del loro ultimo interessante film Samp, appena uscito nelle sale cinematografiche italiane e presentato al Festival del Cinema di Venezia.

 

Iniziamo con l'intervista a Flavia Mastrella.

In una recente intervista, Antonio Rezza, riguardo al vostro sodalizio artistico ha affermato: “Io non sono solo nell’arte, per me la solitudine non esiste perché c’è Flavia”. È condivisa anche da lei questa convinzione?

All’interno del nostro rapporto creativo, che oggi è solo artistico, ma molto profondo che è durato anni proprio per questo è durato. È come un transfert di utilità, difficile da descrivere, non ci sono riusciti neanche i migliori psicologi, in pratica ci compensiamo.

 

Qual è il suo ruolo nella composizione degli spettacoli? Si occupa solo dell’allestimento scenico?

Io mi occupo della sintesi, Antonio scrive i testi, io faccio gli habitat, insieme andiamo a togliere il superfluo per giungere poi ad una sintesi interpretabile dove ognuno con la propria fantasia completa il lavoro

 

Parliamo ora di Samp, il vostro film costruito in 19 anni, presentato in questi giorni al Festival del Cinema di Venezia e appena uscito nelle sale cinematografiche italiane.

Samp è un’idea di vita, un film on the road, nato in un momento di disperazione, è molto energetico, è girato su un supporto digitale “primitivo” che conferisce all’opera un certo mistero. Andavamo in giro per la Puglia, tutti in costume, io facevo le riprese, vedevamo da lontano un posto bello, arrivavamo e fermavamo i primi curiosi che ci capitavano a tiro e li convincevamo ad interpretare una parte, fermavamo chiunque avesse un’attività, dall’antiquario al venditore di mandorle. Questo perché Samp è un killer che uccide le tradizioni e loro si prestavano a morire per noi.

 

Perché volevate uccidere le tradizioni? Cosa intendete col termine tradizione?

Nel 2001, quando abbiamo iniziato le riprese, già era chiaro come sarebbe andata a finire la situazione politica internazionale, l’argomento del nostro film, ossia un ribaltamento totale dei ruoli dell’essere umano. Il cambiamento che stiamo accelerando grazie al Covid, già nel 1996 era stata previsto con l’arrivo di un mondo digitale nel 2021. Avevamo intuito che il mondo e la tradizione sarebbero cambiati, quella tradizione che unisce il pensiero umano a favore dell’individualismo che adesso stiamo vivendo in maniera intensa. 

 

Anche lei si definisce un’anarchica come Antonio Rezza, con l’ansia di distruggere nemici come lo Stato, la religione o c’è qualcosa che vuole salvare in questo mondo diventato così come lei lo definisce?

Sono anarchica in modo diverso da Antonio perché siamo molto diversi. Questa diversità arricchisce il nostro percorso creativo, lo rende contradditorio, nelle nostre opere c’è molta contraddizione come lo è realtà, il periodo che viviamo. Io sono a favore della fantasia, dell’umanità, amo i sentimenti umani, detesto la religione monoteista perché io sono politeista. L’individualismo è frutto di una certa visione religiosa cattolica, il consumismo è un’aberrazione del monoteismo. 

 

Come concepite l’arte lei e Antonio Rezza? Pensate che l’arte può veicolare ancora qualche messaggio, può salvare dall’individualismo di cui parla o è libera creatività fine a se stessa? Pensate di avere un potere d’influenzare la realtà?

Non saprei dirlo, ma so che l’arte muove il senso critico e questo è più che sufficiente, è la cosa più grande che riusciamo a fare noi due. La gente quando esce dai nostri spettacoli, quando vede i nostri film, si sente vivificata, compresa, sente che esiste anche un altro modo di vedere la realtà. A mio avviso, l’arte serve a stimolare un altro punto di vista rispetto a quello del potere ufficiale. Noi lavoriamo molto con la fantasia, i nostri dialoghi sono molto sintetici perché lasciamo lo spazio all’altro di completare la storia con la propria creatività. Questo stimola un lavoro sulla fantasia, per me fattore importante, al contrario di coloro che vogliono dare una verità precostituita, con l’intento di trasmettere degli ipocriti buoni propositi che nella realtà non vengono messi in pratica. Ci vogliono togliere la fantasia ma noi a differenza degli influencer che agiscono e veicolano la fantasia del pubblico, noi agiamo per liberarla e questa è una differenza enorme. 

