Di recente ho visto un video di una persona appena stata a Istanbul. Nella clip appare un gelataio intento a eseguire trucchi di magia mentre prepara i coni per i clienti. Naturalmente una piccola folla è lì assiepata per godersi lo spettacolo.
Durante le funzioni religiose, non di rado l’officiante realizza piccole scene recitate, con tanto di attori travestiti da pastori o da santi, per veicolare meglio soprattutto ai più giovani i concetti e le parabole del vangelo del giorno.
All’interno degli istituti scolastici, i docenti più amati dagli studenti sono quelli che utilizzano (più o meno consapevolmente) elementi teatrali atti a drammatizzare la lezione, la quale verrà memorizzata molto più facilmente e in maniera più profonda nella mente degli astanti. E potremmo fare tanti altri esempi, ma ci fermiamo qui.
Il teatro, dunque. Uno dei pochi linguaggi in grado ancora oggi di attirare l’attenzione di chiunque a prescindere dal contesto. Giunto ai nostri occhi addirittura tramite uno smartphone, oppure fortunatamente distogliendoci da quest’ultimo, esso è capace di donare divertimento assoluto ed emozioni forti, mentre pone in relazione le persone più diverse, anche solo per una manciata di secondi. Che sia realizzato in strada, in classe, in un negozio o nel viale di un centro commerciale, in un ospedale o in un’aula di tribunale, è una delle poche attività umane che agisce a mo’ di calamita e risulta degna di essere ricordata dai suoi spettatori, più o meno improvvisati.
Il teatro, già. Che travalica il tempo e lo spazio, che aggiunge sapore alla nostra e all’altrui esistenza, che resta in noi inevitabilmente. Fin da quando da piccini lo utilizzavamo in maniera del tutto inconsapevole, spontanea e naturale attraverso il gioco simbolico (una fondamentale tappa evolutiva) e che in seguito durante la crescita abbiamo sempre più sviluppato, scoprendo che narrare – ovvero drammatizzare un evento accadutoci - con voci differenti, altre posture e ulteriori gesti degli altri personaggi, rendeva il tutto più vivido e interessante per chi ci stava ascoltando. Perché il teatro vive in noi e si esprime all’esterno di noi, ma soprattutto non ha ragion d’essere se non vi è almeno uno spettatore o spettatrice che guarda e ascolta. Come esplicitato più volte dunque, l’arte scenica è un atto imprescindibilmente sociale e socializzante. È parte intrinseca dell’essere umano anche senza la sua piena consapevolezza, ma si realizza interamente solo nella relazione con l’altro.
Nell’interessante e sovente citato volume di Erving Goffman La vita quotidiana come rappresentazione, l’autore conduce un’analisi socio-antropologica nella quale, in tempi differenti e in punti geografici molto distanti tra loro, pone in evidenza quanto tutte le attività professionali degli esseri umani siano farcite di elementi teatrali, tanto che per ciascun individuo il recarsi al lavoro ogni mattina è quasi come andare in scena tutti i giorni. Egli o ella infatti si veste in un certo modo, utilizza un determinato linguaggio ricolmo di vocaboli tecnici che non avrebbero senso in un contesto differente, assume postura e gestualità consone al ruolo, spesso finge emozioni che non prova realmente e così via. Gli elementi recitativi sono pertanto imprescindibili da qualsivoglia attività che abbia a che fare con altre persone, e/o con un “pubblico” che guarda, ascolta, reagisce.
Pur non volendolo o sapendolo, utilizziamo elementi teatrali sempre, a tutte le età e in qualsiasi città ci troviamo a vivere. Perché dunque non rendere la società sempre più consapevole di questo, magari inserendo l’arte scenica come materia curricolare nella scuola dell’obbligo, e/o rendendo popolare la partecipazione a un laboratorio pomeridiano tanto quanto l’andare in palestra?
In cambio riceveremmo doni immensi e fondamentali per l’individuo, probabilmente ancora non del tutto messi in luce. Fare teatro ci renderebbe più centrati e consapevoli; affinerebbe le nostre abilità comunicative; migliorerebbe l’attenzione, la concentrazione, la memoria, il problem solving; paradossalmente, visto che è l’arte della finzione, ci inviterebbe a essere il più possibile autentici e soprattutto a distinguere il vero dal falso. Scardinerebbe gli schemi imposti, ci libererebbe dalle maschere e dalle convenzioni sociali, lasciando emergere il nostro vero io. E soprattutto, in un momento storico così povero dal punto di vista relazionale, faciliterebbe enormemente la costruzione di rapporti veri, autentici e duraturi.
Non ci stancheremo mai di affermare quanto esso sia importante, soprattutto per le giovani generazioni, ancora in evoluzione e in perenne cambiamento. Il teatro ci invita a lavorare insieme per un obiettivo comune tollerando le attese, le frustrazioni e le mancate gratificazioni immediate, e ciò è indispensabile per la sana e armoniosa crescita dei nostri bambini e ragazzi. E se nello scambio intergenerazionale anche gli adulti si mettessero in gioco sinceramente, con il coraggio di uscire da schemi, ruoli e modelli comportamentali il più delle volte obsoleti, quante cose andrebbero meglio.
Il teatro ci aiuta in tutto questo e tanto altro ancora. Lo abbiamo a portata di mano, è accanto a noi da millenni pronto a regalarci infinite storie ed emozioni.
È davvero un’occasione da non perdere.
Cecilia Moreschi
19 novembre 2025


