Lunedì, 17 Giugno 2024
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Niente di vero, ossia la bellezza delle cose che capitano

Recensione del libro Niente di Vero di Veronica Raimo, Einaudi

 

 

Niente di vero. Magari tutto. Dipende dalla prospettiva; ed è un gioco di prospettiva il romanzo di Veronica Raimo uscito per l’Einaudi nel Febbraio del 2022. Un gioco che, a ben guardare, facciamo tutti: quello di posizionarci nell’oggi e guardare indietro, lasciando che le cose si rivelino o non si rivelino a distanza - eccola di nuovo, la prospettiva. Solo che la Raimo lo fa molto meglio di noi (o forse lo dice solo in modo più soddisfacente); ed è questa la forza di un racconto familiare e di formazione fatto di ridicolo e passione, il riguardare tutti: tutti siamo stati figli e un giorno non lo siamo più stati, tutti ci siamo accorti delle brutture di nostra madre, tutti abbiamo drammaticamente messo a fuoco che l’amore della nostra vita alla fine l’amore della nostra vita non lo era per niente.

Aprire la prima pagina di questa riscrittura moderna del caro Lessico famigliare, uscito guarda caso ancora per l’Einaudi, è  immergersi nel guazzabuglio di ricordi corporei che l’autrice tira, pagina dopo pagina, fuori dalla penna.  In effetti, i racconti hanno autonomia propria e si riaffacciano casualmente alla mente della scrivente. Chi finisca di leggere il romanzo - ed è tanto bello che è impossibile non finirlo - non avrà l’impressione di una concatenazione chiara e consequenziale degli eventi, quanto d’aver assistito alla rappresentazione spontanea di qualche dramma buffo che lascia un po’ l’amaro in bocca. Ed è in questa notazione apparentemente superflua - che differenza vuoi che faccia?- che si nasconde una straordinaria cifra di realismo che assottiglia ulteriormente la distanza tra l’autrice e l’incauto lettore. Il procedere del romanzo usa la stessa forma mentis che usiamo noi quando ricordiamo: un dettaglio, un colore nel presente sono in grado di azionare la potente macchina della memoria. E la memoria procede allora sparsa, senza rimanere per forza inchiodata ad un raziocinate prima - dopo. Lo scorrere del tempo è solamente intuibile, suggerito dal filo rosso costituito dalla permanenza di alcuni personaggi, dal ritorno di altri (il cristianissimo Bra) e da slogan ricorrenti e un po’ traumatici (“C’è Francesca al telefono”).

La pagina dunque si fa assai sottile e  a tratti abbiamo l’impressione che poco ci manchi che la nostra Veronica bussi alla porta e si sieda accanto a noi, per proseguire il racconto che fino a quel punto abbiamo solo e soltanto letto. Non ci sono distanze, il romanzo diventa un dialogo. Che sì è il dialogo interno al libro, quello usuale dei “personaggi” (o persone, è poco chiaro) ma è il dialogo incessante che l’autrice ha con noi, fin dalla prima pagina. È una prima persona impertinente che non ci lascia spazi quella della Raimo che chiede d’esser ascoltata e a cui, di tanto in tanto, dobbiamo anche rispondere. L’atmosfera è d’un colloquio intimo, senza ripari, che non sa smettere di essere di un’ironia sferzante. Ed è l’ironia la cifra fondante di questa voce: la costante dissacrazione di tutto, la messa a nudo feroce, il racconto di cose oscene e brutali e tremende ma sempre con un mezzo sorriso sulle labbra. Da dove venga questa ironia, se sia solo un mezzo per il racconto o sia il frutto stesso dei fatti raccontati, non spetta a noi deciderlo (ma forse ad uno psicoterapeuta).

La tela che ne nasce non manca di nessun colore; si legge di tutto, di tutto quel che si potrebbe provare desiderio di leggere. Non a caso è il racconto d’una vita. Le prime figure che compaiono nel romanzo sono quelle del fratello che muore più volte al giorno ogni volta che la madre si preoccupa per lui e lo considera come morto disperso ed altre catastrofi e della stessa madre iper-apprensiva, religiosa alla nausea e leggermente ipocrita ( così sembra almeno di capire). A stretto giro compare una figura paterna che urla e costruisce muri, dalla quale il commiato finale è raccontato alla stessa maniera asciutta che conosciamo. Il dolore, quello umano delle cose umane, non è mai negato: esso appare come appare tutto il resto, nella propria natura. Non è drammatizzato, non c’è nessun tipo di narrazione lirica che cerchi di trasmutarlo in qualcosa di grandioso ed eroico; è solo dolore. L’amore è trattato allo stesso identico modo: addio cavalli bianchi e colpi di fulmine e lieto fine da lacrime. Alle volte, anzi, l’amore - intenso anche della sfumatura sessuale - è raccontato come qualcosa di patetico, meccanico e leggermente estraniante.

Una realtà normale fatta di cose che capitano, eppure ha vinto lo Strega giovani. Sarà perché si ha l’impressione che la Raimo possa essere quell’amica che, proprio mentre noi stiamo lì lì per imbandire una tragedia greca, con l’ironia stampata in faccia, ci dice che passa, che non è mica un dramma.

 

Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978. Nel 2013 ha scritto la sceneggiatura de La bella addormentata candidata ai nastri d’argento nel 2013. Nel 2022, con Niente di vero ha vinto il premio Strega Giovani e il Premio Viareggio nella sezione narrativa. E’ inoltre autrice de il dolore

secondo Matteo ( 2007), Tutte le feste di domani (2013), Miden ( 2018) e le bambinacce (2019).

 

 

Serena Garofalo

12 aprile 2023

 

Informazioni

Niente di vero

Di Veronica Raimo

Einaudi

Pagine 163 

Cartaceo € 18,00 

Ebook  € 9,99

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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