 

Come avete vissuto il riconoscimento del Leone d’oro alla carriera del 2018? Che idea avete della critica ufficiale?

È stato un riconoscimento inaspettato, anche se a pensarci bene avrebbero potuto riconoscercelo anche prima come tutti gli altri premi arrivati sempre in tarda età. Sarebbero stati più utili in passato perché avrebbero avuto la funzione di trampolino di lancio per raggiungere altri livelli, mentre noi siamo stati osteggiati molto nella nostra crescita all’inizio della nostra carriera.

 

Crede che sia un caso che i riconoscimenti siano arrivati solo di recente?

Può darsi che ci sia stata una comprensione tardiva della nostra arte, noi, poi, abbiamo sempre criticato il potere soprattutto nei film e questo non è accettato dagli esercenti specialmente del cinema. Noi abbiamo cominciato in una galleria di arte fotografica, poi abbiamo frequentato centri sociali, ogni tanto riuscivamo ad entrare nei teatri, ora siamo tra i pochi che li riempiono. All’inizio utilizzavamo spazi alternativi e teatri, il nostro non era considerato teatro, non si capiva cos’era ma per noi era una forma in cui coincide la bellezza dell’immagine con quella della parola, ora molto più compresa, mentre in quegli anni la nostra tecnica ea ritenuta “stralunata”. Questo è il prezzo che pagano gli innovatori osteggiati dalla cultura ufficiale. Antonio fa un uso estremo del corpo, quando abbiamo iniziato questo era considerato rivoluzionario.

 

 

Di seguito l'intervista ad Antonio Rezza.

 

Samp: il film on the road durato 19 anni che vuole abbattere le tradizioni. Ce ne ha parlato già Flavia Mastrella, vuole darci anche il suo punto di vista?

Il progetto è iniziato nel 2001, non abbiamo mai smesso in questi anni di fare riprese, montaggi dei nostri progetti, solo che non li ultimavamo, come artisti giravamo film e come produttori di noi stessi decidevamo l’uscita. Poi abbiamo deciso che questo film sarebbe rimasto nel nostro computer finchè andava a noi. Adesso l’abbiamo concluso ed è stato presentato al Festival del Cinema di Venezia 2020 ed usciremo nelle sale cinematografiche presto con altri progetti a cui abbiamo lavorato in questi anni, abbiamo alcuni progetti a buon punto che presenteremo a breve uno dopo l’altro. Per noi non era necessario sottostare alle leggi di un mercato che non abbia libertà. L’arte non ha regole, noi siamo irriducibili e facciamo quello che vogliamo. 

 

Cosa intendete dire con la distruzione delle tradizioni?

Annientamento di tutto ciò che viene tramandato, ma non tutto quello che viene tramandato è da distruggere. Sulla trama non ho niente da dire di più di quello che il film dice perché altrimenti sarebbe il discorso miserabile dell’autore che accompagna l’opera, io non posso aiutare il film. C’è il timore diffuso che l’opera da sola non ce la faccia, ma se l’opera ha bisogno della stampella dell’autore vuol dire che non è una buona opera. Io non parlo del contenuto del film, non m’interessa, lo fa il film. 

 

Qual è il vostro concetto di arte? Esiste un messaggio sottostante all’opera?

