Martedì, 16 Aprile 2024
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RAFFAELLO DE BANFIELD RITORNA A CASA

Il 28 novembre 2023 una cerimonia/ concerto per inaugurare il busto del Maestro nel Foyer del teatro tergestino.

 

Trieste finalmente riesce a rendere omaggio al Maestro de Banfield.

Ci sono voluti tempi biblici  e silenzi deflagranti.

Si sono succeduti quattro Sovrintendenti prima che arrivasse il Maestro Polo, che ha ricordato il suo passato di musicista proprio ai tempi di de Banfield, nella cui  gestione il progetto commemorativo ha potuto prendere forma, grazie, peraltro, al sostegno della fondazione Casali  e non di una iniziativa istituzionale ufficiale.

Si è dovuto assistere all’abbattimento, ma verrebbe da dire all’esecuzione, della Sala Tripcovich, peraltro con una tempistica inquietante: nei giorno dell’inaugurazione della stagione dello scorso anno, quando altrove si celebrava il centenario della nascita del Maestro, a Trieste si lacerava anche la memoria di una delle iniziative più coraggiose e munifiche della storia recente italiana.

Dopo tante ferite, finalmente un omaggio, cui il Sindaco ha assicurato ne seguiranno altri.

Il Maestro era un intellettuale raffinatissimo, uomo di classe ed eleganza ormai perdute, musicista stimato cui  il mondo della cultura deve moltissimo, come bene hanno ricordato sia il Segretario del  Consiglio Regionale, sia il Presidente della fondazione Casali.

Nei ventisei anni in cui fu direttore artistico del Verdi, il teatro raggiunse una fama a livello europeo che sta cercando di recuperare, ma che è lontano dal raggiungere.

Come bene ha ricordato Gianni Gori, de Banfield trascurò perfino l’attività di compositore per dedicarsi anima  e corpo al teatro triestino, che divenne la sua seconda casa.

Lo si vedeva spesso in sala, a scrutare gli umori del pubblico, ad ascoltare la resa delle voci, a valutare il suono dell’orchestra e del coro.

Non per giudicare e bacchettare, ma per capire come meglio plasmare le stagioni riuscendo ad affiancare titoli popolari ed avanguardia. Per individuare quale repertorio proporre alle voci che  selezionava con bravura e sapeva sostenere, guidare, incoraggiare e lanciare in carriere internazionali di successo. Per valutare quali migliorie potessero giovare a due organici che portò ad essere fra gli elementi fondanti dell’appena nato Festival dei Due Mondi, di cui peraltro fu direttore artistico dal 1978 al 1986.

Negli anni della sua direzione fu modesto e discreto: non  mise mai in cartellone una sua opera, neanche quando mietevano successo nei grandi teatri internazionali.

Fu uno dei rari e autentici mecenati, che riuscì a regalare alla città un teatro, sposando  la sua generosità economica alla bravura dei laboratori teatrali e delle maestranze del Verdi.

Dall’incontro di uomini di buona volontà ed autenticamente ricchi di passione, prese forma una magia probabilmente irripetibile che trasformò una vecchia stazione dismessa nella gloriosa Sala Tripcovich, che permise a Trieste di continuare a godere delle stagioni liriche durante la chiusura per ristrutturazione del Verdi e  della quale ormai non rimangono che il malinconico ricordo e la ferita di una riflessione amara su un tempo ingrato, che pare guardare con livore al passato solo perché non ne  sa rinnovarne i fasti.

Furono anni gloriosissimi, con allestimenti che passarono alla storia , come ‘Il compleanno dell’Infanta’ che venne incoronato dal Premio Abbiati come migliore spettacolo dell’anno.

Amaro il destino del Barone de Banfield: quando il ‘suo’ teatro toccò l’apice del successo, una serie di incidenti e traversie segnarono l’inizio del suo drammatico declino personale. Un terribile incidente stradale, problemi economico- finanziari dovuti alla fiducia riposta nelle persone sbagliate, grosse criticità di salute che lo portarono all’afasia, segnarono gli ultimi dolorosi anni, senza rubargli né la grandezza morale, né l’impegno culturale.

Dal 28 novembre nel foyer del teatro campeggia un bel busto di de Banfield, realizzato dallo scultore Davide Di Donato.

Per celebrare lo scoprimento delle statua, il teatro ha organizzato una breve ma sentita cerimonia musicale nella quale sono state eseguite tre delle  ‘Sei Liriche’ per soprano, orchestra d’archi, flauto, corno ed arpa.

L’organico orchestrale del Teatro  ha dato prova di bravura e sensibilità, regalando una esecuzione inappuntabile.

Certo grandissimo merito va al lavoro di Stefano Furini, primo violino di spalla dell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste, recentemente approdato alla direzione.

Siamo davanti ad un magnifico musicista, che collabora regolarmente con  alcune delle massime istituzioni nazionali, come la Filarmonica del teatro alla Scala ed  il Maggio Fiorentino, ma soprattutto ad un artista vero, che coglie il valore profondo e poetico della musica di de Banfield e riesce a farla eseguire con la giusta misura, evocando quella carismatica eleganza che caratterizza le partiture del Maestro e con una sensibilità autentica, fuori dal comune, testimoniata anche dal gesto nobile e non ostentato di   dirigere utilizzando le copie autografe della composizione, con i segni rossi e blu del compositore,  a sottolineare come voleva fosse diretto il brano, gli appunti, la firma con la data.

Un pezzo di ‘Falello’, come gli amici chiamavano il Maestro, che ritornava a casa, dopo tanto immeritato oblio.

Il soprano solista è stata Francesca Palmentieri, voce interessante, ben impostata, con un colore intenso, acuti saldi ed una innegabile duttilità, vista l’eterogeneità dei tre pezzi .

Il primo, da una poesia di Pascoli, si intitola ‘Sere d’Ottobre’. Notevole l’amalgama fra voce solista ed orchestra, in un gioco di volumi sonori equilibrati con gesto sapiente, che permette alla  Palmentieri di mettere in evidenza una tavolozza di sfumature ampia e suggestiva, ma anche ai musicisti di dimostrare una grande eleganza esecutiva ed una tecnica sicura.

‘Automne’ musica un testo di Gabriel Boissy e scopre le sfumature ambrate della bella voce del soprano, ricca di fiati lunghissimi ed acuti opulenti .

La serata si  chiude con ‘Chiostri’, lirica di Jeanna Peroriel Vaissiere.

Si tratta di una composizione complessa e coraggiosa, che mette in risalto l’apporto degli archi e cerca toni più aspri e drammatici nel canto.

Alla fine tanti meritati applausi a tutti ed un affollamento affettuoso attorno al busto del Maestro.

 

Gianluca Macovez

30 novembre 2023

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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