Mercoledì, 22 Maggio 2019
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Teatro Duse: sei pronto a sottoporti all’esperimento?

Recensione dello spettacolo L’esperimento, andato in scena al Teatro Duse di Roma nei giorni 26, 27 e 28 aprile 2019

Non poteva che intitolarsi proprio “L’esperimento” l’ultimo, audace format di improvvisazione teatrale messo a punto da “I Bugiardini”, del quale non poter svelare molto è una prerogativa essenziale della riuscita dello spettacolo, le cui dinamiche sono oscure persino al cast stesso, che metabolizza la propria sorte artistica solo quando non si ritrova, quasi accidentalmente, sul palcoscenico.

Le indicazioni fornite agli interpreti alla genesi dell’esperimento sanciscono immediatamente un sistema gerarchico che strizza l’occhio allo spettatore, ponendolo in netto contrasto con quanto avviene sul palco e agevolandolo prontamente tra le rassicuranti cinta murarie del suo ruolo di osservatore passivo e (proprio per questo) sadicamente divertito delle sventure che precipitano selvaggiamente su quelle disperate cavie umane che comunemente chiamiamo “attori”. La situazione narrativa si configura con chiarezza in modo istantaneo ed è ingegnosamente supportata da un sapiente gioco di luci e da un motivo sonoro astraente e soporifero, che lentamente narcotizza la realtà, introiettandola in un ambiente claustrofobico senza via di scampo. La scena diviene a tutti gli effetti un campo di ispezione dove l’essere umano è messo al muro da una tormentosa sensazione di pericolo che rende ogni mossa lecita, profanando qualunque possibile forma di etica all’insegna di un’egoistica lotta alla sopravvivenza. Si manifestano così, con crescente lucidità, i molteplici aspetti di un razzismo antropologico che rispecchia un verosimile spaccato di psicologia sociale.

Eppure, la tensione emotiva che connota la scena vive un esasperato crescendo che convoglia il pubblico verso una condizione in un certo senso analoga a quella che gli interpreti si ritrovano a dover affrontare sul palcoscenico. Facile preda del meccanismo teatrale, seppur apparentemente al riparo nella sua sprofondante poltroncina rossa, lo spettatore si ritrova a fare i conti con la primordiale antitesi tra buono e cattivo che concerne la grande questione esistenziale e che fatalmente lo conduce verso una fatidica attrazione per il macabro e l’orrifico, i quali sono sconsacrati solo nell’attimo stesso in cui vengono sperimentati. La scelta di un esperimento di questo tipo non può quindi che risultare vincente sin dal principio proprio per questo motivo, giacché dirottare il pubblico verso un’esperienza che si mantiene ignota sino all’istante in cui gli attori approdano sulla scena, con l’intuibile preludio di vivere qualcosa di volutamente non spensierato, è senz’altro sintomatico di un’idea intelligente e acuta, che sa come potersi servire delle congenite potenzialità del teatro col fine di attrarre magneticamente gli spettatori verso ciò che si vuole.  Chi sia, in realtà, la vera cavia dell’esperimento è allora tutto da discutere.

 

Giuditta Masseli

4 maggio 2019 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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