Mercoledì, 30 Novembre 2022
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TNB: I GIOVANI SANNO FARE ARTE CAMBIA NOME, ENTRA NEL MONDO DEL PROFESSIONISMO

Sulla scia del gruppo I GIOVANI SANNO FARE ARTE (Igsfa, progetto giovanile di successo) nasce TNB Teatro Nuovo di Bergamo, produzione professionale ed accademia di forme sceniche nonché compagnia teatrale.

Fondato tra gli anni 2011/2012 da Luca Andreini resta uno dei percorsi più esposti al pubblico e più giovani a livello indipendente sul territorio, inizialmente, di Bergamo.

TNB sviluppa la sua ricerca intorno al teatro laboratorio con una filosofia di stampo Grotowsky ma che vede in essa delle influenze di diversi generi e discipline legate principalmente allo studio della psicologia e della drammaturgia contemporanea per quanto riguarda una profonda analisi della società.

Dal 2016 poi il campo lavorativo verrà ampliato anche sullo studio del teatro in spazi aperti e alla proposta di un'offerta formativa di corsi e lezioni itineranti per ogni fascia di età.

 

Il gruppo lavora prevalentemente a produzioni teatrali su scala nazionale e sta sperimentando un rete più fitta di contatti legati al territorio in modo tale da non scordare mai le proprie origini ed essere parte integrante dello stesso.

TNB sperimenta le forme sceniche attraverso il teatro danza, il teatro di strada, l'introduzione in scena della musica e della potenza dello strumento musicale legato all'attore.

 

Obbiettivo a lungo termine di Teatro Nuovo poi è quello della creazione di un vero e proprio centro culturale.

 

“TRA TUTTI I NUOVI LAVORI SPICCA LA NUOVA GRANDE PRODUZIONE”

Da circa 7 mesi con la formazione del nuovo gruppo, fisso e giuridicamente cambiato, il TNB si propone nel panorama teatrale con una nuova messa in scena che spicca su tutte oltre agli altri lavori in fase di creazione.

Con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia il regista Luca Andreini porta all’attenzione del pubblico una storia posata in quello che è lo scenario dimenticato della strage delle foibe.

Prevista una turnèè in fase di elaborazione da parte dell’organizzazione, nuovi uffici appena installati, nella quale spicca una data in anteprima per le scolaresche bergamasche in grande stile, in una location ancora da svelare e che sa di passi avanti per dei giovani con degli obbiettivi evoluti in fretta nel corso dei tre anni di attività e che dimostrano ancor di più quanto l’entusiasmo, abbinato al talento, smuova palazzi.

Ambiente professionale quindi ed il gruppo svela alla stampa, lo farà in una festa a metà ottobre per il pubblico, il cast: 

due promettenti attori lombardi come  il milanese ANDREA SALIERNO e la bresciana CECILIA BOTTURI , l’esperienza di EMILIO CATELLANI, doppiatore, e di GIANLUCA PIRETTI, volto noto anche in campo cinematografico. Tre ragazze, le più giovani, si sono rivelate oggetto di interessante analisi e di crescita in fase di provino dichiara Andreini, queste sono CLARA CONTI, OTTAVIA SANFILIPPO E BENEDETTA BIFFI seguite poi da MICHELE ULIVIERI.

Sul palcoscenico 8 attori più due danzatori di teatro danza, diplomate a Londra con il metodo ISTD e DANIELA LECCHI, elemento particolare e caratterizzante del prodotto.

Lo studio delle forme sceniche non fa sconti, sarà poi il musicante CHRISTIAN PAGANELLI ad incidere ed a portare in scena le particolari atmosfere dello spettacolo, attraverso uno  della drammaturgia e della direzione artistica.

 

 

“Un ragazzo, in gita con la classe, attratto nell’antro di uno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste, si stacca dal gruppo fino a perdersi.

In un clima surreale e fantasmagorico di polveri e lenzuola, ode sibilare un misterioso vento, che si fa voce di ricordi atroci sopiti dalla politica del “guai ai vinti”. E’ la memoria collettiva di un popolo. Gli Italiani, vittime acerbe di una pulizia etnica che, in Istria-Dalmazia, pare ormai cronaca ricorrente.

Cambia bandiera la nazione, ma la falce della morte è la stessa ovunque.

Ecco allora che, come sogni o colpi di magia, prendono forma dalle cose le romantiche e tragiche vite di Ferdinando e Norma, giovani Italiani, erroneamente etichettati come fascisti in una squallida e ignobile equazione senza senso.

Le vite dei due giovani amanti si fondono con lo scorrere di quei giorni rossi di sangue, neri di morte. Tra amicizie adolescenziali, conoscenze fidate, nemici improvvisi, correnti di pensiero rimbalzate tra chi scappa, chi resta, chi lotta, confluite univocamente nella morte, intesa come perdita: della propria vita, della propria nazionalità, della propria identità, delle proprie cose, delle proprie case. Qualsiasi cosa scegli, qualcosa perderai.

In questo quadro, Ferdinando e Norma cercano disperatamente si salvare il loro amore, la loro giovinezza,  loro italianità, per coronare il sogno di un figlio e della pace.

Si balla, ora a passo di risa, ora a passo di lacrime. Una speranza mai doma, folle e coraggiosa, lucida e vigliacca. Voci narranti fuori dal tempo svelano le scomode verità nascoste nelle buche della terra Istriana, negli abissi offuscati di una storia impari e una coscienza volubile. Tiriamo fuori dalla foiba i corpi, che possano parlare, che possano danzare, che possano cantare e poi raccogliersi stretti, innamorati, cresciuti e maturi di verità svelate in un Rumoroso Silenzio”.

