Venerdì, 03 Luglio 2020
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#Libri stregati : 'Tutto chiede salvezza' di Daniele Mencarelli, 'Breve storia del mio silenzio' di Giuseppe Lupo e 'Città sommersa' di Marta Barone

#Libri stregati terso appuntamento con la rassegna de La Platea che analizza i dodici finalisti del premio strega.

 

Nel nostro terzo appuntamento vi parliamo dei romanzi di tre grandi autori che con le loro opere hanno dato un contributo al mondo della cultura. Gli autori sono: Daniele Mencarelli con Tutto chiede salvezza, Giuseppe Lupo con Breve storia del mio silenzio e Marta Barone con Città sommersa.

 

Iniziamo con Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli

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È stato proposto al premio strega da Maria Pia Ammirati Mencarelli che lo ha definito uno scrittore unico e maturo e lo ha scelto con questa motivazione: “Partendo da un'esperienza personale – i sette giorni di Trattamento sanitario obbligatorio a cui è stato sottoposto quando aveva vent'anni – scandaglia il buio della malattia mentale alla conquista di un'umanità profonda e autentica, la sua e quella dei suoi compagni.”

Tutto chiede salvezza narra dell’esperienza di Mencarelli che, nel giugno del 1994, in seguito a una violenta esplosione di rabbia, viene sottoposto a un TSO: trattamento sanitario obbligatorio per 6 giorni. Al suo fianco, in un casermone, i compagni di stanza del reparto psichiatria che passeranno con lui la settimana d’internamento coatto: cinque uomini ai margini del mondo. Personaggi inquietanti e teneri, sconclusionati eppure saggi, travolti dalla vita esattamente come lui. Come lui incapaci di non soffrire, e di non amare eccessivamente. Pazienti come lui, accomunati dal ricovero e dal caldo asfissiante, interrogati da medici indifferenti, maneggiati da infermieri spaventati. Daniele e gli altri sentono nascere giorno dopo giorno un senso di fratellanza e un bisogno di sostegno reciproco mai provati. 

L’autore ci narra la sua traumatica esperienza di ricovero forzato negli anni novanta. Non era pazzo, era solo colpevole di sentire le emozioni intensamente, senza filtri e dal ricovero emergerà che l’unico rimedio esperibile per superarlo siano le medicine.

Lì in mezzo a gente in difficoltà come lui e anche più di lui scoprirà che l’unica salvezza è la scrittura. “La scrittura è l’unica mezzo che può raccontare quello che vedo. Che mi esplode dentro” “Con il quadernone sotto il braccio me ne vado nella saletta della televisione, mi siedo al tavolo con la faccia rivolta verso il muro, lascio alle spalle il mondo reale. Per prima cosa strappo via tutti i fogli. Trascrivo l’unico verso partorito sul bianco della pagina. “Sei sempre tu che vieni a riprendermi.”

Ne viene fuori un romanzo, autentico, ricco di emozioni, in cui esprime intensamente le sensazioni che prova e le rende facilmente percepibili. É ricco infatti d’immagini taglienti che provocano al lettore dolore e salvezza.

La scrittura è semplice, essenziale e poetica poiché Mencarelli è primo di tutto un poeta e riesce a portare la poesia anche nel romanzo. Utile è il ricorso al dialetto che rende più realistico il racconto.

È un romanzo ben scritto, ricco di dialoghi, che permette al lettore di percepire cosa si prova in queste situazioni quindi a nostro parere merita di essere letto.

 

Breve storia del mio silenzio di Giuseppe Lupo

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Breve storia del mio silenzio è un romanzo autobiografico che riesce ad andare al di là del semplice racconto delle sue memorie e incuriosisce il lettore. 

È stato proposto tra i finalisti da Salvatore Silvano Nigro che ha detto: «Lupo scrive un’autobiografa delicatamente fabulosa inquietata da un “silenzio” che è trauma infantile di afasia, e poi, nel tempo, insidia persistente di un “male delle parole” e di una “inimicizia con il linguaggio”. Il libro è anche un romanzo di formazione: un’educazione alla scrittura letteraria al di là del “silenzio”; verso la scoperta della letteratura in quanto risorsa di “oblio”, nella quale “le immagini della memoria una volta fissate con le parole, si cancellano”, come scriveva Italo Calvino. »

Il romanzo narra di un'infanzia vissuta tra giocattoli e macchine da scrivere, di una giovinezza caratterizzata da fughe e ritorni nel luogo dove si è nati, con al centro il rapporto tra rifiuto e desiderio di esprimersi che accompagna la vita del protagonista. Giuseppe Lupo racconta, con ironia e sempre affettuoso, dei genitori maestri elementari e di un paese aperto a poeti e artisti, di una Basilicata che da rurale pian piano si trasforma in borghese e di una Milano fatta di luci e di libri. E soprattutto racconta, con amore e veridicità, come un trauma infantile possa trasformarsi in dono e quanto le parole siano state il suo porto sicuro, anche quando non riusciva a pronunciarle.

