Lunedì, 27 Giugno 2022
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La morte di Federico Palmieri e il fragile mestiere dell’attore

Il 5 settembre scorso ci ha lasciato l'attore Federico Palmieri, morto suicida nella sua casa di Roma. Non vogliamo perderci in ipotesi o congetture sul perché del suo gesto ma ci vorremo limitare a fare due cose. La prima ricordarlo come creatore del teatro dei Balbuzienti, del quale era anche insegnante, e l’impegno che aveva dedicato a questa problematica. Difatti aveva scritto e prodotto numerosi spot d'informazione sulla balbuzie, ed aveva anche vinto un premio per la miglior regia nel 2016 con lo spettacolo “Balbetto quando voglio” al Festival Internazionale del Cinema Patologico. In tal modo aveva supportato molte persone che avevano questo suo stesso problema e ricordato quanto il teatro sia in grado di fare bene all'anima ed aiutare, anche fuori dal palco. 

Vogliamo poi ricordarlo come attore e regista: nel 2017 aveva vinto il premio per il miglior corto al Milano Film Festival e il Premio miglior attore al BucharestShortCut Cinefest (2018) con “Anna e Marco”. Tra i suoi ultimi lavori ricordiamo, a teatro lo spettacolo "Risorgi" diretto da Duccio Camerini ed al cinema il film "Ride", di Valerio Mastandrea.

Ripetiamo, non abbiamo certezze su quali siano i motivi del suo gesto, se siano legati alla precarietà lavorativa come molti hanno suggerito o meno, ma sta di fatto che il problema della fragilità della professione dell’attore, che sia stato la causa o meno del suo suicidio, esiste… e se ne parla molto poco.

Molti ragazzi sognano di fare l’attore o l'attrice idealizzando questa professione come raggiungimento di facili guadagni e grande notorietà, ma pochi sanno, finché non cominciano a muovere i primi passi in questo mondo, a cosa vanno incontro. In tal senso vi proponiamo la riflessione dell’attore Vito Napolitano, che ha postato su facebook due giorni dopo la morte di Federico Palmieri quanto segue:

Federico Palmieri era un mio amico. Conosciuto tanti fa, beffa del destino, a un seminario di Manrico Gammarota, altro attore scomparso in analoga estrema circostanza, un altro essere umano speciale. Federico allora veniva da un lungo periodo di inattività e aveva deciso di riprovarci con più ardore e consapevolezza. Federico aveva talento. Era una persona buona, di animo pulito e ben voluta e stimata da molti colleghi. Aveva fondato "Il Teatro dei balbuzienti", lui che di quel suo piccolo handicap ne aveva fatto un volano per la sua arte. Le sue ultime parole a me, in un confronto con lui anche polemico sul ruolo e i diritti di un attore oggigiorno, riguardavano il suo sentirsi grato e privilegiato ogni qual volta riusciva a fare questo lavoro.
Questa precarietà emotiva ed esistenziale che caratterizza spesso questo mestiere, in fondo, è una nostra conscia scelta che rinnoviamo ogni giorno quando riproviamo a cimentarci con questa complicata meraviglia.
Purtroppo, però, non sempre questo rispetto è condiviso da tutti gli addetti ai lavori.
Al netto delle tempistiche, delle esigenze e del livellamento imposto da certa industria, non andrebbe mai perso di vista il rispetto verso l'umana dignità di ciascuno.
Quando un attore prova a fare questo mestiere, entrando nella stanza di un casting, inviando una mail per proporsi, negoziando un dignitoso compenso, o faticando con gioia su un set per offrire un po' del suo cuore al mondo, è sempre, anzitutto, un essere umano: col suo talento, coi suoi ideali, con un suo disegno spirituale della vita.

Un'anima spesso un po' più fragile della media delle anime fragili. E chi, in quell'istante, prende tra le sue mani quella fragilità, dovrebbe avere una cura speciale, un rispetto maggiore, sentirsi insomma un po' più attento e responsabile. E non farlo soltanto con gli interpreti così detti: 'famosi'.
 

