Venerdì, 07 Agosto 2020
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Non è vero ma ci credo: quando la superstizione è un bisogno più forte dell’evidenza

Nel periodo particolare che stiamo attraversando, dove si tende a volte a delegare a fattori esterni le sorti della nostra vita, la commedia rappresenta un’ esortazione a responsabilizzarci nel far dipendere l’esito di certi eventi principalmente dalle nostre scelte piuttosto che da forze superiori.

Commedia in tre atti scritta da Peppino De Filippo nel 1942. Nella versione in oggetto (1959) allestita per la televisione, Peppino curò anche la regia teatrale, mentre quella televisiva fu affidata a Fernanda Turvani. Il tema è quello della superstizione molto caro a Peppino De Filippo, ricorrente anche in: “ L’ospite gradito” ed accennato in: “ Don Raffaele ‘o trombone”. 

Il commendatore Gervasio Savastano (Peppino De Filippo), benestante imprenditore e gran lavoratore, dai riflessi caratteriali ruvidi e impositivi, è letteralmente predato dalla propria superstizione. A  causa di questa, la sua vita viene caratterizzata, rallentata e intorpidita  da rituali scaramantici che divengono vere e proprie regole di vita a tal punto da investire anche il rapporto con i suoi dipendenti d’azienda. Uno di questi, Belisario Malvurio (Pino Ferrara), verrà infatti licenziato perchè ritenuto portatore di sfortuna a causa di peggioramenti inaspettati di affari finanziari coincidenti con la sua presenza. Anche nei confronti della moglie Teresa (Lidia Martora) e della figlia Rosina (Alba Cardilli) i modi di Gervasio sono sbrigativi e intolleranti, specie quando si tratta di opporsi fermamente alla volontà di quest’ultima di sposarsi con un ragazzo che il commendatore non gradisce affatto a causa di una certa estetica “trascurata”.

La divisione del mondo in buoni e cattivi appare essere il parametro principale con cui Gervasio, attraverso la scaramanzia, interpreta la realtà e spiega le alterne fortune della sua attività lavorativa. Dopo il licenziamento di Malvurio, si propone  come aspirante dipendente, Alberto Sammaria (Pietro Privitera), un ragazzo dai modi cortesi e rispettosi ma fisicamente caratterizzato da una pronunciata cifosi, ovvero...una gobba. Ovviamente Sammaria verrà assunto immediatamente e il commendatore, per non lasciarselo sfuggire, si appresta con grande affanno a proporgli un incremento di stipendio rispetto alla somma pattuita inizialmente. Inutile dire che gli avvenimenti positivi orbitanti attorno alla vita familiare e lavorativa del commendatore Savastano avranno per questi un’unica spiegazione: la presenza di Sammaria.

Quando quest’ultimo comunicherà la sofferta decisione di lasciare l’Azienda perché innamorato non corrisposto della figlia di Gervasio, si prospetterà per il commendatore uno dei più spinosi dilemmi esistenziali, imperniati attorno all’interrogativo implicito se sia meglio salvare il lavoro o la famiglia. Accettando di far maritare la figlia con Sammaria, Gervasio, a fronte di una buona sorte lavorativa, dovrà confrontarsi con un genero deforme, una figlia scontenta e, suo peggiore incubo, dei nipotini gobbi; salvando la famiglia, invece, non godrà più del favorevole vento che sta accompagnando le sue scelte lavorative. Ma ancor prima delle scelte “esterne” egli dovrà confrontarsi con se stesso, con i suoi “credo” ed i suoi fantasmi. Vincolato ed imbrigliato da una scaramanzia che sembra ancor più radicata e forte dell’affetto familiare, pur di non rinunciare a nulla il commendator Savastano si autoconvince, e cerca di persuadere la figlia, che l’imperfezione di Sammaria sia solo lievissima.  Ma a nozze avvenute, Gervasio, in preda alla morsa dei suoi incubi, manifesterà l’intenzione di annullare il matrimonio. Tuttavia, la trama sottile tessuta da madre, figlia e genero salverà famiglia e lavoro, dimostrando come la scaramanzia si basi su aspetti oggettivamente irrisori che a volte è possibile falsificare senza che venga mutato il corso degli eventi. Nonostante ciò, sembra che l’essere umano, anche di fronte ad una finzione smascherata, non si arrenda, confermando il bisogno di credere in qualcosa che  può controllare per  influenzare le proprie sorti. 

 

Simone Marcari

8 aprile 2020

 

Informazioni

 

Commedia in tre atti scritta da Peppino De Filippo

 

Gervasio Savastano: Peppino De Filippo

Alberto Sammaria: Pietro Privitera

Donati: Corrado Olmi

Botola: Cesare Bettarini

Spirito: Aldo Alori

Belisario Malvurio: Pino Ferrara

Musciello: Pierino Bertelli

Teresa Savastano: Lidia Martora

Rosina Savastano: Alba Cardilli

Mazzarella: Gabriella Placci

Tina: M.A. Zaccaria 

Prima invitata: Paola Certini

Seconda invitata: Anna Casini

Terzo invitato: Marcello Tusco

 

Regia teatrale: Peppino De Filippo

Regia televisiva: Fernanda Turvani

 

Stanza a tre

Vincitore terza edizione concorso #inplatea

10/11 dicembre 2019- teatro Trastevere (Roma)

 

 La Platea, la rivista dedicata al mondo del teatro e dell'arte. Registrata al Tribunale di Roma, n° 262 del 27 novembre 2014
 

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