“In principio tutto era verbo, poesia quaderni libri, banchi lavagne e alunni in abiti di carta crespa. Poi sopraggiunse il silenzio.”

Lupo si racconta, e ci parla della sua infanzia che diviene improvvisamente silenziosa con la nascita della sorellina. Qualcosa dentro di lui scatta e non riesce a far più uscire le parole, viene colpito da afasia psicologica. Pian piano però riuscirà a costruire un legame con la sorellina, ad eliminare la paura e la parola ritornerà. Ma non narra solo di questo, racconta dei libri e degli autori che sono stati significativi nella sua vita, degli incontri che lo hanno portato ad essere lo scrittore che è adesso. A un certo punto scopre che la letteratura è la sua vocazione, il suo strumento per costruire il mondo. Numerose sono infatti i dialoghi e le divagazioni sulla letteratura.

Non c’è una sola linea temporale ma un continuo andare aventi e indietro nel tempo senza però mettere in difficoltà il lettore. I registri linguistici ed espressivi utilizzati sono vari. La prosa è nitida, fluida e molto curata, nulla è lasciato al caso.

Breve storia del mio silenzio è quindi una biografia, ricca, ben scritta e che condensa in solo 200 pagine tanti contenuti.

“Aspettiamo. E nell’attesa che arriva transita la vita”

 

Città sommersa di Marta Barone

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“Avrei voluto che questa storia me la raccontasse lui. Avrei voluto avere il tempo di sentirla. Ma in un certo senso sono consapevole che il libro esiste perché non c'è più l'uomo.”

 

Città sommersa è stata proposta al Premio Strega da Enrico Deaglio che lo ha definito “un esordio letterario fulminante”. Ecco cosa ha detto: «Una giovane donna va in cerca di suo padre, morto di cancro quando era ragazza. Davanti a lei la Città, che un tempo era dominata dalla Fabbrica e dal suo sistema di vita, che nei caffè resiste sulle pareti con "la luce torbida delle carte dei cioccolatini". Siamo a Torino e Marta Barone indaga sugli oscuri, violenti, ma anche felici Anni Settanta, di cui il padre è stato protagonista, testimone e vittima. »

La voce di una giovane donna brusca, solitaria, appassionata di letteratura guida questo romanzo che costituisce memoria e cronaca del confronto con la scomparsa del padre, con ciò che è rimasto di un legame quasi felice nell'infanzia, da figlia di genitori separati, poi divenuto spinoso e della scoperta tardiva della vicenda giudiziaria che l'ha visto protagonista. Chi era quello sconosciuto, L.B., il giovane sempre dalla parte dei vinti, il medico operaio costantemente alle prese con qualcuno da salvare, condannato al carcere per partecipazione a banda armata? E perché di questa parte del suo passato non ne ha mai voluto parlare? Testimonianze, archivi, ricordi, rivelazioni lentamente compongono come in un puzzle il ritratto di una persona complicata e contraddittoria figlio di un'epoca complessa, piena di incongruenze. Sullo sfondo c’è Torino, epicentro della lotta politica quotidiana, della rabbia, della speranza e del dolore, infine della violenza che dovrebbe assicurare la nascita di un avvenire luminoso e invece fa implodere il sogno generando delusione e rovina. 

Marta Barone ci riporta con la sua ricerca di informazioni sul passato del defunto padre negli anni’70, anni di lotte politiche, di fabbriche, terrorismo ma anche di grandi ideali che poi si sono rivelati illusori. Pensava di conoscere suo padre invece c’era tutto un mondo sommerso a cui non aveva mai avuto accesso. Scoprirà per caso gli atti del suo processo e da li inizerà ad indagare, scavare nel passato e contattare tutte le persone che potevano averlo conosciuto. Riscoprirà così la sua città ,Torino, e ce la farà conoscere, ripercorrerndo i suoi passi e i luoghi che frequentava. Dopo tutto questo indagare e scandagliare Marta si renderà conto che anche una parte di lei era rimasta sommersa assieme al passato del padre.

Il romanzo è diviso in 3 parti: la prima è dedicata alla città di Torino che ripercorre con occhi indagatori.; la seconda è quella in cui inizia effettivamente la ricerca sul passato ignoto del padre; la terza infine è quella in cui scopre che non tutte le domande hanno una risposta. Non tutto può essere portato a galla. 

La prosa è agile, efficace, distaccata e si muove tra differenti generi. Il lessico è ricco, ricercato ma allo stesso tempo di facile comprensione. La lettura scorre così lieve permettendo al lettore di leggere con avidità e curiosità gli eventi che si avvicendano. Barone scrive in maniera avvincente e incatena il lettore al libro per scoprire cosa è accaduto a L.B.

Questi sono i tre romanzi analizzati questa settimana, tre romanzi pregni di significato e particolari. Vi aspettiamo al nostro quarto appuntamento con altri tre finalisti del premio.

 

 

Debora Fusco

4 giugno 2020

 

 

 

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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