Martedì, 29 Settembre 2020
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Lorenzo Lavia al Todi Festival 2020: il futuro mi preoccupa, ma ho fiducia in chi va al teatro

A poche ore dall’avvio dell’edizione del Todi Festival 2020, abbiamo intervistato il regista e attore Lorenzo Lavia che, con la pièce da lui diretta e cointerpretata, “Era un fantasma”, aprirà la manifestazione giovedì 3 settembre alle ore 21. Abbiamo cercato di cogliere il pensiero di Lavia in relazione al momento presente e, prendendo spunto dalla drammaturgia scritta da sua moglie, l’attrice ed autrice Arianna Mattioli, quale fosse la sua idea di teatro e della vita.

 

All’interno del Todi Festival convivono quest’anno due tendenze: la prudenza e il desiderio di ricominciare. Con quali sentimenti e riflessioni ti avvicini a questa manifestazione?

Non nego di essere preoccupato. Io vivo prevalentemente di teatro ed ogni giorno cambiano gli scenari che fanno dubitare non solo del futuro prossimo ma anche di quello immediato: saprò di essere stato al Todi Festival solo a fine spettacolo. Personalmente ho fatto il tampone perchè esiste anche una necessità di tutelare il proprio ambiente famigliare oltre a quello lavorativo. Sotto quest’ultimo aspetto farò di tutto per portare a compimento lo spettacolo che, anche se non prevede scene di bacio, contempla comunque una certa prossimità tra gli attori. Ho fiducia nelle persone che vanno a teatro perchè, diciamocelo chiaramente, chi va a teatro è diverso da chi frequenta certi locali a Porto Cervo: sono mondi diversi, hanno letto libri diversi e fanno altre cose nella vita. Il teatro ormai è aperto a tutti e non è solo riservato agli intellettuali o a chi ha le stesse mie idee politiche, altrimenti rischierebbe di essere un luogo autoreferenziale. Chi è stato una volta nella vita a teatro è sempre un po’ diverso da chi non lo ha mai frequentato: questo è poco ma sicuro. Esiste cioè una propensione al rito e al rispetto che si sostanzia anche nel saper stare in silenzio senza bisogno di guardare ogni cinque minuti il cellulare, escludendo sempre le solite quattro - cinque persone che rappresentano comunque una netta minoranza. Parliamo quindi del rispetto del prossimo, ancor prima del rispetto per le regole, perchè se io ti faccio vivere e tu mi fai vivere abbiamo colto l’essenza della libertà.

Intervistando il direttore artistico del Todi Festival, Eugenio Guarducci, è emerso che uno dei motivi che lo hanno spinto a rendere possibile la manifestazione 2020 è la volontà di restituire decoro lavorativo a tutto il personale “invisibile” reduce da mesi di sofferenza estrema 

Quando si pensa al Teatro, infatti, bisogna sapere che esiste un mondo intero che orbita dietro agli attori ed arriva fino a coloro che scaricano e caricano il materiale sui camion. Il 23 febbraio ero con Sergio Rubini a Cittadella per “Dracula”: il sindaco dovette firmare la liberatoria per permetterci di recitare quella sera, evitando un disatro. Successivamente, mentre stavamo andando a Milano, dove erano previste alcune date dello spettacolo, ci chiamarono di notte chiedendoci di rientrare a Roma. Da quel giorno abbiamo ripreso da poco più di due settimane. Noi ci siamo visti schiacciati da questa situazione causata dal Covid e viviamo tutti di teatro. Inoltre basta guadagnare cinquanta centesimi in più e si è tagliati fuori da quella fascia a cui è stato previsto lo stanziamento dei seicento euro. E non stiamo parlando ovviamente di guadagni astronomici. Quello che mi fa davvero rabbia è constatare come ad una certa politica strafottente, e slegata dalle situazioni drammatiche, non importi davvero nulla di queste realtà. Sarebbe bello se fossero certi politici a passarci uno stipendio adeguato tenendoci a casa. A me andrebbe benissimo: non ho alcun sacro fuoco dell’arte da mostrare a tutti i costi.  

 

La drammaturgia, firmata da Arianna Mattioli, inerente specifiche dinamiche relazionali di matrice familiare, sembra esprimere una certa densità collocandosi tra il sommerso e l’esplicito, tra ciò che non si può dire e ciò che si deve essere. Da un punto di vista squisitamente registico dove hai posto maggiormente l’accento al fine di valorizzare determinati passaggi narrativi? 

