Lunedì, 26 Agosto 2019
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All’Ambra Jovinelli non ci sarà mai pace tra gli ulivi senza ritrovare il senso di noi stessi

Recensione dello spettacolo Non c’è mai pace tra gli ulivi, di Antonio Ornano, Carlo Turati, Simone Repetto e Matteo Monforte. Con Antonio Ornano. Regia di Davide Balbi. Andato in scena al Teatro Ambra Jovinelli dal 3 maggio 2019 al 4 maggio 2019

 

È vero, è difficile trovare pace tra gli ulivi, specie quando questi alberi secolari sono metafora di noi stessi, con le nostre contraddizioni e i nostri eccessi, a volte comicamente nascosti dietro un’ipocrisia da circostanza sempre meno credibile. E’ davvero complicato decifrare, di fronte ad un ideale specchio, chi siamo veramente, e la prima battaglia avviene proprio nel “dentro di noi”, scenario di conflitto tra l’essere e apparire.

L’accattivante e coinvolgente performance di Antonio Ornano coglie ed incarna, in chiave prevalentemente comica, la personale ed umana oscillazione tra questi due momenti, fino a quando il nostro vero io, troppo spesso compresso e sacrificato, urla e reclama il proprio spazio divenendo energia irruenta che toglie la maschera svelando dissacranti verità. Ornano, osservatore delle contraddizioni del tempo presente, sostiene l’esigenza di rifugiarsi nel passato come unica via di fuga da un’attualità sempre più impersonale che ci vuole fruitori passivi di una tecnologia della quale abbiamo perso il controllo. Ci ritroviamo, infatti, predati dagli algoritmi del web ai quali deleghiamo la conoscenza di noi stessi e che, invece di ampliarci gli orizzonti dell’informazione, ce la rendono sempre più su misura, nutrendoci di ciò che già siamo. Nei sentieri del ricordo andiamo alla ricerca di quelle persone significative, alle quali ci aggrappiamo chiedendo loro di salvarci da un presente che non sentiamo come affidabile e nostro, assetati di conferme e rassicurazioni che siamo, o siamo stati, vivi. Il ricordo salvifico di Antonio Ornano è Guendalina, una ballerina con la quale è stato fidanzato vent’anni fa, della quale, con battute dirette scevre di ipocrisia, l’attore esalta la bellezza e l’intesa sessuale, perchè dell’intelligenza non gli importava una “cippa”, e ce lo comunica con forza e convincente gestualità, quasi a volersi liberare dal solito involucro ipocrita. Un involucro che egli stesso manipola con consapevolezza senza rimanerne preda, come quando, durante le partite di calcio del proprio figlio, non collude con l’aggressività dei genitori delle opposte tifoserie ma, con eleganza e finta imparzialità, innesca il litigio tra i genitori più irrequieti, per poi fingersi scandalizzato paciere quando questi arrivano alle mani.

In Antonio Ornano, ben diretto da Davide Balbi, corpo e parola sembrano rincorrersi, quasi per contenersi e moderarsi reciprocamente: a volte la parola si tacita e lascia parlare il corpo per poi ritornare verbo per contenere l’irruenza somatica, come se entrambe le istanze avessero ancora molto indicibile da sfogare e abbisognassero di una vicendevole modulazione. Ma quando la necessità da parte dell’attore di riappropriarsi della propria essenza diventa una spinta incontenibile, soma e verbo trovano il loro unisono in un improvviso e vitale crescendo di impetuosità. La recitazione di Ornano si muove infatti su diversi e opposti registri espressivi, anch’essi privi di pace, caratterizzati da improvvisi acuti a cui si contrappuntano pensieri quasi sussurrati. L’immediatezza della battuta comica lascia repentinamente il posto a tematiche molto serie, come il tema del razzismo, in cui risulta evidente il reale bisogno dell’attore di condividere le proprie emozioni e paure. Il pubblico, non rimane semplice spettatore ma diviene attento e partecipe interlocutore che sostiene e custodisce i pensieri e i vissuti dell’attore. La scrittura si tinge di numerose sfumature comprese quelle dal sapore dolce amaro ed è caratterizzata da una buona e costante ritmica che la rende brillante e ricca: essa disegna una traccia sulla quale Ornano sembra improvvisare aprendo numerose “parentesi” che, a volte, rischiano di saturare la pièce. Anche se non sempre originale su alcune tematiche - relative nello specifico al rapporto moglie e marito - il testo si lascia ulteriormente apprezzare per il modo con cui viene incarnato e impreziosito dallo stesso Ornano che trasforma la partitura scritta in performance agita.

La pace tra gli ulivi sembra rappresentare la pace con noi stessi e con il mondo esterno, raggiungibile solo quando sapremo riconoscere la nostra imperfezione come parti di noi, senza la necessità di nasconderla o disconoscerla, in un contesto sociale non giudicante e privo di barriere.

Commovente il ricordo dell’attore per la madre scomparsa, con la descrizione quasi dissacrante delle sue prerogative negative, come la mancanza di tatto e il trattare il figlio da eterno bambino, caratteristica questa molto materna. Difetti che sembravano così insopportabili e che ora mancano tantissimo.

 

Simone Marcari

 6 maggio 2019

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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