 

“Una storia differente, e non nuova, in un contesto così necessario di essere raccontato che non ha bisogno di molti stravolgimenti se non quello della poesia e dell’estro dei teatranti”.

 

“Rumuroso silenzio” nasce da un lavoro introspettivo alla ricerca delle radici portanti della tematica storica trattata. Già in fase embrionale si è scoperto, mediante dei laboratori e lezioni di ricerca, che l’impulso registico proveniva da angoli nascosti e mai sfiorati da parte dei cani della ragione e da spifferi d’aria nelle interiora: perdita e ricostruzione di identità sono stati l’incipit per affondare, e non riemergere, da una scoperta attorno ai tasti dolenti dello scrittore/regista che si sono rivelati poi oggetto di forte attualizzazione e chiave di lettura per un prodotto Differente in grado, probabilmente, di regalare allo spettatore tutto il contrario di ciò che si aspetta, fortunatamente.

Partendo dalle idee di scena lo specchio d’acqua intrapreso si è rivelato un abisso mai esplorato da nessuno, o da pochi, e pezzo dopo pezzo si è arrivati ad associare l’identità sopra citata a un perverso nascondimento, legato da un filo trasparente e quasi impercettibile alla menzogna e netto ponte di passaggio tra uno scoglio ed un altro per arrivare alla vergogna e all’umiliazione.

Un lavoro con due fini: la rivendicazione di una tematica clamorosamente sotterrata e l’attualizzazione di temi utili per la società di oggi, aspetti che rendono lo spettacolo trattabile in qualsiasi periodo della stagione.

In una seconda fase del lavoro, dopo tre drastiche distruzioni del testo di partenza, l’analisi drammaturgia si è concentrata sulla declinazione dei precedenti risultati sviscerandoli e lavorando attraverso tempeste di cervelli a doppia faccia, da un lato le parole grezze e dall’altro le idee di trasposizione delle parole stesse in campo teatrale, azione banale e pragmatica che ha deciso, dopo un periodo di stallo con poco ossigeno a 60 metri di profondità, gli scenari in grado di rendere al meglio ciò che si era trovato tra i coralli della mente.

Dai temi prima elencanti, mediante una terza fase di lavoro con gli attori, si è riusciti a riassumere la perdita di identità, il nascondimento e la vergogna in un processo di evocazione di persone e personaggi tramite gli oggetti, le masserizie degli esuli, oggetti di vita quotidiana che sono stati la fase di arrivo e non quella di partenza per andare ad aggiungere  alle parole chiave il concetto di famiglia.

Attraverso queste prime tre  fasi, fatte di tavole rotonde e pomeriggi a far l’amore con il palcoscenico e le tazze di caffè, si è dato un ritmo, un senso antiorario e contro corrente al testo e alle idee di regia successivamente emerse e sempre in fase di metamorfosi, segnando su partitura tempistiche svelte, dai dialoghi veloci e bastardi, senza scrupoli ma con diversi accessi tanto da creare dei “sotto temi” non solo, come è giusto che sia, tra le righe ma ancora nascosti al regista stesso.

La drammaturgia segue le logiche del: “Chi ha da dire qualcosa parli ora o taccia per sempre” e in una fase dove la parola sta sempre più perdendo di valore, davanti alla crescita esponenziale della potenza delle arti visive, la pulizia dei dialoghi è l’obbiettivo base da perseguire fino allo sfinimento nel provare una coralità che finirà per spogliarsi. Nonostante ciò questo lavoro continua a funzionare, in parte, a fotografie, a scatti di ordinarietà messi in ordine e ricomposti.

Da ciò che qui è stato descritto si intuisce, in maniera errata, che i processi di formazione e di ricerca dell’impulso siano stati soggetti ad un metodo antico come quello della pazienza, della meticolosità e dalla concentrazione in un punto invece no, si è partiti con un geniale (secondo Baricco) sdoganamento di una caratteristica considerata sinonimo di imbecillità: la superficialità ottenuta grazie alla velocità nella ricerca grazie alla nuova grammatica dei giorni nostri che vuole guardare dritta al futuro, no al progresso e no al  nuovo, ma si al  futuro.

“Rumoroso silenzio” è suoni, una caccia al tesoro bambina alla scoperta di atmosfere sincere e quasi fiabesche in quello che sarà un salto al passato. Non è un lavoro che non parla o che non vuole far parlare, fa star male finché non riesce a trovare l’ultimo, ma anche il primo, tema di partenza, il medicinale contro ogni male ricorrente: un senso di rappacificazione con il proprio passato.

Il prodotto parte da un’idea teatrale di stampo “Grotowski” che mette al centro di questo curato simbolismo che emerge tra le righe il movimento.

Una vicenda “vecchia” interpretata da persone giovani, in questa dissonanza piacevole che ha un non so che di rivoluzionario, o quasi.

Perdita e ricostruzione di identità, perverso nascondimento a colpi di ombre, menzogna, vergogna ed umiliazione, famiglia, ricordo e  senso di rappacificazione con il proprio passato danno vita così alla storia che, in breve, leggerete qui sotto e che del tutto non spiega, volutamente, addirittura parti fondamentali del testo che le tiene come contorno prima delle portate principali. 

 

 

La spiegazione del titolo non vi deve essere, pare chiara e se ancora non lo fosse lo scopo è quella di renderla nota al pubblico nel finale di spettacolo. 

 

 

redazione

 

29 agosto 2015

 

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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