Personalmente chiedo sempre agli attori di destrutturare quella determinata battuta, di non farla sentire troppo importante. Anche se in quel momento una certa espressione potrebbe sembrare particolarmente significativa, rappresenta comunque un elemento che all’interno di una famiglia si ripete e, quindi, appartiene al già noto. Le dinamiche ed i problemi sono infatti sempre gli stessi: sarà poi compito di ciascun spettatore valorizzare, in caso, quella specifica battuta. In un’epoca di reality, lo spettatore deve in qualche modo spiare ciò che accade in scena e quando si spia non sempre si ha un’ottica privilegiata. Io stesso ho allestito una poltrona sul palco ed inizio dando le spalle al pubblico: qualcuno non vedrà benissimo...pazienza...è la stessa dinamica presente nel Grande Fratello dove un’inquadratura principale sacrifica altri avvenimenti che si sviluppano contemporaneamente. Esiste quindi l’impedimento come variabile reale che in alcuni momenti non garantirà a tutti una visione ottimale. Si potrebbero riscontrare dei passaggi apparentemente poco signficativi perchè ripetitivi, ma la stessa frase assume un rilievo diverso se la dico a mio padre o a ciascuno dei miei due fratelli: sono tre modi con cui porgere la stessa battuta. Il testo in questione, infatti, non necessita di partire da un punto prestabilito ed arrivare ad una meta specificata. Non devo arrivare a nessuna fine ma raccontare una storia di un dramma borghese familiare che, come tale, non ha inizio nè fine. Prima del Covid, inoltre, avevo immaginato un’altra scenografia ma ora sono stato costretto a ridimensionarla perchè è cambiata anche la disponibilità economica della produzione. Nonostante tutto, siamo comunque quattro attori, quando magari sarebbe stato più semplice tutelarsi dietro un monologo.

 

Salvaguardare una certa identità dello spettacolo nonostante le difficoltà connaturate al momento sembra essere un elemento imprescindibile

Certo! Se io prevedo ad esempio una sedia rossa e sono costretto a cambiarne il colore, non è solo quel dettaglio a dover essere aggiornato ma tutti gli elementi e i significati che orbitano attorno a quel colore. Altrimenti lo spettacolo diverrebbe una messa in scena e non più un lavoro collettivo dove cerco di trasferire la mia idea, certamente non improvvisata, su come immagino lo spettacolo. 

 

L’idea già strutturata su come deve essere lo spettacolo diviene quindi una linea guida imprescindibile? 

Ogni volta che preparo uno spettacolo lo immagino prima: dalle musiche alle entrate dei personaggi. Quando è capitato di essere stato costretto a cambiare qualcosa, ho dovuto ricostruirmi tutto lo spettacolo in virtù delle nuove variazioni. Inoltre, mi avvalgo anche degli apporti dei singoli attori assecondandone, a volte, la loro versione recitativa quando risulta più efficace rispetto a quella da me stabilita. Essendo anche attore tendo ad immaginare lo spettacolo per come io lo reciterei. Ma il mio modo di concepire un testo riflette una storia personale e non voglio che l’attore che dirigo racconti la mia storia, ma la sua. Anche l’autrice, Arianna, rappresentandosi mentalmente la sua stesura con i filtri dei suoi vissuti personali, non immaginava quel tipo di recitazione. Io invece, pur non avendolo modificato, mi sono approcciato al testo attraverso le mie risonanze. A volte, infatti, è sufficiente un’intonazione o una pausa per cambiare la prospettiva di ciò che si sta dicendo. Per questi motivi non amo i testi contemporanei, dove gli autori si occupano di fatto anche della regia dello spettacolo, specificando già nella drammaturgia i dettagli inerenti le luci, la direzione da cui entrano gli attori e l’intonazione del loro linguaggio. Per tale motivo con l’autrice mi sono raccomandato solo di una cosa: non introdurre didascalie. Ed è lo stesso consiglio che darei agli autori contemporanei. Amleto non aveva didascalie; Moliere nell’Avaro ha specificato solo che il protagonista aveva un pò di tosse. La didascalia da parte dell’autore avrebbe senso solo se poi questi curasse anche la regia. 

 

In questo Beckett rappresenta un esempio molto evidente di creazione di testi caratterizzati proprio da didascalie. 

Infatti io non concepisco allestire uno spettacolo assecondando la volontà dell’autore. Inoltre, tale rappresentazione sarebbe anche impossibile da preparare secondo l’idea del regista perchè si rischierebbe di non riuscire ad avere i diritti. Si perde la possibilità di mettere in compartecipazione le proprie idee divenendo solo burattini deprivati della propria creatività. Non sono infatti un appassionato del Teatro contemporaneo e non amo tagliare o modificare i testi per adattarli ad una durata prestabilita e più conveniente. Quando vediamo un film tratto da un romanzo rimaniamo spesso delusi perchè ciò che vediamo sullo schermo non coincide con la nostra personalissima rappresentazione: eppure abbiamo letto le stesse parole. Nella galoppata nella neve di Guerra e Pace, ognuno ci vedrà la propria galoppata. 

Alcuni artisti hanno modificato alcune partiture scritte dei loro spettacoli inediti per immettere riferimenti legati al Covid. Ritieni che una pièce inedita debba risentire dell’attualità oppure debba avere una vita indipendente?

La storia che racconto l’ho già trasposta negli anni ‘70 togliendola quindi dalla dimensione attuale. Non conosco i testi di coloro che stanno raccontando il Covid e magari avranno perfettamente ragione loro, ma temo che quando questo periodo sarà terminato perchè avremo tutti il vaccino o, al contrario, saremo tutti morti, quel testo sarà già vecchio. Raccontare il presente negli istanti in cui accade è già “passato”. Siamo infatti nel post moderno: personalmente racconto il passato per essere “post”. Non mi interessa raccontare quello di cui già siamo costantemente ed eccessivamente informati. 

 

 

Simone Marcari

1 settembre 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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