Giovedì, 12 Febbraio 2026
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Il teatro e la funzione adattiva dell’ansia

Federica, la chiameremo così, ha 15 anni e frequenta il secondo anno di scuola superiore. Affetta da una rara sindrome che ne compromette udito, linguaggio, comprensione del contesto, motricità globale e fine, ha sempre avuto una famiglia estremamente presente e attenta ai suoi bisogni. Forse, potremmo azzardarci a ipotizzare, un po’ troppo presente e attenta, tanto da sostituirsi a lei in quasi tutto; come se evitarle qualsiasi tipologia di compito o fatica potesse alleviare il carico che la ragazza porta ogni giorno. Atteggiamento del tutto comprensibile e condivisibile, messo in atto da parte di genitori, fratelli maggiori, zii e nonni, esso però opera e risolve le fatiche quotidiane di Federica solo nell’immediato, non a lungo termine.

Incontro la ragazza lo scorso anno. Partecipa a uno dei miei laboratori di logoteatroterapia. Le piace, si diverte, scopre parti di sé insospettate e insospettabili, si sperimenta nell’essere altro da sé, oltre a lavorare su aspetti più tecnici e meno creativi quali la pragmatica, l’organizzazione spazio-temporale, la propriocezione e altro. Però pian piano sorgono difficoltà. E a ben guardare, esse non sono dovute alle problematiche con cui Federica condivide il corpo e la mente da quando è nata bensì all’abitudine, ormai ben strutturata, di affidarsi a un qualsivoglia adulto di riferimento perché quest’ultimo spiani la strada per lei. Infatti, quando non comprende la consegna, Federica non mi chiede di ripetere, né osserva le azioni compiute dai compagni per imitarle e riuscire a portare avanti almeno in parte la richiesta. Aspetta, semplicemente. Rimane in attesa che io o un’altra operatrice si avvicini a lei e le rispieghi il tutto, con dovizia di dettagli ed esempi contestuali. Ancora: se uno dei compagni le fa una domanda, il suo sguardo si rivolge immediatamente all’adulto di riferimento, quasi che la risposta debba scaturire dalla bocca di quest’ultimo e non dalla sua. E tanti altri piccoli, ma significativi, episodi di questo genere.

La osservo mentre facciamo giochi quali la marionetta o il ritmo in 4/4. Mi è sempre più chiaro ciò che deve essere accaduto in questi lunghi quindici anni: Federica non è stata mai lasciata da sola a cercare e ideare strategie più o meno funzionali con le quali cavarsela. Non ha mai sperimentato quel livello anche minimo di ansia “… emozione fisiologica, prevedibile e di carattere transitorio” come chiaramente spiegato dal neuropsichiatra Stefano Vicari nel suo ultimo volume Adolescenti interrotti. L’eminente esperto prosegue dicendo: “L’ansia è da ritenersi normale se ha una funzione adattiva: ciò significa che in certe condizioni e con certe caratteristiche, l’ansia è funzionale alla sopravvivenza e all’adattamento all’ambiente”. Un minimo di ansia rispetto a verifiche o interrogazioni permette, ad esempio, di prepararsi al meglio e probabilmente consente di prendere un buon voto. Al contrario, nessuna ansia o assenza totale di preoccupazione concedono all’adolescente di dedicarsi ad attività più piacevoli dello studio, che lo gratificano nell’immediato ma probabilmente non alzano i suoi voti nelle performance scolastiche.

Dunque, come può il teatro aiutare anche in questo aspetto ragazzi e ragazze come Federica?  Innanzitutto stimolando l’attivazione dei neuroni specchio nei confronti del gruppo dei pari. Facilitando, quindi, gli apprendimenti per imitazione; implementando il suo rivolgersi ai compagni, ai pari, per ottenere dai loro corpi e dalle loro voci le informazioni necessarie a portare a termine un compito e al contempo diminuire la costante presenza e il supporto degli adulti. Inoltre, con le scene improvvisate, Federica o chi per lei, si troverà inevitabilmente da sola/o a recitare con un coetaneo. E anche se la sua performance sarà ridottissima, va lodata e incoraggiata affinché di volta in volta cresca un poco di più e renda il ragazzo o la ragazza man mano più sicuri di potercela fare a camminare con le proprie gambe. E quando si tratta di provare le scene dello spettacolo finale, ecco che Federica dovrà compiere un piccolo passo per memorizzare le proprie battute: nessuno può farlo per lei. Lo sforzo di memorizzazione sarà inevitabile, visto che il giorno della prova non si potrà andare avanti se anche uno solo dei giovani attori non ricorda la sua parte: tutto si ferma, non si può procedere oltre e nessuno ne esce contento.

Ecco quindi che, ancora una volta, il teatro svela il funzionamento e le strategie adattive di qualsiasi essere umano. Ma la funzione benefica dell’arte drammatica non si ferma certo qui: essa infatti, dopo aver rivelato le imperfezioni, dona abilità, nuove capacità, nuovi modi e strade da percorrere per riuscire ad essere sempre più funzionali nella propria vita, nel costruire relazioni soddisfacenti che migliorino la qualità dell’esistenza di tutti.

 

Cecilia Moreschi

22 gennaio 2026

Logoteatroterapia

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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