Parole dure che però rendono bene quale sia la vita incerta dell’attore, sempre alla ricerca di una nuova opportunità, un nuovo casting che possa dare ossigeno a finanza e carriera. Le difficoltà che un attore oggi può trovare sulla sua strada sono molte, soprattutto quelle legate ai compensi. Compensi pagati in ritardo, al ribasso, dimenticate, soprattutto quando si parla di teatro. Pensate che secondo l’Osservatorio Inps (dati aggiornati al 2017) per gli attori la retribuzione media annua si aggira intorno ai 10 mila euro con un numero medio di giornate retribuite pari a 104, praticamente un terzo delle giornate lavorative medie annuali.

E allora prendiamo ancora spunto dal social network più cliccato per un’altra testimonianza, quella di Massimo Coglitore, regista che ha così commentato la scomparsa di Federico Palmieri:

Essere attore è qualcosa che hai nel dna, è energia che esplode solo recitando, e quando lo fai sei da solo con la tua concentrazione e la tua immaginazione, ma sei felice. Un pittore, uno scultore, un fotografo, possono anche non vendere, ma nessuno può impedire loro di produrre la loro arte. Un attore no! L’attore ha sempre bisogno di qualcuno che gli dica di sì. Qualcuno che si degni di dargli un’opportunità. Esiste una vulnerabilità intrinseca nel lavoro dell’attore che fai di lui un’artista, un essere dalla sensibilità non comune, ma c’è anche tanta fragilità. L‘attore è sotto stress continuo, perché il ruolo più difficile da recitare è proprio quello quando non lavora. Si è sempre sotto giudizio, in attesa che produttori, casting director e registi gli diano l’opportunità di un provino. Perché qui non si parla più di lavoro, si parla proprio di un’opportunità, per mostrare il proprio talento, fatto di anni e anni di studi, libri letti, film visti, palcoscenici calcati e onestà intellettuale. Vedere lavorare sempre gli stessi attori, i famosi volti noti, e vedersi le porte chiuse in faccia senza possibilità di un confronto, un dialogo, che è alla base dell’essere umano, può portare alla depressione. Federico Palmieri era un attore di 41 anni e si è impiccato. Un gesto estremo, disperato, a senso unico, che mi stringe il cuore e rende triste, mentre al Festival di Venezia vedo sfilare raggianti e sorridenti individui che con il cinema non c’entrano nulla. Perché tutto, ormai, anche il cinema, è un prodotto da mettere in vetrina, contano più i follower su Instagram che le ore passate su un palco, non esiste meritocrazia, se non in rari casi. Il gesto di Federico merita attenzione, riflessione, e rispetto, perché tutti coloro che gli hanno chiuso le porte in faccia, oggi sono responsabili in qualche modo della sua morte. Tutti noi addetti al settore dobbiamo metterci una mano sulla coscienza. E’ inutile nascondersi dietro l’angolo e dire, si ma era depresso. Si, la depressione, quel brutto mostro di cui spesso non si parla e che ti corrode da dentro perché sei impotente, urli ma nessuno ti ascolta, quando basterebbe un sorriso, uno sguardo, un'opportunità. La depressione ha spesso radici nella solitudine e nel non poter lavorare ed esprimere la propria arte, in questo caso, ma è più comodo parlare di depressione piuttosto che di solitudine. Ci si sente abbandonati, in balia del nulla e in preda all’ansia. Ma è più facile liberarsi del problema con una diagnosi e dei farmaci. Perché se cominciassimo a parlare di solitudine, sapremmo, che non ci sono farmaci. Non c’è industria medica che tenga, basterebbe solo l’amore umano. Federico, riposa in pace!

Non c’è bisogno di aggiungere altro. Quella dell'attore è una professione amata, perfino venerata ai massimi livelli, ma che nasconde insidie delle quali è giusto parlare, sperando che il dialogo possa essere un primo passo verso un percorso in grado di portare più stabilità, più chiarezza e meno vacue ambizioni.

 

 

Enrico Ferdinandi

16 settembre 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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