Nessuno messaggio, non possiamo dare alcun insegnamento, noi siamo come siamo, l’unico insegnamento che possiamo dare è di essere liberi e indipendenti nel fare quello che si vuole senza dipendere dai capricci dei ministeri, né delle distribuzioni, né dei committenti. A livello stilistico ognuno è quello che sa fare, non c’è un messaggio vero di bontà né di malvagità. Non credo nella bontà nell’arte, quindi qualsiasi messaggio positivo o edificante sarebbe ipocrita. Credo che noi siamo quello che facciamo, se questo stimola la voglia di non dipendere da nessuno, già questo è un gran successo.

 

Spesso si è definito performer e non attore: ci spiega il motivo?

Mi comincia a dare fastidio essere definito performer, vorrei essere solo chiamato solo Antonio Rezza perché quando una persona si definisce in un modo e così viene riconosciuta dagli altri, può darsi che sia solo “una cazzata” questa etichetta. Vorrei essere riconosciuto solo per il mio nome. Io non sono un attore perché non entro nel personaggio, non servo il suo stato d’animo. Chiaramente quello che faccio è più vicino ad una performance perché ha a che fare con flussi d’energia, ma da oggi ho deciso che mi si definisca solo Antonio Rezza. Il mio lavoro è essere Antonio Rezza dalla mattina alla sera, poi se sono anche un performer pazienza. La mia più grande performance è essere Antonio Rezza. 

 

Mi sembra coerente con il suo pensiero che spesso viene definito anarchico...

Non sono neanche un anarchico, anche questa è un’etichetta, sono disinteressato.

 

In alcune sue dichiarazioni ha definito lo Stato e la Religione i peggiori nemici da abbattere. Lo pensa ancora? 

Chissà quanto tempo fa ho detto queste cose, il pensiero poi cambia. Non credo nelle istituzioni più che nella religione, lo Stato è un apparato, è proprio la parola “istituzione” che non mi ci fa credere, l’istituzione non può definirsi da sé, se è tale lo decido io, la religione poi è un male secolare, non posso certo risolverlo io il problema. Io non credo lucidamente in nulla, chi crede in qualcosa di trascendente ha un senso ottenebrato dalla speranza.

 

Se non crede nelle istituzioni, cosa salva?

Tutte le cose che non esistono, da fare, tutte le invenzioni da fare, l’autonomia del pensiero, tutte le persone che lavorano per se stesse: ci sono tantissime cose da salvare. Io dico se tutti fossero come noi, il mondo sarebbe migliore, come noi nel senso di persone ossessionate dal fare cose che non esistono.

 

Come ha vissuto il riconoscimento del Leone d’oro del 2018 alla Biennale di Venezia?

Non ce lo aspettavamo da un’istituzione come questa, noi che ci siamo sempre contrapposti alle Istituzioni, Antonio Latella, dotato di una mente autonoma, ci ha riconosciuto questo premio in quanto anche noi siamo persone autonome; vale il triplo, premiare noi non è facile, non si premia solo il talento, ma un indirizzo, un’idea politica dell’arte, devi essere intelligente per premiare noi. 

 

Cosa pensa della critica ufficiale italiana?

I critici si sforzano, ma non riescono ancora a capire esattamente quello che facciamo. Ci provano, ma non ce la fanno.

 

Flavia ci ha parlato del vostro sodalizio artistico come qualcosa di originale e contraddittorio. Quanto è importante il suo ruolo nella creazione? Alcuni vi attribuiscono anche una relazione sentimentale…

Tutti ci attribuiscono una relazione sentimentale, ma sono 25 anni che non stiamo più insieme. Si può anche lavorare senza accoppiamento e anche se fosse, non aggiungerebbe nulla a quello che facciamo. Trovo primitivo l’interesse a sapere se due persone vanno a letto. Nella creazione artistica, diamo la stessa energia, non c’è uno squilibrio, anche se diamo con modalità diverse, ma non è possibile definire il ruolo e la quantità di quello che si fa mentre si crea. Noi non ci poniamo il problema del come e del perché lo facciamo.

 

 

Mena Zarrelli

17 settembre 2020

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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